I popoli dell’Es di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani è un libro di psicoanalisi. Ma è anche un libro sfrontato, surreale e lisergico. Un libro che colpisce, insomma, e che inizia a farlo già dalla copertina, che assomiglia a uno di quei panorami scrutati da Albert Hofmann durante le famose biciclettate sulla via di ritorno dai suoi esperimenti in laboratorio, coccolato dagli effetti dell’LSD: un albero viola ciclopico immerso in uno sfondo giallo paglia, e una coppia di fiori parlanti il cui messaggio inquadra a pieno il mantra del libro, non proclamare “idee giuste” ma offrire “giusto un’idea”.
Se siete alla ricerca di punti certi, di teorie che ben si sposano con un’idea preconcetta, o più semplicemente di qualche slogan instagrammabile, questo non è il libro per voi. O forse sì. Come ci esortano a fare gli stessi autori, “decidete voi”, a patto che siate disposti a inoltrarvi in questo viaggio psichedelico scandito a colpi di psicoanalisi, filosofia, antropologia, sociologia e tanto altro.
La forma del testo rispecchia la volontà del duo di non definire un unico centro, ma di far dialogare tra loro autori e discipline differenti, di sperimentare attraverso spunti presi dalla clinica ma anche solo dalla realtà talvolta irreale che viviamo, tra intelligenza artificiale, algoritmi e teorie queer. Il testo si trasforma continuamente tra le nostre mani, coerentemente con l’invocazione di una «psicoanalisi mutante» (Buoncristiani, Romani 2025, p. 307) che sappia rendere conto dei fenomeni del nostro tempo senza dover necessariamente ricorrere all’invenzione di nuove categorie diagnostiche. Non si può negare, infatti, che le trasformazioni sociali, ambientali, economiche e tecnologiche degli ultimi decenni abbiano prodotto delle ricadute antropologiche che coinvolgono anche il soggetto dell’inconscio, e che di tali cambiamenti in atto siano piene le stanze di analisi, e non solo. I pazienti lo testimoniano con la propria vita, a volte persino in modi tragici, ma parlarne non è semplice dal momento che, come sottolineano gli stessi autori, non siamo davanti a un processo compiuto e definito, ma a qualcosa ancora in essere, che produce associazioni inedite e sorprendenti, delle quali non è possibile prevedere l’esito.
Per poter cogliere tali associazioni bisogna sapersi mettere in ascolto, mantenere un’attenzione fluttuante e sospendere il giudizio. Questo è necessario se non ci si vuole fermare a fornire una valutazione meramente qualitativa o moralistica dei tempi ipermoderni in cui viviamo, dei giovani, dei nuovi disagi e delle loro differenti modalità di stare al mondo. Se ci limitiamo a respingere tutto ciò, a rinchiuderci nei nostri studi illudendoci che il cambiamento non ci riguarda, abbiamo perso in partenza. Questo lusso di vivere nella nostalgia dei bei tempi che furono non può permetterselo nessuno, tanto meno gli psicoanalisti. Ergo, davanti a un bambino che a 4 anni sa già usare uno smartphone meglio dei suoi genitori non possiamo semplicemente scandalizzarci, gridare all’infanzia rubata e correre via indignati. Dobbiamo sforzarci di ragionare sulle mutazioni antropologiche prodotte da questi dispositivi (che gli adulti hanno reso ubiqui), anche in termini di risorse e nuove abilità. Proprio a proposito di questo, nella sua postfazione Felice Cimatti associa la psicoanalisi a un «foglio bianco» a un «ragazzino che non sa nulla della castrazione» , e che quindi si sta impegnando a diventare «umano in modo inumano» (ivi, p. 332).
In altre parole, contrapporre le categorie naturale/artificiale investendole rispettivamente del giudizio di qualità buono/cattivo non ci aiuterà a orientarci meglio ma solo a diventare bigotti, fanatici di un tempo che abbiamo ormai perso e che non tornerà. È ovvio che questo discorso chiami in causa anche la psicoanalisi. Tanto che gli autori si chiedono se essa disponga degli strumenti necessari per affrontare un simile cambiamento o se debba essere ridotta a un pezzo da museo, cedendo il passo alle più competenti neuroscienze. Su quali mezzi dovrebbe contare lo psicoanalista di fronte a pazienti sempre più smart che considerano del tutto intuitivo rivolgersi a ChatGPT per svolgere qualsiasi compito, finanche sostituire lo psicologo stesso? Come accogliere le esperienze delle persone, soprattutto dei più giovani, senza cedere alla tentazione di patologizzare tutto ciò che non riusciamo a capire?
Forse ci tornerà utile ricordare che la psicoanalisi nasce da un movimento erratico, anticonvenzionale e fuori dagli schemi. Freud, infatti, era un medico molto poco intenzionato a curare secondo i principi tradizionali della medicina ed è proprio a partire dalla messa in discussione e dallo stravolgimento di quei principi (oltre che dal dialogo con discipline come la filosofia, la mitologia classica, la letteratura, e persino la fisica) che è nato un nuovo e rivoluzionario approccio alle patologie e ai disagi psichici. Anche questo libro non ha paura di stravolgere tutto. Molti spunti e parentesi aperte, che gli autori si dimenticano (volutamente) di chiudere, concorrono a lasciare al lettore uno spazio di pensiero autonomo. Nessuna pretesa di saturare il dibattito con proclami rivelatori, interpretazioni specialistiche o certezze scientifiche di sorta. Al contrario, in questi tempi fluidi e mutevoli siamo chiamati a esercitare un pensiero altrettanto ibrido, creativo come l’inconscio.
Leggendo il testo mi sono trovata, mio malgrado, continuamente alla ricerca di punti di riferimento, di qualcosa di già visto e familiare che potesse orientarmi nella lettura. Puntualmente e consapevolmente però, questa ricerca veniva disattesa. In questo libro la forma rispecchia il contenuto e la precisa volontà di «porsi domande verso l’ignoto, rinunciando alla tentazione di ricondurre l’inaudito al noto e alla norma» (ivi, p. 308). Una scommessa a favore della capacità di saper abitare questo spazio di feconda incertezza, invece di lasciarsi travolgere dall’angoscia che spesso spinge a risolvere problemi complessi con soluzioni rapide. Per esempio, producendo nuovissimi manuali diagnostici in cui mettere tutto ciò che ci preoccupa o, peggio, nascondendo la testa sotto la sabbia rinnegando qualsiasi cambiamento.
Gli autori non hanno avuto paura di fare un flop! Anzi, se lo sono augurati nella misura in cui si resiste «quanto più possibile alla tentazione delle cose riuscite bene, del successo» (ivi, p. 255). Perché non provare a fare come loro dunque? Abbandonate la pretesa di capire tutto e approcciatevi a questo libro come a un viaggio interspaziale. O come a un trip, se preferite.
Chiara Buoncristiani, Tommaso Romani, I popoli dell’Es. Psicoanalisi delle mutazioni, Mimesis, Milano 2025.