Mia città, / […] mia cupa madre di cemento /
che ti sdrai nei letti, giù, nell’ombra, / […]
mio nulla / nella grigia polvere grigia /
che t’avvolge, ora che in te un tesoro antico /
e nuovo dorme / e mille, infiniti /
per altri infiniti mille; / ora che palpita il cuore /
dei vermi eretti in ombre umane […].

La città è Milano; lo sguardo poetico è quello del Giovanni Testori de I Trionfi (1965), poema d’amore dedicato ad Alain Toubas. Dalla poesia de I Trionfi è iniziato, nel 2003, il ‘viaggio testoriano’ di Antonio Latella, proseguito con il notevole lavoro di BAT_Bottega Amletica Testoriana (2023) e infine con la messa in scena del romanzo Gli angeli dello sterminio, al quale Testori si è dedicato nel tempo finale della sua vita. Questa opera del crepuscolo racconta di una città morta, ridotta a cumuli di ossa, fiamme, vermi, fatta preda di un esercito di centauri che imperversano a cavallo di moto letali. La città sfigurata e di cenere, vibrante di bagliori sinistri che svelano ombre, è Milano. Nessun miracolo sembra immaginabile. L’Apocalisse con i suoi angeli dello sterminio ha preso il sopravvento. Milano non più metropoli ma necropoli, stretta nel fetore della putrefazione. Dal carcere di San Vittore si leva un incendio che spegne corpi e voci e fa urlare le ultime imprecazioni. Il Duomo è ridotto a scheletro e latrina. Le madri uccidono i figli; feti, che sembravano essersi salvati, muoiono. Milano, il cui nome viene detto una sola volta, incarna tutte le città, tutte perdute e maledette. I nomi, come il tempo, come le libertà sono cancellati. In questo scenario di polvere e ombra, un uomo ha il compito di annotare le parole sulla catastrofe e le visioni di una donna, una cartomante-aruspice e raffinata “dame à la flûte”, definita così per l’inseparabile flûte di champagne con cui vive il tramonto.

Questa “dame au soleil couchant” – altra denominazione – è «una donna molto diversa dalle consuete eroine testoriane: una borghese, laica, politicamente impegnata a sinistra […]; una anti-madre e una anti-Madonna»; aggiunge Walter Siti:

con lei si parla la lingua della letteratura. E una nostalgia di letteratura, cioè di fragile bellezza, sembra cogliere Testori alla fine del libro; coincidendo con lo spegnersi del tramonto, la “dama” beve l’ultimo sorso di champagne – il bicchiere cade dalle mani e il cristallo si rompe. Mi pare uno di quei momenti letterari che Testori affermava di prediligere: quando la pochezza dell’esistenza entra in corto circuito col mistero dell’eterno. […] Dopo l’esile frangersi del vetro sull’asfalto, l’ultimo oltraggio (la “dama” investita e uccisa dai motociclisti) non può che aprire alle trombe del Giudizio e allo spalancarsi dei cieli; da uno squarcio si genera una macchia lattiginosa che a sua volta produce una “mai vista forma umana”. È l’Uomo-Dio, che lo scriba cerca di fissare con tutte le forze ma che non può descrivere perché sviene cadendo “come corpo morto cade” (Siti 2019, p. 11).

Abbiamo visto Gli angeli dello sterminio al Teatro Astra di Torino, uno spazio segnato dall’estetica della rovina e del frammento, restituita da blocchi di travi in cemento armato e ferri dell’armatura – tracce intenzionali della precedente galleria del Cinema Teatro Savoiaben visibili e sospesi su parte del pubblico. Questa natura dello spazio teatrale torinese ha trovato amplificazione nella scena dominata da una grande superficie-cretto, specchio di ferite e lacerazioni, e occupata, al centro della scena, dall’esile ‘corpo’ della «marmitta di una moto che fuma», materia terribile di «quel che resta di una devastazione. Quel che resta dell’Apocalisse» (Stellato, Note sulla scena).

