Notte e nebbia (Resnais, 1955) è un film che segna una soglia nella storia del cinema e del pensiero sulle immagini. Non solo inaugura un modo nuovo di confrontarsi con la Shoah, ma introduce la consapevolezza che ogni rappresentazione dello sterminio deve fare i conti con una (propria) mancanza. È noto come il film di Resnais intrecci le immagini a colori dei campi di concentramento ormai vuoti e silenziosi con i materiali d’archivio in bianco e nero della deportazione e dello sterminio, costruendo in questa maniera un dialogo visivo tra il presente della quiete e il passato della violenza. La macchina da presa scivola tra fili spinati arrugginiti e baracche vuote, il verde dei prati contrasta con l’eco muta del passato. È un colore ingannevole, quello del presente: l’erba ha ricoperto le tracce del male, ma non le ha cancellate. Il montaggio in seguito si interrompe e improvvisamente, il bianco e nero delle immagini d’archivio invade lo schermo – treni, corpi accatastati, sguardi attoniti. Il film alterna così due tempi inconciliabili, un presente che osserva e un passato che ritorna.
Deleuze ha visto in questo movimento un dispositivo mentale che rende visibile la logica fredda e organizzativa del potere e della violenza, mostrando come il campo di concentramento funzioni come macchina del pensiero. Il contrasto tra questi due tempi – il presente della quiete e il passato della violenza – diventa il cuore visivo ed etico dell’opera. Il film si confronta con la necessità di dare forma all’incommensurabile, di contenere la dismisura della violenza senza cedere alla sua logica. Dopo Auschwitz, ogni immagine, ogni parola, ogni legge deve misurarsi con la propria insufficienza. Michele Guerra ha scritto che il film di Resnais non colma l’assenza, ma riconosce nel proprio vuoto la sola possibilità di rendere visibile la Shoah senza tradirne la verità.
La voce di Jean Cayrol, sopravvissuto ai campi, accompagna il montaggio come un racconto che si nega alla retorica per interrogare chi guarda. Notte e nebbia non offre spiegazioni né giudizi, ma impone la presenza del vuoto, la sopravvivenza delle rovine, la permanenza dei gesti e degli oggetti che hanno conosciuto l’orrore. Non intende rievocare il passato, ma mostrare il suo ritorno nel presente. Resnais costruisce così una forma che interroga la possibilità stessa del giudizio dopo la catastrofe. Non cerca colpevoli, non istituisce tribunali: sceglie la voce impersonale di Cayrol, che parla da un “dopo” in cui il giudizio appare impossibile perché la Shoah non è solo un crimine da punire ma un crollo della civiltà che l’ha resa possibile. In questo senso, la giustizia si incrina: il male non è più l’eccezione, ma il prodotto interno dell’ordine che avrebbe dovuto impedirlo.
Anche le immagini, nel film, smettono di essere prove. Quelle d’archivio non sono sufficienti in effetti a restituire la verità; allora la prova si dissolve e con essa la logica probatoria del diritto: il visibile non garantisce la verità, ma ne mostra l’assenza. Quando la macchina da presa ritorna ai binari, l’inquadratura si apre sul cancello di Auschwitz, sull’iscrizione Arbeit macht frei che resiste come una minaccia sospesa nel tempo: l’apparente calma del presente nasconde il ritorno del passato. Le guerre contemporanee – e in modo estremo il massacro di Gaza compiuto dal governo di Israele – impongono un regime di ipervisibilità in cui tutto è mostrato e nulla sembra possibile. È la frattura del nostro tempo: che una società nata dal diritto e dalla memoria dell’Olocausto possa concepire la distruzione sistematica di un altro popolo come pratica ordinaria di governo.
Che ne è del diritto internazionale in un tempo in cui la guerra torna a farsi linguaggio quotidiano e l’inaudito si mostra proprio sotto i nostri occhi? Caos. La giustizia internazionale sotto attacco (Laterza, 2025), di Marcello Flores e Emanuela Fronza, affronta questa domanda con rigore e urgenza, interrogando il presente a partire dalle origini dell’ordine internazionale contemporaneo. Il volume, frutto dell’incontro tra una giurista e uno storico indaga la crisi del diritto internazionale, l’erosione delle sue parole – “genocidio”, “autodifesa”, “proporzionalità” “crimini di guerra” e la difficoltà di mantenere viva la promessa di misura nata dopo la catastrofe del Novecento.
Il libro si apre con una ricostruzione storica del cosiddetto “patto del ’45”, che comprende le istituzioni e i principi fondativi del diritto internazionale moderno: il Tribunale di Norimberga, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), la Convenzione sul genocidio, i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda e infine la Corte penale internazionale (1998). Tutto ciò rappresenta, per Flores e Fronza, il tentativo più alto di tradurre la memoria della distruzione in ordine giuridico universale, di contenere la violenza mediante la forma. Norimberga segna in questo senso una svolta: per la prima volta, il male viene giudicato non dai vincitori ma in nome dell’umanità intera. È il passaggio da un diritto centrato sugli Stati a uno fondato sull’individuo, riconosciuto come soggetto di responsabilità. Il diritto penale internazionale nasce dunque come “diritto del limite”: un dispositivo per contenere la forza, difendendo l’uomo anche di fronte all’inumano.
