Per la terra che verrà

di MATTEO ANGELO MOLLISI

Elogio della terra. Un viaggio in giardino di Byung-Chul Han.

Minari (Chung, 2021)

Molti sono i motivi di scetticismo che si addensano intorno alla figura di Byung-Chul Han, sempre più sfacciatamente popolare («un ottimo candidato ad essere il filosofo della nostra epoca», secondo il Los Angeles Times) e come tale sempre più oggetto di resistenza e di critica, se non addirittura di scherno (ma vale la pena di ricordare, seguendo un maestro contemporaneo, che neanche Gesù piaceva a tutti). Tra questi motivi, un ruolo di primo piano lo ricopre senz’altro l’accusa di essere il semplicistico e quasi macchiettistico profeta di una deriva apocalittica decisamente meno cristallina ed imminente di quanto appaia dai suoi libri, e cioè da una lettura delle trasformazioni dell’epoca digitale in fondo unilaterale nel considerarne soltanto l’opera di svuotamento, degradazione, depotenziamento di determinate possibilità della nostra esperienza, tralasciando invece di valorizzare le nuove forme e le chance inedite che il divenire delle società e dei loro strumenti sempre dischiuderebbe. Un punto debole contenutistico che sarebbe, a detta di molti, aggravato dal peculiarissimo stile di scrittura mediante il quale il filosofo sudcoreano è salito alla ribalta, stile molto più pamphlettistico che autenticamente saggistico, molto più ricco di enunciazioni dogmatiche che di argomentazioni, e come tale meritevole di essere degradato a bignami dell’apocalittico prigioniero della pigrizia della ragione.

A questo genere di critiche risponde virtualmente Elogio della terra. Un viaggio in giardino, recentemente uscito per Nottetempo, considerabile senza mezzi termini come la pars construens della prospettiva filosofica di Han, l’esplicitazione di una controproposta effettiva alla degradazione esistenziale alla cui descrizione si sono fin qui perlopiù dedicati i suoi brevi trattati (fatta forse eccezione per Filosofia del buddhismo zen, 2018). “Ebbene, che fare?”, domanda delle domande, è senz’altro l’interrogativo che le pagine del filosofo sudcoreano, nel demolire la contemporaneità interpretandola alla luce di categorie ultracritiche quali psicopolitica, società della stanchezza, società senza dolore e via dicendo, hanno incessantemente suscitato, evitando però di sbilanciarsi in direzione di una risposta piena, dotata di un contenuto almeno in parte propositivo. Elogio della terra, invece, ad offrire una tale proposta ci prova eccome. Lo fa nella forma non di una posizione teorica, bensì della testimonianza di una pratica, ovvero del resoconto diaristico della triennale attività di Han come giardiniere.

Catturato, da un giorno all’altro, da «un profondo desiderio, un vero e proprio bisogno impellente di essere vicino alla terra», Han prende la decisione di dedicarsi quotidianamente alla cura di un giardino berlinese che chiama Bi-Won, “giardino segreto” in coreano. È per lui l’occasione di praticare una vera e propria riscoperta di tutta una serie di possibilità percettive, estetiche e spirituali, di modalità di comprensione – in senso heideggeriano – del mondo, del tempo, della natura, che la digitalizzazione del mondo tende ad estromettere dal nostro orizzonte esperienziale. L’avvicendarsi delle stagioni, avvertito nel contesto di questa pratica in modo molto più intenso, scandisce una temporalità aliena a quella della programmazione, della produttività cumulativa, dell’eterna precipitazione verso un fine indefinito entro cui si svolge la nostra quotidianità, «una diversa percezione del tempo, che pare trascorrere molto più lentamente» (Han 2022, p. 25). Percepito «in chiave corporea», il tempo come ciclo delle stagioni definisce esperienze tali da dischiudere una materialità e una sensualità perdute: il gelo di una cisterna, il dolore benefico dell’acqua piovana che penetra nelle ossa, racconta Han, «mi restituisce la realtà, la corporeità, che oggi si smarrisce sempre più nel mondo digitale ben temperato, estraneo a dolore o a corpi, oltre che a temperature» (ibidem). Una restituzione che Han, qui come altrove, non si fa problemi a descrivere con un lessico filosofico forte, gerarchico, tale da parametrare le forme di vita umane secondo criteri oggettivi di effettività, autenticità, pienezza: il giardino, egli afferma, «contiene molto più mondo dello schermo»; esso ci invita a pensare che «oggi non siamo diventati necessariamente più felici», in quanto «ci allontaniamo sempre più dalla terra, che invece potrebbe essere fonte di felicità» (ivi, p. 116).

