Una grande casa istoriata di centrini, mobili d’epoca e immagini sacre, un tempo dimora di una grande famiglia, è attraversata solo da un’anziana e dal suo cane. Il palazzo di una provincia siciliana che la ospita si anima solo d’estate, quando il suo cortile brulica di quei nipotini le cui nonne – indaffarate in cucina, a chiacchierare con le amiche o a giocare a briscola – difendono indomite e bonarie un paesaggio emozionale fuori dal tempo. Il paesaggio della memoria: quella futura dei bambini che diventeranno adulti e quella passata delle anziane che sono state ragazze. In questo spazio apparentemente interdetto a qualunque altra età, si incontrano Nico (Marco Fiore), scontroso undicenne, e Gela (Aurora Quattrocchi), ottuagenaria “signorina”, prozia del primo e con questi protagonista di Gioia mia, esordio di Margherita Spampinato. 

Dicono (le nonne di cui sopra) che quel palazzo sia infestato dagli spiriti. I candelabri oscillano, un cane – anziano anche lui – ringhia, rumori sinistri si propagano attraverso le pareti. E il corpo di Nico, il bambino venuto dalla città, dal Nord, perché la prozia possa prendersene cura mentre i genitori lavorano, viene attraversato da un brivido ad ogni nuova, presunta, manifestazione degli spiriti. È un corpo estraneo quello di Nico, ragazzo dal nome strano, non ereditato da un parente; preadolescente malinconico (per l’abbandono della sua babysitter, che sta per sposarsi e trasferirsi all’estero), ma “vastaso” – come lo apostrofa Gela –, sgarbato, sempre con lo sguardo rivolto sul suo cellulare, incapace di accorgersi, di entrare in contatto con i suoi coetanei e con la sua prozia. Quella Gela il cui nome, che rimanda alla città siciliana, si fa correlativo di quel microcosmo, quel palazzo, quella casa in cui è entrato. Eppure il corpo del bambino percepisce gli spiriti.

Durante una lettura di tarocchi di un’amica a Gela – che pesca “un fuoco”, segno di un segreto che la donna nasconde, causa scatenante dell’infestazione del palazzo –, al piccolo Nico si rivela “la dama senza occhi”, che è cieca ma “è l’unica che sente il calore e può spegnere il fuoco”. Nico, allora, che incarna le potenzialità vitali dell’infanzia, aiuta Gela a scendere a patti con i propri fantasmi, e l’anziana, forte della sua esperienza, tende una mano al fanciullo e gli insegna a guardare. Così, percorrendo il sempreverde topos dell’incontro tra eterogenei, destinato a trasformare la crisi del soggetto in disposizione alla relazione, e quindi alla vita, Spampinato racconta di come Gela e Nico finiscono per accorgersi l’una dell’altro

E come in tanti incontri tra eterogenei raccontati dal cinema italiano, soprattutto quando in gioco c’è l’infanzia e una crisi dell’istituzione familiare – si pensi a Il ladro di bambini (Amelio, 1992) o ai più recenti La vita davanti a sé (Ponti, 2020) e Il bambino nascosto (Andò, 2021) –, anche in Gioia mia il configurarsi di un legame tra i protagonisti passa per una risignificazione della relazione familiare. Se è vero, infatti, che c’è premura nei gesti di cura che Gela riserva a Nico sin da quando questi entra in casa sua – gli prepara il pranzo e le lenzuola pulite, gli regala un pigiama – è solo nei silenzi e nelle attese, nei tempi lunghi dello stare accanto a quel bambino che le sue rigidità, figlie di traumi e convenzioni passate, si dissolvono. E l’«obbligo di amare», regola sociale sancita dall’eredità del sangue, prende le forme di una «disposizione all’amore» (Bourdieu 2009), pulsione spontanea e reciprocamente sentita. Non nella misura di una naturalizzazione acritica del sentimento familiare, ma nell’emersione di una genuinità che non dimentica la costruzione sociale di questo sentimento.

