Una piccola cosa chiamata vita

di MARIAPIA GRECO 

La vita davanti a sé di Edoardo Ponti.

Scende la pioggia sui tetti di Bari. La cinepresa inquadra dall’alto due ragazzini che si fanno strada tra i panni appesi con fare frettoloso. Sono Momò e Joseph che raggiungono Madame Rosa, seduta e immobile come una mummia su uno sgabello, con accanto la cesta dei panni e quella delle mollette. Momò le si avvicina cauto e la fissa dritto negli occhi chinandosi verso di lei. Dopo un momento di silenzio, ecco che inizia a farle facce buffe e prenderla boriosamente in giro. All’improvviso, lui e Joseph si lanciano in un saltellare scherzoso e giocoso davanti alla figura ancora immobile di Madame Rosa. D’un tratto, come se stesse riprendendosi da un sogno, la donna scuote la testa, si guarda attorno ritornando alla realtà.

È una tra le sequenze più riuscite de La vita davanti a sé, ultimo film di Edoardo Ponti, distribuito da Netflix e tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary del 1975. Già portato sullo schermo da Moshé Mizhari nel 1977 e da Myriam Boyer nel 2010, il romanzo di Gary è la storia di iniziazione di un bambino alla vita “devant soi”, che passa attraverso il rapporto di filiazione con una madre adottiva che gli insegnerà il potere della tolleranza, del perdono e dell’amore. È anche e soprattutto una storia di amicizia che nasce e si sviluppa lungo il corso dell’intero film. Madame Rosa è una ex-prostituta che rende la sua casa un “nido” per altri figli di prostitute per far quadrare i conti. L’equilibrio della casa subisce un riassestamento quando arriva Momò, immigrato di strada difficile e prepotente. Tutto divide lui e Madame Rosa: generazione, razza, religione. Elementi ostativi che, alla fine, trovano posto in quella che si rivela essere la sua nuova famiglia.

Rispetto alle due trasposizioni precedenti, il film di Ponti si appropria sin dalle prime battute del dispositivo letterario originario, piegandolo alle esigenze di raccontare il paesaggio antropico e naturale meridiano. A partire dal personaggio di Momò (Ibrahima Gueye), originariamente algerino, che in questa nuova versione è un immigrato senegalese in Italia. O dall’ambientazione pugliese, che diventa il corrispettivo del setting parigino di Belleville, dipanandosi tra le strade a tela di ragno, il lungomare ed i quartieri (in particolare Murat e Libertà) di Bari. Al regista, inoltre, non sfuggono le questioni ambientali della regione Puglia: in particolare la complessa vicenda della cosiddetta “xylella fastidiosa”. Il regista ha ripreso quella parte del paesaggio dove è ancora florida la macchia mediterranea facendo emergere, nonostante tutto, la “bellezza pugliese”.

Madame Rosa (interpretata da Sophia Loren) è una donna che ha inscritto il dolore sulla sua pelle. Ex-meretrice, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, per riscattare la sua vita personale, forse anche per paura della solitudine o di morire senza affetti, decide di prendersi cura dei figli di prostitute del quartiere. Sicuramente per guadagnare qualche soldo in più e arrivare a fine mese. Su insistenza del dottor Cohen (Renato Carpentieri), suo amico e medico di fiducia, Rosa ospita anche Momò, che a differenza degli altri bambini è orfano di madre, uccisa dal compagno perché voleva abbandonare la vita di strada. Figlio di una prostituta, rimasto solo e abbandonato dal padre, il ragazzo nel sonno è tormentato da una leonessa che a volte lo attacca e con cui altre volte gioca (la stessa leonessa che spesso ricorre nei disegni del bambino). Inizialmente quello tra Rosa e Momò è un rapporto molto conflittuale, ma con il passare dei mesi si trasforma in un’inaspettata e profonda amicizia. La storia dei due personaggi è raccontata a partire dalla fine, per poi riavvolgere il nastro e ripartire con il corso naturale degli eventi.

Nel film si scontrano due prospettive: quella degli adulti e quella dei bambini. Ne è un esempio emblematico la scena in cui Momò, aiutando in cucina Madame Rosa, nota un “tatuaggio” alfanumerico sul suo braccio: A114513. Per capire di cosa si tratta chiede informazioni a Joseph (Diego Iosif Pirvu) il quale, giocando di fantasia ma prendendola come unica verità ammissibile, gli risponde: “È un codice. È una copertura. Lei fa finta che gli fa male la schiena, che è piena di acciacchi. Ma in verità è un agente segreto, contro spionaggio. Credo che c’ha la base nel palazzo. Utilizza il codice per entrare. […] Giù sotto le cantine, è una specie di Bat-caverna”. In realtà, quel “codice” è il segno distintivo della donna come sopravvissuta all’Olocausto, e la cantina il suo rifugio dove – nei momenti di intima fragilità – è libera di sentirsi al sicuro, a casa.

