Oltre al solito fulminante incipit, in cui il narratore esordisce con una negazione («Quella domenica non ero a Tilly»), c’è una scena de Il grande Bob che ci restituisce il miglior Simenon. L’eroe eponimo è morto alla soglia dei quarantanove anni, probabilmente suicida; il narratore, suo amico, va al funerale. Al seguito del feretro, circa trecento persone formano un corteo lungo un centinaio di metri. La descrizione di questa folla sembra presa da un film di Jean Renoir, per come lo sguardo si muove dall’insieme al dettaglio, dalle figure allo sfondo, dai protagonisti alle comparse (del resto uno dei primi estimatori italiani di Simenon, Alberto Savinio, definì “cinematografici” i suoi racconti brevi). C’è la vedova, Lulu, che si è tinta i capelli il giorno prima del funerale; c’è la guardia campestre di Montmartre con la casacca azzurra; c’è il prete che avanza a grandi falcate, «come un calciatore» scrive Simenon, e fissa i passanti con un atteggiamento di sfida; ci sono i caffè, i tavoli con le tovagliette a scacchi e i pullman che portano gli stranieri, e poi «una ragazzona bionda», in pantaloncini corti, che scatta qualche foto.
Non sappiamo chi sia questa ragazza e non ne sapremo più niente, e lo stesso capiterà con tanti personaggi di passaggio che si avvicendano nel romanzo. In poco più di una paginetta Simenon ci riempie di stupore e ammirazione perché sembra avere tutto ciò davanti agli occhi, come se un minuto prima si fosse affacciato da una finestra del quartiere parigino, mentre in realtà nel maggio del 1954, quando in appena due settimane scrive il romanzo, Simenon soggiorna a Lakeville nel Connecticut. Ma più si allontana dalla Francia, più la Francia vive nella sua immaginazione spaziale.
Il grande Bob è apparso per la prima volta in Francia nel 1954 e poi nel 1962 in Italia; Adelphi lo ripubblica ora con una nuova traduzione di Simona Mambrini. La struttura del romanzo è simile a quella di Quarto potere di Orson Welles, ossia il ritratto di un uomo appena trapassato, attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, raccolte da una persona che non è un detective (un giornalista nel caso di Quarto potere, un medico nel caso di Il grande Bob). Bob Dandurand non è stato un magnate dell’editoria né altro tipo di uomo di successo; in realtà, pur provenendo da una famiglia influente a cui ha voltato le spalle, non ha combinato molto nella vita, ma la sua energia straripante, votata per lo più allo spreco, è stata contagiosa per chi gli è stato accanto.
Bob c’è sempre, per tutti; la sua casa è sempre aperta, non si ha mai l’impressione di disturbare, si può andare dai Dandurand per passare del tempo, per giocare a carte, bere un bianchino, farsi due risate. Non succede niente, dai Dandurand, è solo un luogo di socialità che sprigiona «un’atmosfera di spensierata indolenza». Bob ama la vita, per questo è difficile accettare l’idea che una domenica all’alba si sia inabissato volutamente nella Senna, dunque il narratore indaga, interrogando i testimoni delle ultime ore, l’ultima donna incontrata, l’ultimo oste, l’ultimo amico, la moglie. L’istante della morte resta inattingibile e allora si può soltanto raccontare tutto il resto.
Se la differenza tra poesia e storia sta nella selezione degli eventi e dei personaggi, Il grande Bob propende per la storia, ossia l’intero campo degli eventi e anche dei personaggi privi di un mandato drammaturgico ma individuati da un nome proprio, apparizioni di un momento, come questa: «La vecchia Rosalie Quéven, la chiromante che legge il futuro nei fondi di caffè, era sprofondata nell’unica poltrona, con gli occhi cerchiati di rosso come al solito»; o anche «il pittore Gaillard era seduto in un cantuccio, congestionato come al solito». Di fronte alla morte enigmatica, Simenon sceglie l’anti-indagine fondata non già sulla ricerca dei fattori che hanno prodotto i fatti, ma sulla modalità frequentativa degli atti ripetuti, sull’indicativo imperfetto, il tempo dell’abitudine e della finalità senza scopo; e al posto di grandi personaggi, sceglie la moltitudine che abita il mondo.
L’anti-indagine sul suicidio dell’amico diventa così, col passare del tempo, un’auto-analisi che si snoda per tappe di avvicinamento, di immedesimazione in Bob: prende a frequentarne la casa, ad assumerne i vizi e compiere gli stessi peccati ma con cautela, in dosi omeopatiche e con senso di colpa, sapendo fin dall’inizio che non sarà in grado di «far luce su uno dei lati più oscuri della natura umana». Sono pagine che costituiscono quasi una cartella clinica della condizione maschile, del collasso identitario di un soggetto ancora legittimato al dominio ma improvvisamente disorientato e scarico, giacché il suddetto dominio appare vuoto, immotivato e fine a sé stesso; è un soggetto, citando Il disprezzo di Moravia (pubblicato nello stesso anno de Il grande Bob), che avverte «un’oscura angoscia, come di chi, tutto ad un tratto, si senta mancare il terreno sotto i piedi». La risposta di Bob è stata andarsene via; il narratore, al contrario, si lascia vivere.
Riferimenti bibliografici
A. Moravia, Il disprezzo, Bompiani, Milano 1954, p. 15.
Georges Simenon, Il grande Bob, Adelphi Edizioni, Milano 2025.