La forza e l’originalità del cinema di Werner Herzog, la sua assoluta unicità, risiedono in qualcosa di tutto sommato semplice, che rende il suo cinema contemporaneo senza farlo diventare banalmente attuale. Il cinema di Herzog è di fatto un cinema anacronistico (Dottorini 2022). Si tratta di raccontare e portare a immagine un evento (l’esplosione di un vulcano), o un’avventura singolare (il viaggio esplorativo), attraverso cui mostrare, in una sorta di slittamento metonimico o di densità simbolica, l’avvenire universale dell’umano stesso.

Ghost Elephants non fa eccezione. Si tratta di andare alla ricerca, guidati dallo zoologo americano Steve Boyles, di grandi elefanti che dovrebbero (non se ne ha certezza alcuna) stare nell’altopiano nebbioso dell’Angola, una zona grande quanto l’Inghilterra, dove nel 1955 è stato trovato un unico esemplare, ora tassidermizzato ed esposto al museo di Storia Naturale di Washington. 

Il film parte, dunque, da dati acquisiti dalla ricerca e dalla scienza, che per Herzog sono generati dall’identico spirito di avventura che caratterizza una qualsiasi spedizione in zone e contesti naturali e selvaggi. E arriva in Africa, dove Boyles contatta guide esperte per farsi accompagnare nella sua ossessiva ricerca. Ed ecco che, incontrando le guide africane e la loro tribù, l’interesse di Herzog si allarga immediatamente e va al di là della ricerca degli elefanti. Il film ci mostra infatti le straordinarie capacità mimetiche di una delle guide, in grado di imitare uno gnu morente, simulandone posture e movimenti, e capace anche di esibire, come peraltro tutta la tribù a cui appartiene, una vocalità puramente sonora, senza parole, il cui senso si svincola dunque da ogni significato verbale.

E ancora, vediamo tutta la tribù alle prese con una danza rituale, nella quale i partecipanti arrivano a identificarsi con l’elefante, fino a cadere, durante i movimenti convulsi, stremati a terra. L’allargamento quasi insensibile di prospettiva che usa Herzog ci porta a vedere la costituzione dell’umano stesso, nella sua dimensione mimetica, linguistica, e pratico-rituale. E dove vediamo il costituirsi di zone di intensità e prossimità tra l’uomo e l’animale, il linguaggio e la vocalità, la prassi e il rituale. 

Ma non basta. Herzog va avventurosamente avanti con il suo film, usando Steve Boyles come intercessore, per dirci qualcosa di più sull’oggetto della ricerca. Esisteranno veramente questi elefanti fuori misura o sono solo immaginari? E il desiderio profondo è quello di trovarli veramente (per rimanere magari poi delusi), o di lasciarli come oggetti sognati e desiderati, attivatori di un desiderio perenne che coincide con la presenza stessa dell’umano al mondo? Boyles lo ammette: il senso della sua ricerca risiede nella ricerca stessa, e nella permanenza del suo proprio desiderio. 

Qui Herzog compie un ulteriore passo: gli elefanti saranno intravisti dalla spedizione e catturati esclusivamente attraverso le immagini incerte dei cellulari. Non saranno del tutto presenti (e comunque resteranno lontani da ogni interazione con l’uomo), ma non saranno neanche del tutto assenti. Saranno presenze fantasmatiche, come le immagini dei dispositivi che li cattureranno: presenze di un’assenza, come i sogni.

Ma come trovare il senso di questo stare tra l’uomo e l’animale, la presenza e l’assenza? Qui sarà il re della tribù che risiede vicino al luogo dove sono gli elefanti, dal quale si recherà l’intera spedizione, a dare una risposta. Questa zona indeterminata tra l’uomo e l’animale è una zona temporalmente originaria, che costituisce il mito di fondazione dell’intera tribù, quando tra l’uomo e l’animale non c’era ancora piena distinzione, e gli uomini e gli elefanti definivano una zona di prossimità e indeterminazione. Questo fondamento antropologico escludeva ogni possibilità che l’elefante fosse preda da cacciare. La fine dell’avventura è di fatto la scoperta del suo inizio, del momento dove tutto ha avuto origine, e che solo le pratiche rituali riescono a rendere nuovamente presente. Il rito fa di ciò che è stato ciò che ciclicamente è.

E se le culture etnologiche entrano nella ritualità del tempo ciclico, per cui l’elefante c’era, ancora c’è e non potrà non esserci, l’Occidente ha una opportunità da valorizzare, su cui il film ritorna in chiusura. Questa opportunità è quella che fa sì che lo scienziato, lo zoologo, lo studioso occidentale, può trasformare lo spirito di avventura che lo caratterizza in un’avventura dello Spirito, mettendo in gioco di volta in volta, e sempre in forma nuova, l’umano stesso nella sua universalità. Dai laboratori di ricerca delle università americane (dove si indaga sulle sequenze DNA di questi elefanti) agli altopiani dell’Angola, vediamo che l’uomo è la sua avventura, che non risiede tanto né nella conoscenza e neanche nella verità (come Herzog stesso dice nel suo recente Il futuro della verità, 2025), ma nel processo infinito dell’avventura stessa.

Da questa immagine della vita, che manifesta l’ascendente romantico del cineasta tedesco, si riafferma come gli intercessori di Herzog non siano intellettuali e artisti (come, per esempio, in Wenders) ma viaggiatori, vulcanologi, zoologi ecc. Dei loro sogni e del loro sguardo il cinema è il grande erede.

Riferimenti bibliografici
D. Dottorini, Werner Herzog. L’anacronismo delle immagini, Pellegrini, Cosenza 2022.
W. Herzog, Il futuro della verità, Feltrinelli, Milano 2025.

Ghost Elephants. Regia: Werner Herzog; sceneggiatura: Werner Herzog; fotografia: Eric Averdung, Rafael Leyva; montaggio: Marco Capalbo, Johann Vorster; musiche: Ernst Reijseger; produzione: The Roots Production, Service (Ariel Leon Isacovitch), Skellig Rock (Werner Herzog), Sobey Road Entertainment (Brian Nugent); origine: USA; durata: 99’; anno: 2025.

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