Fin dall’inizio, lo spettacolo ha rivelato una forza sorprendente, capace di scavare tra rovine e le poche fragili speranze, come quelle dischiuse dall’immagine delle rose vagheggiate dalla “dame au soleil couchant”. È stato subito chiaro che quello che accadeva in scena era frutto di un lavoro perfettamente concertato dove ogni ‘attore’ – in senso etimologico – aveva piena consapevolezza del proprio compito e dei molteplici livelli di azione e inter-azione e si è dimostrato capace di affrontare l’uno e gli altri. La regia di Antonio Latella – i cui tratti distintivi ha ben indagato Federica Mazzocchi (2016, pp. 103-117) – è apparsa in stato di grazia; raffinato e profondo è stato il lavoro drammaturgico di Federico Bellini (da leggere le Note sulla drammaturgia); pregevoli sono stati gli attori. Hanno condiviso la scena Alfonso Genova, interprete dei morti, tra cui il ragazzo drogato nel carcere di San Vittore, eco del Gino Riboldi protagonista di uno degli spettacoli cult di Testori, In Exitu; Francesco Manetti, il cronista-scrittore, pensato come un ‘doppio’ dello ‘scrittore lombardo’; Matilde Vigna, la cartomante-“dame à la flûte”. Le prime parole della “dame” sono state un canto da trance profetica, mosso tra frammentazioni, sonorità cavernose e ‘lai’ – i celebri lamenti testoriani –. Il canto ha creato l’atmosfera emotiva per l’arrivo degli altri due personaggi. Nel dialogo con il cronista-scrittore si sono susseguiti racconti e visioni di centauri, di cavalli da film western con corpi senza vita, dello spettro arcaico di Medea, ed è stato pronunciato il nome della città maledetta: in quell’attimo, lo sguardo scambiato dallo scrittore e dalla cartomante è stato così intenso da trascinare anche lo spettatore nell’abisso e, al contempo, da far sentire una certa melanconia.

Un morto senza nome (Alfonso Genova) dice al cronista-scrittore di guardare il Duomo. Lo spazio della città diventa spazio per un gregge; i tre personaggi si trasformano in pecore: è difficile che questo inserto surreale non sia un’allusione alle famose scene de L’angelo sterminatore di Luis Buñuel. E questi animali sono preludio ad altri, frequentatori abituali di luoghi di morte e putrefazione: scarafaggi e vermi entrano nella città-scena – anche in queste metamorfosi Genova e Manetti danno prove eccellenti –. Si perderanno poi nella polvere e nella nebbia, da dove si alzerà un canto a due voci (Genova e Vigna), che accompagnerà uno dei momenti più belli dello spettacolo: la reinterpretazione della canzone Sant’Allegria (in originale cantata dalla milanesissima Ornella Vanoni con Mahmood) mentre si consuma, silenziosa e immobile, la genuflessione dello scrittore-Testori e, dal fondo della scena, entra un piccolo plastico del Duomo di Milano, nero come la notte sulla città. La sola luce, sparito il marmo di Candoglia, è rimasta quella della Madonnina dorata. Il Duomo resterà in scena, si muoverà, assisterà all’epilogo: al ritorno dei centauri, al disperato grido di libertà dei detenuti di San Vittore, a madri che uccidono figli. Ancor più verso la fine la luce si confonde nella nebbia (Note sulle luci Simone De Angelis). Quel che resta dopo l’Apocalisse a Milano sono i tre corpi, spogliati della vita, di tutto; restituiti alla nudità che è della fine come dell’inizio; caduti, «come corpo morto cade», ma chiudendo le membra come quando tutto stava per iniziare, feti nel ventre di una madre.  

Riferimenti bibliografici
F. Mazzocchi, Nel fuoco della tradizione. Appunti sul teatro di Antonio Latella, “Mimesis Journal”, 5 (2), 2016, pp. 103-117.
L. Pernice, Giovanni Testori sulla scena contemporanea. Produzione, regie, interviste (1993-2020), edizioni di pagina, Bari 2021.
G. Testori, Gli angeli dello sterminio, Prefazione di Walter Siti, Feltrinelli, Milano 2019.
Testori. Opere scelte, a cura di Giovanni Agosti, I Meridiani, Mondadori, Milano 2023.

Gli angeli dello sterminio – di Giovanni Testori, adattamento: Federico Bellini. Regia: Antonio Latella; con: Francesco Manetti, Matilde Vigna, Alfonso Genova; spazio scenico: Giuseppe Stellato; costumi: Graziella Pepe; musiche e suono: Franco Visioli; luci: Simone De Angelis; movimento: Francesco Manetti, assistente alla regia: Marco Corsucci; costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile.

PRIMA NAZIONALE Teatro Astra di Torino, 9-18 gennaio 2026.

Foto ©Andrea Macchia

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