Sul letto di morte si ha spesso un ultimo cruccio: sentirsi stupidi. Non per scarsa intelligenza, ma perché abbiamo l’impressione di non aver capito niente della vita. È triste morire così. E forse non c’è un modo allegro per farlo. D’altra parte: chi può dire di averci capito davvero qualcosa? Da bambini pensiamo che crescendo tutto sarà più chiaro. Invece gli anni passano e l’ombra s’infittisce. Nessuno pretende una illuminazione sulla via di Damasco. Basterebbe che la vita prendesse una direzione. Ma – se siamo sinceri con noi stessi – ci accorgiamo di essere sempre a un bivio, incapaci di imboccare una strada precisa.

A volte l’incertezza emana dalla persona come un fluido. È ciò che accade con Nanni, uno dei personaggi dell’ultimo romanzo di Edoardo Albinati, I figli dell’istante, professore di lettere molto amato, specialmente dalle donne: «L’esitazione di Nanni accese in Rita un fuoco insolito. Così incerto gli apparve ancora più attraente». Non cerchiamo mai persone fatte come una carta d’identità. Preferiamo il mistero, parola elegante per dire incertezza, mancanza di soluzioni, insicurezza. L’incertezza è seducente, soprattutto in amore. «Mi piace persino la sua indecisione, invece di ridere alle sue spalle, per quanto è insicuro e incerto, lo amo per questo. Lo amo? Addirittura! Me ne sono innamorata?». Le persone ci affascinano proprio per ciò che rende la vita incomprensibile.

Quando ci piace qualcuno, però, diventiamo incerti anche noi: innamorarsi e amare non sono la stessa cosa. Il primo dura un istante, il secondo molto di più. L’amore è l’innamoramento prolungato oltre misura, il credito che un istante concede agli istanti futuri: anche domani sarà così, anche dopodomani. Per questo l’amore, risvegliato dall’incertezza, è a sua volta profondamente incerto. Non è detto che gli istanti futuri accettino di essere debitori del presente innamorato. Il futuro potrebbe infischiarsene e trasformare tutto in dispetto, indifferenza, antipatia. 

Se morendo ci sentiamo stupidi, è perché l’incertezza non riguarda soltanto l’amore. La moglie di Nanni, Costanza (nome ironico, visto il contesto), riconosce il ruolo strategico dell’incertezza nella propria vita: «L’incertezza, invece che da freno, agiva su di lei come una spinta potente a decidere». Verso la fine del racconto prenderà una decisione importante, né impulsiva, né troppo meditata. Queste sono le false alternative di chi pensa che la vita possa davvero prendere una direzione. In realtà, le cose continuano ad andare avanti nel loro modo confuso. Decidere significa passare da un dubbio all’altro (ci viene detto che Costanza potrebbe ritornare sui propri passi). La vita è sempre un tentativo, non solo nei momenti critici.

Come stanno insieme due persone? Senza sapere esattamente cosa fanno o cosa provano veramente l’una per l’altra: «Una volta esaurite le lacrime, Costanza alzò fieramente la testa e fissò Nico con uno sguardo indecifrabile. Ci si sarebbero potuti leggere sentimenti vari, rimpianto, dispetto, amore, esausta ironia, speranza». Le cose interessanti sono ambigue, specialmente gli sguardi. Le parole arrivano dopo, cercando di chiarire ciò che non ha bisogno di spiegazioni. L’incertezza permea tutto il romanzo: i luoghi italiani non sono mai esplicitamente nominati ed è compito del lettore decifrarli. Anche i personaggi secondari portano addosso i segni della qualunquità: «Una piccola donna, graziosa, di età indefinibile, sostava accanto ai tavolini col rinfresco, incerta se servirsi dalla parte destinata ai bambini o da quella per gli adulti».