Preso da curiosità e sospetto, una sera Momò segue Rosa giù nella “Bat-caverna” e la donna, con le spalle al muro, decide di aprirsi al ragazzo. Sarà lei, successivamente, a riportare Momò in quella stessa stanza, dopo avergli fatto giurare di non parlarne mai a nessuno. “Cheyrem”, si dicono – che in ebraico vuol dire “giurato”. Gli descriverà quel luogo come il suo cantuccio ebreo, dove si va a nascondere quando ha paura: “Paura di cosa, Madama Rosa?”, “Non c’è bisogno di motivi per avere paura, Momò”.  Una stanza senza cielo che le consente di pensare, riflettere e sentirsi al sicuro, senza dover dare troppe spiegazioni. Da questo momento in poi solo a lui sarà concesso di accedere alla stanza nella cantina, nella “Bat-caverna”, metafora del suo cuore.

Il ricorso all’immaginazione e alla fantasia cui Joseph e Momò ricorrono per interpretare alcune “stranezze” consente loro di uscire da una lettura strettamente concreta della realtà che appare momentaneamente inspiegabile. È esattamente quel che accade anche in La vita è bella (Benigni, 1997), ma a ruoli invertiti, nella scena d’arrivo al campo di concentramento, quando Guido Orefice (Roberto Benigni) traduce dal tedesco gli ordini dell’ufficiale nazista ma sotto forma di regolamento di un gioco, per rendere al figlio, Giosuè Orefice (Giorgio Cantarini), più comprensibile ed accettabile la loro permanenza in quel luogo.

Nello specifico, lo scontro di prospettive riguarda soprattutto quelle tra Madame Rosa e Momò. Pur essendo distinte a causa del vissuto personale e della distanza d’età, queste due “visioni” si rincorrono lungo tutto il film, fino a mescolarsi, rovesciarsi, confondersi e infine incontrarsi. Il legame tra Madame Rosa e Momò è diverso da quello che lei ha con gli altri bambini, nei confronti dei quali assume più il ruolo di tutrice/educatrice. Un rapporto che parte da una coercizione che Madame Rosa accetta cinicamente e controvoglia (atteggiamento dovuto al fatto che il bambino la deruba al mercato la mattina del loro incontro). Ma la distanza tra i due ad un certo punto del film si cancella, subendo un vero e proprio rovesciamento e trasformandosi in un rapporto filiale.

Solo quando l’anziana mâitresse inizia a non sentirsi bene e a soffrire di problemi cardiaci, il ragazzo realizza la profondità del rapporto che lo lega a lei. Madame Rosa, comprendendo di non poter vivere altre primavere, fa promettere a Momò di farle trascorrere a casa, anziché in ospedale, gli ultimi istanti della sua vita, a costo di qualsiasi cosa. Così una sera Momò si reca in ospedale e di nascosto riesce a portare via con sé la donna ormai senza energie. Nella cantina, unico spazio in cui Madame Rosa si sente al sicuro, il suo cuore cessa di battere. Sulla sua tomba Momò poserà la cartolina di Viareggio, raffigurante gli alberi di mimosa che Madame gli aveva affidato poco tempo prima. Vicino alla sua tomba, in una visione riesce a guardare negli occhi la leonessa che lo ha perseguitato nei suoi sogni. Riesce a farci pace e, finalmente, a conviverci.

Ecco dunque che al centro di tutto, c’è Momò. La storia si muove per lui e per la sua evoluzione e trasformazione. Grazie al percorso con Madame Rosa, e in parte con il Dr. Cohen, alla fine del racconto egli riesce a domare uno tra i predatori alfa della natura guardandolo negli occhi. Animale che, in senso onirico, nel suo aspetto positivo rappresenta la forza, il coraggio, l’energia e la capacità di auto-proteggersi; mentre nel suo aspetto negativo la natura selvaggia e la forza distruttrice, una forza che tende a dominarci e prevaricarci (anche in senso, in questo caso, affettivo ed emotivo). Momò “insegue” la storia, si evolve e cresce attraverso la strada che gli indicano Madame Rosa e il Dr. Cohen, per poi arrivare a comprendere ciò che lo aspetta davanti a sé, ovvero la vita, consapevole dei fantasmi del suo passato con i quali ha imparato a convivere.

Riferimenti bibliografici
R. Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005.

La vita davanti a sé. Regia: Edoardo Ponti; sceneggiatura: Ugo Chiti, Edoardo Ponti; fotografia: Angus Hudson; musiche: Gabriel Yared; interpreti: Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri, Diego Iosif Pirvu, Massimiliano Rossi, Abril Zamora, Babak Karimi; produzione: Palomar; distribuzione: Netflix; origine: Italia; durata: 94’.

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Un commento

  1. Bellissima recensione, complimenti. Mi hai proprio fatto venire voglia di vedere il film.

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