Il lavorio simbolico e pratico che sta alla base dello spirito di famiglia, infatti, passa per quei riti di costruzione dello stesso – Gela insegna a Nico a cucinare, a giocare a carte, a stirare, gesti di cura che il bambino rivolgerà all’anziana in lutto per la morte dell’amato cane – ma si sostanzia, in particolare, nella condivisione di storie, di racconti, veicoli primi della percezione del sé e dell’apertura all’altro (non è un caso che Nico abbia bisogno di una storia per riuscire ad addormentarsi). Il punto di svolta nella relazione tra i due personaggi avviene, quindi, quando il bambino chiede all’anziana di raccontarsi, di ri-configurare la propria identità narrativa.

Frugando in una scatola nascosta nella stanza di Gela, mentre cercava il telefono che la prozia aveva nascosto, Nico trova delle foto: alcune ritraggono la donna da giovane, altre Adele, nonna del bambino. Rosa, altra bambina del palazzo intanto diventata amica del protagonista, gli fa notare che, a differenza di tutte le altre “case delle nonne” in quella di Gela non ci sono fotografie dei suoi familiari. E, soprattutto, che le donne immortalate nelle foto sembrano innamorate di chi le ha scattate. L’oggetto del ricordo, disarchiviato, diventa medium di una rivelazione. Gela racconta a Nico che da ragazza aveva stretto un legame così viscerale con Adele, sua cognata, al punto che la gente aveva iniziato a reputarlo sconveniente, “contro natura”. La donna era stata allontanata da casa, quindi strappata alla famiglia – e all’amore – cui quella casa faceva da sfondo, e che in quel periodo Adele era morta di parto. Tragedia di cui suo fratello ha sempre accusato Gela.

Il racconto restituisce alla memoria e ai suoi frammenti un valore testimoniale. La rivelazione del passato muta lo sguardo sul presente e apre alle possibilità del futuro. Nel ricomporsi di una memoria personale interdetta da ciò che per troppo tempo è stato percepito come un “peccato” e una memoria collettiva viziata dal pregiudizio, la verità del ricordo permette a Gela e Nico di farsi “più vicini”. Nel modo in cui Ricoeur intende «coloro che approvano che io esista e dei quali io approvo l’esistenza nella reciprocità e nella parità della stima» (2003). La reciprocità di un sentimento familiare genuino, sancito da un mutuo riconoscimento (Gela valida Nico come suo unico confidente, questi valida l’identità e il dolore della donna), permette di esorcizzare gli spettri. Nico scopre che i presunti spiriti che infestano il palazzo sono in realtà causati dai goffi movimenti di un’anziana sorda che abita all’ultimo piano dello stabile. E, allo stesso tempo, scende a patti con il presunto “abbandono” della babysitter: metabolizza una parte di sé, della sua infanzia, che se ne va. 

E così i protagonisti possono finalmente raggiungere quella spiaggia che fino a quel momento campeggiava sullo sfondo del palazzo. Gela, seduta accanto alle altre nonne (“io non sono tua nonna” aveva sentenziato durante un battibecco col bambino), guarda Nico giocare con i suoi coetanei – un nascondino che finisce con un “libera tutti” e un bacio fugace a Rosa – e il bambino, rivolgendosi alla camera, guarda Gela e sorride. Sembra fotografare con lo sguardo il volto di Gela, fissare nella memoria (ora aperta, viva) i lineamenti di quella donna accanto a cui è cresciuto. “Gioia mia” smette di essere l’intercalare con cui le anziane si rivolgono ai più piccoli e diventa il nome di un sentimento familiare.

Riferimenti bibliografici
P. Bourdieu, Lo spirito di famiglia, in Id., Ragioni pratiche, il Mulino, Bologna 2009.
P. Ricoeur, La memoria, la storia e l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003.

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