«Il mondo», scrive Campanella in Del senso delle cose e della magia (1604), «tutto è senso e vita e anima e corpo». Il mondo, il pianeta su cui camminiamo, le rocce il vento le acque (ma anche la plastica e la CO2 e perfino gli amministratori delegati) sono a loro modo vivi. Si tratta di cominciare a pensare questo pensiero incredibile, che la distinzione fra ciò che è vivo – e pertanto sensibile – e ciò che non lo sarebbe, le cose appunto, è una distinzione che prima che essere biologica è metafisica, non riguarda quindi il mondo, bensì l’ordinamento logico-linguistico umano del mondo. È la metafisica inconscia che si pensa attraverso di noi che ci fa credere che esista una differenza ”essenziale” fra ciò che è vivo e ciò che non lo è, fra l’animale e la cosa, in definitiva fra noi umani e il mondo detto appunto ”materiale”. Questo pensiero che ci sembra così stravagante e antiquato è in realtà il pensiero più moderno che ci sia, il pensiero che il pianeta Terra sia vivo nel suo insieme:
I paradigmi scientifici dominanti degli ultimi due secoli hanno guardato all’origine della vita come a qualcosa che è successo sulla o nella Terra, come se il pianeta fosse semplicemente lo scenario di un singolare fenomeno, la mangiatoia che ha ospitato un miracolo. Ma le due cose non si possono separare. La vita è la Terra. La nostra Terra vivente è il miracolo. La vita è emersa dalla Terra, è fatta della Terra e ritorna alla Terra. Noi stessi portiamo ancora nel sangue l’oceano e sviluppiamo scheletri di roccia. L’origine della vita è stata la Terra che ha scoperto sé stessa, si è organizzata e ha imparato nuovi modi di trasformarsi. Da allora, quello che chiamiamo vita e quello che chiamiamo il pianeta sono stati una cosa sola, ognuno impegnata a consumare e rinnovare senza sosta l’altra (Jabr 2025, p. 238).

«La vita è la Terra». Non è che sulla terra si è sviluppata la vita, come se la terra e la vita fossero separabili, come se fossero due entità separate, al contrario, è proprio il pianeta Terra che è vivo, noi viventi – umani e non – facciamo parte di questa vita come qualunque altra entità terrestre: «Stanno come vermi», prosegue Campanella in un passo memorabile, «dentro all’animale tutti gli animali dentro al mondo, né si pensano ch’egli senta, come li vermi del nostro ventre non pensano che noi sentemo e abbiamo anima maggiore della loro». Il verme, che era forse il vivente preferito di Charles Darwin, perché in fondo si nutre di terra e produce terra (L’azione dei vermi), è un esempio perfetto di un vivente che non è separabile dal suo ambiente, che quindi è vivo quanto è vivo chi (o ciò) che non potrebbe sopravvivere senza quello stesso ambiente. Non è un caso che Aristotele sostenesse che questi animali «nascono spontaneamente» (Ricerche sugli animali, 551a): sappiamo oggi che non è così, ma in un altro, e più profondo, senso Aristotele aveva ragione, perché in questo modo metteva in evidenza la strettissima relazione fra i vermi e la terra, che non possono esistere gli uni senza l’altra, e viceversa, proprio come sostiene Campanella.
«La nostra Terra vivente è il miracolo» scrive Jabr, un’affermazione che va presa in senso letterale, scientifico, perché il cosiddetto miracolo della vita coincide con il miracolo dello stesso pianeta Terra. Il “miracolo” non è altro che la constatazione che “la vita è la Terra”, e che quindi la Terra è la vita. La prima e fondamentale conseguenza di questo “miracolo” è che «noi e altre creature viventi siamo più che abitanti della Terra; noi siamo la Terra, un risultato della sua struttura fisica e un motore dei suoi cicli globali. La Terra e le sue creature sono così strettamente intrecciate che possiamo considerarle una cosa sola» (Jabr 2025, p. 17).
C’è la Terra, e la Terra è la vita, noi siamo vita, noi siamo la Terra. Ma vale anche la relazione nell’altro verso: ci siamo noi viventi, ognuno vivente a suo modo (un sasso non è vivo nello stesso modo di un verme, ma non per questo non è in qualche modo vivo, così come un verme non smette mai di essere in qualche modo non vivo), e siamo vivi perché siamo terrestri, quindi noi siamo la Terra. Pensare il mondo a partire da questa indissolubile unità, è questa la scoperta – o meglio riscoperta, ché Campanella lo sapeva già, e ci sono popoli in giro per il mondo che lo hanno sempre saputo – della nostra epoca, la vita è il mondo.