L’attività di giardiniere è anche un esercizio di decentramento dall’ego, un antidoto al narcisismo occidentale contemporaneo tanto criticato da Han e non solo. Usando parole che Adorno adoperava per la musica di Schubert, Han afferma che la vita in giardino «disarma l’Io in quanto soggetto dell’azione. Lo scuote, sprigiona un pianto quasi preriflessivo, istintivo», che scoppia nel momento in cui «l’Io sacrifica la propria superiorità e si rende conto del legame che ha con la natura» (ivi, p. 31). Il tempo del giardino, eminentemente plurale in quanto incrocio dei molteplici tempi di ogni singola pianta, è dunque «il tempo dell’Altro (…), del quale io non posso disporre» (ivi, p. 26). I colori percepiti ritrovano qualità spirituali messe in secondo piano nell’esperienza quotidiana: ad esempio, l’azzurro si rivela come “nulla eccitante”, secondo l’espressione di Goethe, recante «qualcosa di contraddittorio fra l’eccitazione e la pace», esprimendo lontananza e perciò seduzione, desiderio e struggimento (ivi, pp. 39-40).

O ancora, di carattere spirituale, poetico, fanciullesco è il genere di rapporto causale che si lascia intravvedere tra i viventi e tra le cose: la farfalla c’è affinché l’albero non si senta solo, l’albero affinché la farfalla si riprenda dal volo, come Han fa dire ai suoi figli immaginari Nabi e Nabu in un breve dialogo ispirato dall’etimologia della parola coreana per “farfalla”. Ed è proprio un nuovo sguardo infantile sulle cose che in fondo sembra cercare il filosofo, ad esempio nelle numerose esperienze, del cui racconto il suo diario è costellato, di identificazione o disentificazione con le piante di cui si prende cura, o con gli elementi coi quali interagisce: racconta di come si sia rivisto nel mistero e nell’insondabile profondità delle ortensie e delle funkie, di come abbia parteggiato per le foglie più fragili e delicate, contro le foglie di quercia che invece, al pari del neoliberalismo tedesco, annientano ogni differenza e ogni alterità, o ancora di come la sua anima notturna si contrapponga al giallo, che sempre secondo Goethe è “il colore più vicino alla luce”.

Han non esita a categorizzare come «religiosa» questa sua pratica in giardino, intendendo con religione un «senso di profondo attaccamento – che tuttavia mi libera» (ivi, p. 137). Attaccamento all’ordine terreno e ai suoi cicli, alla sua temporalità spossessante, ad una terra alla quale apparteniamo e che tuttavia violentiamo, sfruttandola sistematicamente e percependola «solo come una risorsa con la quale, nel migliore dei casi, bisogna ragionare in termini di sostenibilità» (ivi, p. 34). Esperienza, evidenza del mondo in quanto creazione, che fa affiorare dalle labbra di Han una sorta di paradossale credo filosofico, nel quale la fede si rovescia in critica e viceversa: «Credo che l’Eden sia esistito ed esisterà. Credo in Dio, nel creatore, in questo giocatore che ricomincia sempre daccapo e in tal modo rinnova ogni cosa.

Anche l’essere umano, in quanto sua creazione, è obbligato a stare al gioco. Ma il lavoro, così come il principio di prestazione, distrugge il gioco: è un fare cieco, vuoto, muto» (ivi, p. 12). Motivo per cui la prospettiva eudaimonista che in fondo guida l’attività di giardiniere di Han – «Questo libro avrebbe anche potuto intitolarsi Tentativo di vivere un giorno felice» – richiede precisamente un distacco dal lavoro: «innaffiare i fiori, osservarli nel farlo, placa e rende silenziosamente felici. Per cui parlare di giardinaggio inteso come lavoro non è consono. Lavoro significa in origine travaglio e affanno. Lavorare in giardino, invece, rende felici. In giardino mi riprendo dal tormento della vita» (ivi, p. 75).

Se il labor, così come più in generale il moderno progetto di dominio sull’essente, culminante nella produttività neoliberale, vengono individuate da Han come i modi della prassi che il giardino, con la sua materialità e col suo appello alla cura e alla bellezza, ingiunge di disattivare, la forma di azione alla quale esso invita a disporci è invece tutta improntata ad un lasciar essere. La saggezza del giardiniere, alla quale il «metafisico» Han si rende conto di non essere educato, consiste appunto in un «lasciar andare» (ivi, pp. 16-17). Maestri sia orientali sia occidentali vengono chiamati in causa dal filosofo: così come Lao Zi insegna che «il mondo è come un recipiente misterioso. Non lo si può toccare. Chi lo vuole afferrare lo perde», anche nella mano di Heidegger «si fa presente, come tutta addensandovisi, la realtà di uno sfiorare che rimane infinitamente lontano da ogni toccare», come recita una citazione che Han riporta da un suo vecchio testo (ivi, pp. 12, 82).

