Nel 2022 esce nelle sale cinematografiche Elvis, un biopic incentrato sulla vita del grande cantante statunitense. Il regista, Baz Luhrmann, nel frattempo fruga negli archivi della Warner Brothers e riesce a trovare un piccolo “tesoro” costituito da scene tagliate da due documentari riguardanti il ritorno sul palco di Presley dopo anni in cui si era dedicato alla carriera cinematografica: si tratta di Elvis: That’s the Way It Is (1970), firmato da Denis Sanders e incentrato sui concerti tenuti  presso l’International Hotel di Las Vegas, e di Elvis on Tour (1972), diretto da Robert Abel e Pierre Adidge e riguardante la tournée intrapresa dal cantante in alcune città degli Stati Uniti. Sono 69 scatole di bobine contenenti 59 ore di filmati inediti ma degradati a causa del tempo e delle condizioni in cui hanno riposato per decenni (erano conservate nel deposito di una miniera di sale nel Kansas): Luhrmann ha quindi fatto ricorso alle tecnologie usate da Peter Jackson per il restauro del materiale che ha dato in seguito luogo alla serie The Beatles: Get Back (2021).

EPiC: Elvis Presley in Concert si concentra quindi su un periodo molto importante della vita del cantante: non gli esordi giovanili e nemmeno il periodo dei film hollywoodiani ma quello appena successivo, in cui “The King of Rock and Roll” decide di abbandonare le scene cinematografiche per tornare ai concerti. Ci viene mostrato un uomo adulto (nel 1970 ha 35 anni), conscio delle sue capacità e maturo nella consapevolezza del suo legame magnetico e animalesco col pubblico: il film, infatti, mostra il piacere e il godimento che coinvolge tanto l’artista quanto chi lo guarda, divenendo un monumento al legame che unisce l’idolo allo spettatore, sia di primo grado, inerente al rapporto fra Elvis e il suo pubblico di allora, sia di secondo perché relativo agli spettatori odierni uniti ai due soggetti appena elencati.

Luhrmann realizza un documentario caratterizzato da due tipologie di sequenze: da una parte le performance di Elvis e, dall’altra, il montaggio di materiale d’archivio variegato e finalizzato ad illustrare le parole del cantante, intento ad esprimersi su tematiche varie: dal servizio militare, al rapporto con il suo manager, fino ai suoi gusti musicali. La prima tipologia costituisce la maggioranza del lungometraggio, rendendolo così incentrato sulle doti artistiche di Elvis, in particolare quelle canore e performative. Se l’idolo delle masse è stato raccontato spesso (anche dal biopic di Luhrmann) attraverso aspetti della sua vita privata (ad esempio, il fatto di essere stato tiranneggiato dal manager o gli abusi di pillole e cibo propri parte finale della sua vita) finalizzati a generare sensazionalismo e pruderie, EPiC sceglie di focalizzarsi sulla sua immagine pubblica. Lo fa sia dando la parola allo stesso Elvis, montando appunto la sua voce, proveniente da varie interviste, mentre discorre di diverse tematiche ed evitando di sovrapporla alle opinioni di altri (dello stesso regista o di eventuali “talking heads”), sia, al contempo, concentrandosi sulle sue doti artistiche, in particolari quelle musicali e performative, cioè sulla sua capacità di entrare in contatto con il pubblico grazie al canto e alla presenza scenica durante gli spettacoli.

Le due tipologie di sequenze si caratterizzano per differenti usi del medesimo materiale, a partire dalla voce: in quelle “tematiche” sentiamo Elvis discorrere di vari argomenti, mentre quelle “performative” godiamo del suo canto. Gli stessi filmati d’archivio divergono: se l’ultima tipologia di sequenza citata opera il riuso delle bobine ritrovate e provenienti dai due documentari degli anni Settanta, quella “tematica” unisce invece queste immagini ad altre di provenienza varia (come stralci tratti da telegiornali e dai film hollywoodiani in cui Elvis ha recitato negli anni immediatamente precedenti) realizzando un mix di materiali eterogenei perché caratterizzati da periodi e formati diversi, da quello televisivo al cinema e dal bianco e nero ai colori. Anche il montaggio è differente: le sequenze “performative” sono filmati dei concerti e delle prove, dei backstage delle esibizioni, delle interviste e press conferences che, quindi, sono incentrate sulla persona di Elvis e si caratterizzano per la predominanza di primi piani e campi totali (finalizzati a mostrare viso e il corpo del “Re” intento a ballare, a cantare e a esprimersi tramite le sue mosse iconiche) insieme a campi medi e lunghi che lo vedono flirtare con il pubblico osannante e completamente rapito dal suo idolo.

