Tradotto in italiano per i tipi di Krisis, Estetiche investigative risulta un testo fondamentale per riflettere su come le pratiche investigative provenienti dal campo dell’arte, del cinema, dei media e delle scienze forensi ridefiniscono oggi lo statuto estetico e politico dell’immagine. Come sottolinea anche Maurizio Guerri nella sua introduzione del volume, uscito originariamente nel 2021, oggi sempre più – dopo l’invasione Russa in Ucraina e dopo il 7 ottobre 2023 e il successivo acuirsi dei bombardamenti su Gaza e delle azioni israeliane in Cisgiordania – le immagini dei conflitti, di morte e distruzione hanno saturato il nostro mediascape contemporaneo. Questi filmati compongono inevitabilmente un archivio potenzialmente infinito come quello della rete, rendendo molto spesso le zone di conflitto siti di sovraespozione mediatica. Si pensi anche, prima, alla guerra civile siriana. Risulta quindi necessario un processo di ri-ordinamento e di ri-organizzazione delle immagini che danno vita ad un immaginario che rischia di alimentarsi attraverso aspetti ricorrenti che si trasformano in stereotipi finendo conseguentemente per annullare la complessità delle situazioni affrontate.
Negli ultimissimi anni, in modo particolare a seguito del diffondersi dell’utilizzo dell’AI, l’immagine non viene più considerata come prova fattuale e tangibile, definitiva, insindacabile, di violenze e abusi. Mettere in discussione la credibilità e la veridicità delle immagini amatoriali girate durante il conflitto è ormai diventata pratica comune nei discorsi propagandistici da tutti i fronti coinvolti. Il libro parte da una riflessione sull’immagine investigativa che non è mai immediatamente rivelatrice, ma deve essere interrogata, comparata, ricontestualizzata, reinterpretata attraverso un esercizio critico in un discorso intermediale, per poter essere così autenticata e poter riacquisire il proprio valore testimoniale e traumatico. La passività con cui queste immagini vengono spesso esperite, “scrollate” sui social media, provoca una deresponsabilizzazione da parte dello spettatore. Risulta necessario dunque riattivare e riattualizzare l’archivio, esplorare innovative e molteplici modalità di racconto e forme di testimonianza, invitare lo spettatore alla riflessione critica.
In questo senso, l’investigazione viene concepita come una pratica fondamentalmente relazionale e processuale, in cui la verità non emerge come dato, ma come costruzione, un regime estetico capace di organizzare forme, temporalità e modalità di accesso al reale. Centrale all’interno del libro è inevitabilmente l’operazione condotta da Forensic Architecture, un’agenzia di ricerca fondata dall’architetto israeliano Eyal Weizman, con sede presso la Goldsmiths University of London, che, in collaborazione con le Nazioni Unite e altre istituzioni, ONG, attivisti e privati, indaga sulle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, comprese le violenze commesse da Stati, forze di polizia, militari e aziende. Le indagini di architettura forense si basano sull’idea che l’analisi richieda la creazione di modelli 3D e cartografie interattive che mettano insieme video e fotografie realizzate dai cittadini, filmati di telecamere di sorveglianza, immagini satellitari così come mappe, misurazioni urbane e considerazioni architettoniche abbinate all’analisi balistica e alla modellazione fisica. L’agenzia esamina immagini open-source attraverso una riconfigurazione e comparazione all’interno di un modello architettonico che diventa dispositivo ottico e interpretativo. All’interno di questa piattaforma navigabile il ricercatore riassembla e riorienta un corpus di immagini che aprono a nuove informazioni e prove.