Questo umanesimo giuridico, radicato nel “patto del ’45”, riconosce che ogni persona possiede diritti inalienabili e che la violazione grave di tali diritti riguarda l’intera umanità. Il diritto internazionale, in questo senso, non rappresenta soltanto una mera procedura, ma una realizzazione morale. Il genocidio, i crimini contro l’umanità e le guerre di aggressione non sono prescrivibili né amnistiabili. In questa prospettiva, il diritto universale nasce come autolimitazione del potere, come argine alla dismisura della sovranità.
L’istituzione della Corte penale internazionale nel 1998 segna un momento cruciale: una corte permanente e indipendente, in grado di giudicare individui per i crimini più gravi. I suoi principi – la complementarità tra giurisdizioni, il rifiuto della pena di morte, la cooperazione fra Stati – rappresentano i pilastri ideali di un sistema globale fondato sulla dignità umana. Tuttavia, la Corte resta fragile: dipende dagli Stati, è esposta ai condizionamenti del Consiglio di Sicurezza e alle accuse di parzialità. Molti paesi, inclusa l’Italia, non hanno ancora adeguato la propria legislazione allo Statuto di Roma, rivelando la distanza tra la giustizia proclamata e quella effettiva.
Per Caos questa crisi non è soltanto istituzionale ma, forse anche più gravemente, simbolica. Il linguaggio del diritto è diventato terreno di conflitto politico e mediatico. Espressioni come “genocidio” o “reazione proporzionata” perdono rigore e densità giuridica. Questo slittamento linguistico non solo indebolisce il senso della giustizia, ma rischia di svuotare la memoria delle vittime, riducendo l’orrore a lessico amministrativo. Da qui l’esigenza di intrecciare diritto e storia: restituire alle parole la loro complessità, riconoscere la pluralità dei contesti, resistere alla semplificazione comunicativa che svuota il linguaggio giuridico di verità.
Un nodo centrale del volume è il concetto di “diritto penale dell’inumano”, elaborato da Mireille Delmas-Marty e sviluppato nel testo come paradigma per affrontare i crimini che eccedono la misura del comprensibile. L’inumano non designa solo la disumanità del crimine, ma anche la sfida che esso pone al diritto: rispondere alla violenza senza replicarla, punire senza disumanizzare. È un diritto che afferma la necessità di una giustizia misurata, capace di contenere l’eccesso morale del male attraverso la misura giuridica della responsabilità. Reagire all’orrore restando umani diventa il compito ultimo della giustizia penale internazionale. In contrapposizione alla posizione di Mireille Delmas-Marty, Flores e Fronza, con un gesto teorico assai prezioso, ricordano il “diritto del nemico” teorizzato in particolare da Günther Jakobs, che ammette la sospensione delle garanzie giuridiche per chi viene considerato una minaccia. Laddove questo modello riduce il soggetto a pura funzione di pericolo, il diritto dell’inumano tenta di preservare la dignità anche del colpevole.
La funzione del diritto penale internazionale non è solo punitiva: è simbolica e nominale. Giudicare significa nominare il crimine, con Hannah Arendt, costruire una verità di fatto capace di restituire dignità alle vittime e responsabilità ai colpevoli. Il diritto diventa in questo modo una forma di memoria istituzionale: conserva il male per impedirne la rimozione, trasforma la parola giuridica in barriera contro l’oblio. La verità giuridica assume allora un valore civile: non pretende di coincidere con l’assoluto, ma costruisce un terreno condiviso di responsabilità. Ogni processo, ogni sentenza, ogni atto di parola è un gesto di resistenza contro la cancellazione del male. La giustizia, in Caos, non è solo un atto tecnico ma un esercizio di memoria, una lingua fragile che tenta di trattenere l’umano sull’orlo della catastrofe.
Se la Shoah ha inaugurato un nuovo regime del visibile – quello in cui lo sguardo si misura con l’irrappresentabile – le guerre del presente ne mettono in questione la memoria. Come vedere senza condividere la colpa? Come nominare il crimine senza piegarlo alla logica del potere? Derrida ricordava che la giustizia non si confonde con la legge: è ciò che resta sempre a venire, la promessa che sfugge a ogni forma. Forse è in questa distanza – fra la norma e il suo desiderio, fra la parola e la ferita – che il diritto può ancora tentare di parlare.
Riferimenti bibliografici
E. Fronza, Marcello Flores, Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Roma-Bari 2025.
J. Derrida, Forza di legge. Il “fondamento mistico dell’autorità”, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano 1989.
M. Guerra, Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini, Raffaello Cortina, Milano 2020.
Marcello Flores e Emanuela Fronza, Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, Laterza, Bari 2025.