Quelle “tematiche” invece, non sono interamente incentrate sull’immagine di “The King” ma vengono brevemente mostrati anche altri comprimari della sua storia (come i giornalisti, il manager e il pubblico) a corollario delle sue parole e a seconda dell’argomento di volta in volta trattato. Se questa tipologia di sequenza si caratterizza per un montaggio associativo e illustrativo dei vari temi, quello delle parti “performative” si caratterizza invece per una natura ritmica, che spicca soprattutto nelle scene dedicate alle canzoni e alle esibizioni del “Re”. Qui Luhrmann decide di unire stralci raffiguranti il cantante e appartenenti a filmati diversi ma accomunati dalle stesse mosse e dai medesimi atti: mentre ascoltiamo le canzoni, non vediamo un solo Elvis ma tanti, tratti da varie esibizioni e con vestiti differenti, montati in modo da unire gesti identici. L’immagine di “The King” dunque si somma fino a dare luogo ad un ballo con sé stesso, tramite una visione caleidoscopica che moltiplica vertiginosamente la star fino ad isolarne la gestualità iconica.

È proprio questo lo scopo di EPiC: l’analisi del mito, lo studio degli elementi che hanno determinato la magia e il successo presso il pubblico mondiale e intergenerazionale, tanto da farlo durare ancora oggi. Non solo: l’indagine delle sue parti costitutive si accompagna alla rivivificazione del mito stesso, tramite la creazione di una nuova performance di Elvis, adattata alla contemporaneità mediante il montaggio di spezzoni di spettacoli precedenti ad uso e consumo degli spettatori odierni. Il mito, lo show del “Re”, viene quindi presentificato perché perduri in eterno. Questo duplice scopo (l’analisi e l’attualizzazione) è insita nella centralità dell’esibizione del corpo di Elvis: i primi piani e i dettagli colgono dettagli del suo viso insieme alle gocce di sudore che lo imperlano, mentre le inquadrature raffigurano il suo corpo atletico, sottolineato dai vestiti attillati e dalle scollature che ne mostrano il petto nudo. A questo si sommano la gestualità del “Re” e il suo look barocco, dando luogo ad un’icona composita, tanto viva e concreta nella fisicità della sua carne pulsante sul palco, quanto astratta e immateriale perché superficialmente caratterizzata da segni che non rimandano ad altro che all’immagine del mito stesso: i vestiti glitterati e le mosse esibite sono parte di un’estetica kitsch che contraddistingue tanto Elvis quanto Luhrmann, uniti nell’adorazione feticistica della decorazione eccessiva e superficiale (si pensi ai titoli di testa e alla grafica delle scritte sovrapposte alle immagini del film).

Al contempo, la centralità del corpo del “Re” si accompagna all’importanza che il film attribuisce a quello dello spettatore: EPiC è un’enorme macchina finalizzata alla stimolazione sensoriale del pubblico, tramite l’intensificazione della sua esperienza di fruizione. Ciò si verifica sia tramite le performance musicali di Elvis, tali da indurre «reazioni senso-motorie involontarie nello spettatore, raggiunte attraverso un processo di sincronizzazione del corpo dello spettatore con i ritmi e le melodie della musica» (Malavasi 2009, p. 147), sia tramite l’esibizione insistita del corpo del “Re” finalizzata a stabilire una connessione emotiva fra quest’ultimo e il pubblico, una sintonia sensibile ed erotica capace di instaurare un regime comunicativo orientato in senso affettivo. 

Baz Luhrmann realizza un lungometraggio che unisce il documentario biografico con il film-concerto, finendo col creare un prodotto ibrido e innovativo. Il primo genere citato viene innovato dalla scelta di trattare in modo marginale la vita di Elvis, lasciando che sia lui stesso a discorrere di alcuni argomenti centrali della sua esistenza. Queste tematiche sono organizzate in senso non cronologico e sono affidate unicamente alla sua voce, in modo che sia possibile esperire unicamente il suo punto di vista. Inoltre, EPiC è un film concerto per le sequenze che mostrano il “Re” esibirsi e, al contempo, per il fatto che questi filmati vengono montati in modo da realizzare un nuovo spettacolo, un’esibizione di secondo grado composta dall’unione di più performance precedenti assemblate al fine di realizzare uno show innovativo e inedito, attualizzato e capace di entusiasmare il pubblico odierno. Una delle interviste inserite nel film mostra un giornalista che cerca di coinvolgere Elvis in questioni politiche: il cantante gli risponde affermando di essere “solo un uomo di spettacolo” e che, per questo, non sarebbe stato compito suo parlare di altri argomenti. Luhrmann prede alla lettera questa esternazione e realizza così uno spettacolo in grado di riportare in vita il legame magnetico di Elvis con il suo pubblico, in modo da celebrare quella che “The King” identificava come la sua vera natura: l’essere un uomo di spettacolo. Ieri, oggi e per sempre. 

Riferimenti bibliografici
L. Malavasi, Racconti di corpi: cinema, film, spettatori, Kaplan, Torino 2009.

EPiC: Elvis Presley in Concert. Regia: Baz Luhrmann; montaggio: Jonathan Redmond; interpreti: Elvis Presley, James Burton, Glen D. Hardin; produzione: Sony Music Vision, Bazmark Films, Authentic Studios; origine: U.S.A., Australia; durata: 96’; anno: 2026.

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