Dentro questa folla ondivaga, il più enigmatico di tutti è Nico Quell, giovane promessa dell’editoria incastrato dal servizio militare obbligatorio (siamo negli anni ottanta), dodici mesi spesi a fare non si sa bene cosa, il soldato, il pulitore di latrine, l’imboscato, lo scrivano per i commilitoni analfabeti. «Nico Quell, era un immenso punto interrogativo ma anche esclamativo, o ancora meglio poteva essere rappresentato dai puntini di sospensione». Quello grammaticalmente è un deittico, pronome che sta al posto della cosa. I deittici sono, per un verso, massimamente precisi, indicano una cosa e una cosa soltanto, per un altro, invece, sono assolutamente generici: questo oppure quello può essere qualsiasi cosa o persona. «Ecco, è questo il mio ideale» dice a un certo punto Quell «ma la persona che lo incarna potrebbe essere chiunque». Quell è così talentuoso da essere un buono a nulla. È senza destino e pronto a tutto. La sua mente insonne crea una rete infinita di alleanze e possibilità: «Le immagini si generavano l’una dall’altra, Nico non cessava un solo istante di mettere in collegamento avvenimenti, persone, idee, date, volti, frasi, luoghi, pagine, fantasie, come componendo uno sterminato puzzle a cui si aggiungevano di continuo nuovi pezzi, con il loro profilo bizzarro a cui trovare collocazione, e Nico senza fine li incastrava l’uno nell’altro estendendo le frontiere del suo regno sempre più vasto, spingendosi sempre più lontano». La vita assomiglia alle mappe mentali di Quell, irrevocabile nella sua proliferante indeterminatezza.

Probabilmente questa attenzione per le sfumature dell’esistenza viene ad Albinati dal suo lavoro in carcere, perché la criminalità è il mondo dove l’incertezza dei rapporti raggiunge il diapason: «Fino al momento in cui nella sua mano non spunta un coltello, è impossibile distinguere l’amico dal nemico». Versione nera di Nico è la sorella Irene, ninfomane che si concede a tutti per dimostrare che nessuno vale niente. La sua disperazione è comprensibile. La maggior parte di noi prima o poi getta la spugna. Non possiamo pedinare la vita così da vicino, farci cullare dalla sua marea, essere complici totali della sua incertezza cronica. Ci mancano il coraggio e lo spirito di sopportazione. Per cavarcela nascondiamo la testa sotto la sabbia, come fa Irene, oppure cominciamo a ragionare come Costanza: «Certe volte, la mattina, quando le bambine non ci sono e anche Nanni è via, percorro la nostra casa avanti e indietro, stanza dopo stanza, e intanto penso se era questo che volevo, se era esattamente questo, una casa, un uomo, figli, la vita tra la città e la campagna. Forse sì, era questo, così la mia immaginazione può riposarsi e il disincanto fa meno soffrire». Ci disadattiamo alla vita per adattarla a noi o all’idea che ce ne siamo fatti, convinti che due o tre decisioni prese a caso ci abbiano portato da qualche parte. È qui che diventiamo stupidi per davvero.

La scrittura è meno cialtrona: ci fa fare un passo indietro dalla ridicola serietà delle nostre scelte. Non è un caso se il romanzo settecentesco nasce anche in risposta a Leibniz e ai suoi mondi possibili. Dio, e noi con lui, è costretto a scegliere quale mondo è reale e quale no. Lo scrittore, invece, mostra che ogni scelta è provvisoria e spreme dalle parole la stessa incertezza che hanno gli sguardi. Per quanto siamo convinti di essere sculture, con i profili netti e stagliati nella luce, il romanzo ci mostra che siamo un guazzabuglio.

«La possibilità batte sempre la realtà perché di essa se ne frega». La realtà è intessuta in ogni momento di possibilità: non quelle passate o future, ma quelle di adesso. Le possibilità non sono altrove, non abitano dimensioni parallele o tempi remoti: sono qui. La vita è piena di problemi, «un concentrato di cose andate per il verso sbagliato», perché le possibilità si incastrano una dentro l’altra e formano un groppo impossibile da sciogliere. È come la domenica sportiva in tv, con le voci degli ospiti che si accavallano. La vita è diabolica, non dice mai: sì, sì, oppure no, no, e distende sopra ogni cosa l’ombra del forse. «Cosa ci faccio qui» si chiede Nico «ma in ogni caso, cosa farei in qualsiasi altro punto del mondo? Sarei comunque fuori tempo, fuori posto […] Il tempo si rivela un inganno […] situazioni prive di senso, ostacoli derisori, azioni obbligate senza un vero perché».

Ma è poi davvero così male? Non può andare bene anche così? «L’attrazione si accende, si spegne, e sei fortunato quando lo stesso ritmo lo vive qualcuno accanto a te, insieme a te, si accende e poi si spegnerà nel medesimo istante. Ma qui sta il bello dell’incontro, è una sorpresa, una scoperta, una novità inattesa. E non poteva essere diversamente da così, nel bene come nel male». Alla fine, quando saremo davvero obbligati a congedarci, avremo ancora lo stesso dubbio: non avere capito nulla. Ma sarà stato proprio quello, il non capire, ad averci fatto vivere.

Edoardo Albinati, I figli dell’istante, Rizzoli, Milano 2025.

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