Tutto questo lessico del sein lassen, di un agire capace di ospitare al proprio interno un vuoto che gli impedisca di esaurirsi nella propria realizzazione, costituisce il vero leitmotiv delle pagine di Han, che si esprime in un continuo elogio dell’indugio, dell’attesa, della pazienza, del silenzio, della meditazione, di un nominare come atto d’amore irriducibile alla nietzschiana estrinsecazione di potenza. Come tale, esso definisce una profonda tensione messianica che è come l’alfa e l’omega della parabola descritta dal diario di Han, il centro a partire dal quale egli rende testimonianza della propria pratica. Il giardino segreto di Han è anche un giardino dei sogni, in quanto lì egli sogna «la terra a venire»; la sua modalità temporale è lo sperare, l’attesa struggente del domani, e l’elogio della terra che esso ispira al filosofo è rivolto alla «terra che verrà» (ivi, pp. 11, 43, 160). Ed è proprio questo proposito messianico, questo esercizio ad una paradossale attesa senza attesa, come avrebbe detto Blanchot, che ha probabilmente influenzato l’idea dalla quale Han racconta di essere stato «ossessionato, inebriato»: «La mia attività di giardiniere, iniziata in estate, è stata impostata fin dall’inizio allo scopo di far fiorire il giardino in inverno (…): la mia ambizione era di raccogliere nel giardino tutte le piante che fioriscono in inverno» (ivi, p. 43). Progetto arduo da realizzare soprattutto nel gelido inverno berlinese, nel quale a più riprese la primavera è sembrata agli occhi di Han «al di là del tempo, oltre ogni possibilità» (ivi, p. 63).

Esercitandosi all’attesa, alla fede nella venuta di queste primavere impossibili, è chiaro che Han intende proporre un esercizio spirituale per la nostra epoca, una postura da adottare nell’inverno tardocapitalista nel quale l’orizzonte dei possibili sembra più che mai prosciugato, il divenire storico irretito in una frenesia inconcludente che si rovescia in nauseante inerzia, e che pure Han sembra esortarci a concepire come una “stagione”, per quanto lunga e difficile, presa al pari delle altre nel movimento cosmico del transito incessante di tutte le cose, della decostruzione di ogni solida configurazione. E tuttavia, pur ripercorrendo in tal modo motivi triti e ritriti nel dibattito filosofico e nel panorama culturale contemporaneo, egli si pone nettamente agli antipodi rispetto a tutta la vulgata postumana dell’homo natura, del divenire-pianta e delle parentele orizzontali tra tutti i viventi come panacea: citando l’Hyperion, Han riflette piuttosto su come l’uomo sia difforme, escluso dallo «stupendo ciclo della natura», dalla sua anima che eternamente invecchia e torna a ringiovanire, «dalla calma di questo ardore, da questo indugiare pur nella sua fretta possente»; difatti, «la mortalità è forse l’amaro prezzo che paghiamo per esserci separati dalla terra, per poterci muovere liberamente, per essere autonomi. Probabile quindi che la libertà sia mortalità» (ivi, pp. 64-65).

L’elogio della terra di Han si colloca dunque in questo rimpallo tra ritorno alla terra e coscienza del nostro fondamentale distacco da essa, tra riscoperta di una ciclicità primordiale rimossa dagli schemi cumulativi e progressivi del capitalismo e frequentazione messianica di una certa linearità temporale che è la dimensione intrascendibile dischiusa dalla nostra individuazione. Lo fa con uno stile di scrittura ancora più ostentatamente ingenuo rispetto ai suoi precedenti saggi, quasi a voler convertire la filosofia all’espressione di un sublime e prezioso capriccio, riannodandola ad un dogmatismo latente in quella parola poetica dalla quale il discorso filosofico si è dovuto distaccare alla sua origine. Una scrittura – e di conseguenza una lettura – che possiede innegabilmente il potenziale di un esercizio di raccoglimento profondo, per quanto il viaggio in giardino da essa descritto non possa mancare di suscitare tutte le inquietudini che le soluzioni più intimistiche – dagli orti di Epicuro alle oasi di Jünger – alla domanda sul “che fare?”, così come quelle escatologiche e messianiche, hanno sempre portato con sé.

E tuttavia, più che una nota critica, è forse più giusto chiosare con dei celebri versi di The Waste Land che sarebbero l’esergo ideale alla via che un testo come Elogio della terra cerca di tracciare, un perfetto filo conduttore delle molteplici voci che esso richiama: Winter kept us warm, covering/ Earth in forgetful snow, feeding/ a little life with dried tubers. Byung-Chul Han non sarà il filosofo dell’epoca, ma è sicuramente un pensatore dalle cui pagine promana uno dei più stringenti inviti a provare a vedere le cose coi suoi occhi, a stare al suo gioco, almeno per un momento.

Elogio della terra. Un viaggio in giardino, Byung-Chul Han, Nottetempo, Milano 2022.

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