A differenza della pratica forense tradizionale che si pone l’obiettivo di dimostrare i fatti attraverso prove evidenti, stabilendo un nesso lineare e diretto tra causa ed effetto, la contro-investigazione, promossa da Forensic Architecture ricostruisce ciò che è accaduto tramite un lavoro di montaggio, un “collage architettonico di immagini”, allargando lo spettro di indagine alla complessa molteplicità di cause, sociali, culturali, economiche, ambientali che rientrano in quello che Weizman definisce “campo di causalità”. In questo modo la pratica contro-investigativa «cerca di andare oltre e di aggirare i vincoli e le necessità procedurali insiti nelle forme di potere che tali procedure incarnano. Di fatto, aspira a rovesciare la traiettoria di produzione di senso che caratterizza la procedura statale» (Fuller, Weizman, 2025, p. 205). L’attività di Forensic Architecture eccede consapevolmente i confini del contesto legale. Non si tratta soltanto di spingersi oltre i limiti del diritto, ma di invertire la nozione stessa di investigazione forense, tradizionalmente funzionale all’apparato giuridico. Questo rovesciamento serve per «capovolgere la direzione del suo sguardo, che è proprio delle agenzie governative come la polizia o i servizi segreti quando indagano su tutti coloro che intendono tenere sotto controllo» (ivi, p. 15). La necessità di oltrepassare il diritto nasce infatti dal fatto che le uccisioni sistematiche o para-sistematiche che Forensic Architecture intende rendere visibili avvengono spesso all’interno della logica del diritto, e proprio per questo richiedono una pratica investigativa capace di interrogare il diritto dall’esterno, stabilendo nuove relazioni estetiche. I risultati delle indagini sotto forma di produzione audiovisiva vengono presentati in aule di tribunali nazionali e internazionali, inchieste parlamentari, ma anche esposti in gallerie d’arte, musei e altri spazi culturali. Questi dossier audiovisivi, contro-indagini forensi, riflettono anche sullo statuto dell’immagine digitale, che per diventare prova e acquisire un valore traumatico e testimoniale deve venir autenticata attraverso una riconfigurazione intermediale. «È fondamentale che l’indagine comporti anche una mediazione», intesa come produzione, archiviazione, circolazione e analisi delle informazioni (ivi, p. 62). Come afferma ancora Weizman:
Le investigazioni estetiche hanno un duplice obiettivo: da un lato, indagare il mondo; dall’altro, riflettere sugli strumenti che ci consentono di conoscerlo. Ciò significa mirare all’accountability degli eventi ma anche all’accountability dei mezzi con cui li percepiamo. Queste pratiche intervengono nella produzione di prove, interrogando al contempo la nozione stessa di “prova” e, con essa, le culture della produzione di sapere o le pretese di verità su cui essa si fonda. Procedono alla presentazione dei fatti, consapevoli di come ogni modalità di presentazione, ogni forma mediatica, possa deformare i fatti stessi che produce. Rivendicano un’istanza di verità, ma allo stesso tempo criticano le istituzioni del potere e del sapere che detengono il monopolio dei meccanismi di produzione della verità (ivi, p. 46-47).
In un contesto storico in cui la fiducia nelle immagini è al tempo stesso indispensabile e radicalmente compromessa, il volume Estetiche investigative si configura come uno strumento critico fondamentale per ripensare e problematizzare il rapporto tra visibile, verità e potere. Di fronte a un mediascape saturo di immagini di violenza e distruzione, il libro mostra come la posta in gioco non consista nel recupero ingenuo dell’evidenza visiva, ma nella costruzione di pratiche capaci di riattivare le immagini, sottraendole tanto alla passività dello scorrimento quanto alle logiche propagandistiche della loro delegittimazione. L’estetica investigativa che emerge dal volume non propone una nuova forma di trasparenza, ma un’etica e una politica del montaggio, della mediazione e della relazione. L’immagine torna a essere prova solo nella misura in cui viene ricollocata in un campo discorsivo, intermediale e processuale che ne interroga le condizioni di produzione, circolazione e interpretazione. Estetiche investigative indica così una possibile via per pensare le immagini contemporanee non come meri documenti né come simulacri inaffidabili, ma come luoghi di conflitto epistemologico e politico. La conoscenza non è data ma deve essere costruita criticamente, assumendo la responsabilità delle forme attraverso cui il mondo viene reso visibile.
Eyal Weizman e Matthew Fuller, Estetiche investigative, Krisis, Brescia 2025.