La seconda conseguenza di questa nuova e contemporaneamente antichissima consapevolezza è che se Terra significa vita, allora Terra significa tempo e cambiamento, perché è l’incessante mutamento la caratteristica distintiva di ogni fenomeno vivente, e quindi terrestre. Si tratta di un pensiero che forse è ancora più impensabile del primo, ché al contrario noialtri umani non sopportiamo il cambiamento, non tolleriamo che il mondo sia movimento e distruzione. E infatti continuiamo a pensare al mondo usando una parola che nel mondo proprio non si trova, “equilibrio”, dal momento che vita significa piuttosto disequilibrio e conflitto. Prendiamo il caso del colore azzurro del cielo, che crediamo appunto essere una caratteristica immutabile del mondo. Il cielo è azzurro, per noi umani questa non è una verità empirica, è piuttosto un assioma, indubitabile e affatto certo. In realtà il cielo è azzurro perché la vita, in particolare i cianobatteri (batteri capaci di fotosintesi), lo hanno reso azzurro:
Circa 2,4 miliardi di anni fa, vicino al punto mediano della storia terrestre, l’ossigeno sulla superficie oceanica e nell’atmosfera intera cominciò ad aumentare a livello apprezzabile, pur restando molto più ridotto rispetto a oggi. Più o meno in quel periodo, il cielo arancione una volta torbido cominciò a virare verso l’estremità azzurra dello spettro. Anche se questa svolta planetaria è nota come “catastrofe dell’ossigeno“, o “grande evento ossidativo“, non si trattò tanto di un episodio repentino quanto di una lunga transizione durata più di 200 milioni di anni […] i cianobatteri rappresentarono senza dubbio una fonte cruciale dell’accumulo di ossigeno (ivi, pp. 232-233).
I cianobatteri (dal greco antico κύανος, “blu scuro“ o “azzurro“) sono capaci di utilizzare la luce solare per convertire anidride carbonica e acqua in zuccheri, rilasciando ossigeno come sottoprodotto. L’azzurro del cielo è un effetto della vita, è propriamente un prodotto di scarto del metabolismo di alcuni batteri. Un evento che rappresentò un disastro per tutte le forme di vita incapaci di vivere in un mondo ossigenato (senza contare che in un’atmosfera di O2 diventano possibili gli incendi, che non ci sono in mondi che ne sono privi).
In origine il cielo era arancione, ora è azzurro. L’immutabile è mutabile, la Terra, cioè la vita, è cambiamento, ossia è tempo, è catastrofe e mostruosa rinascita. Per questa ragione, come osserva Jabr, usare il nome “Gaia” per indicare questa entità – che non è propriamente viva (perché se anche un sasso in qualche modo è vivo, allora anche una cellula in qualche modo è sassosa) quanto piuttosto mette in crisi la stessa distinzione fra vivo e non vivo, fra vita e morte – non è del tutto adatto:
Il nome scelto da James Lovelock diede all’ipotesi un volto materno e un’aura di misticismo, rendendola un facile bersaglio per i critici […]. Nel momento in cui riesaminiamo e resuscitiamo il concetto di un pianeta vivente nel XXI secolo, forse non abbiamo bisogno di appropriarci di antichi nomi o inventare nuovi appellativi. Il nostro pianeta è una straordinaria entità vivente che ha già un nome ben noto. È una creatura chiamata Terra» (ivi, p. 24).
La vita, quindi la Terra, non è buona né armoniosa, la vita vive, e quindi non è nemmeno cattiva o matrigna.
È questa la terza conseguenza, e ancora più impensabile delle altre due, della riscoperta che “la vita è la Terra“. La vita vive, e questo significa che vive anche dove non ce lo immaginiamo, e soprattutto dove non vorremmo che vivesse. Pensiamo alle isole di scarti di plastica che galleggiano sugli oceani del pianeta Terra. Sono rifiuti, eppure ospitano vita, prosperano di vita, impensabile appunto, ma questo è la vita per gli umani, qualcosa di impensabile:
Le pellicole biologiche che si sviluppano sulla plastica intrappolano particelle potenzialmente nutrienti, e le plastiche stesse possono rappresentare una fonte di sostentamento per i microbi capaci di rompere i loro tenaci legami molecolari. Alcune prove suggeriscono che, negli ultimi sette decenni, numerose specie si siano evolute per fare proprio questo. Già negli anni settanta, gli scienziati scoprirono funghi capaci di scomporre il poliestere e batteri in grado di digerire alcune delle componenti molecolari del nylon. Nel 2020, i ricercatori hanno documentato più di 430 specie capaci di digerire varie forme di plastica. Si tratta perlopiù di batteri e funghi, ma in questo gruppo sempre più ampio di plastivori rientrano anche alcune larve di insetto
(ivi, pp. 194-195).
È un pensiero terribile, ma in fondo anche confortante, la vita è più forte di noi (in questo senso l’Antropocene è già da sempre finito), anche se vive e vivrà in forme per noi inimmaginabili e repellenti. Ma che cos’è il “miracolo” della vita se non questa sua stessa mostruosità?

Riferimenti bibliografici
T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, Laterza, Bari 1925.
Ferris Jabr, Una creatura chiamata Terra. Come la vita ha trasformato il pianeta, Aboca Edizioni, Sansepolcro 2025.