C’è qualcosa di eccessivo nel personaggio di Elettra di Sofocle, che lo rende originale e assoluto. Gli altri personaggi vicino a lei scompaiono, a partire da Oreste, che nella tragedia sofoclea diventa mero agente della vendetta dei due fratelli nei confronti della madre Clitennestra e di Egisto. La colpa dei due è di aver ucciso Agamennone, marito di Clitennestra e padre di Elettra e Oreste, e di continuare a vivere insieme.

Oreste non si lascia trascinare dal pathos e dice ad Elettra di non usare le parole per intensificare le emozioni, perché potrebbero far perdere efficacia all’azione: «Tralascia le parole superflue, non mi dire quanto è malvagia nostra madre. […] Questi discorsi potrebbero precluderti l’occasione propizia» (Sofocle 2024, p. 351).

La tragedia ruota tutta intorno al carattere di Elettra, che vediamo trascinata dalla forza del daimon. Se la centralità del carattere (ethos) assorbe l’intreccio (mythos) è perché l’ethos è trascinato dal daimon. Come dice Jean-Pierre Vernant, quando afferma che l’azione dell’eroe tragico appare come emanazione del carattere, solo in quanto è manifestazione di un daimon che lo eccede: «Chaque action apparaît dans la ligne et la logique d’un caractère, d’un éthos, dans le moment même où elle se révèle la manifestation d’une puissance de l’au-delà, d’un daimôn» (Vernant 2001, p. 30).

L’immagine che usa Elettra per descrivere sé stessa, preda dell’incontrollabilità del daimon, è quella del vortice: «La mia vita è un vortice perenne, che trascina innumerevoli e funesti affanni» (Sofocle 2024, p. 311). Tale vortice è restituito con intensità da Sonia Bergamasco, una Elettra perennemente inquieta, nella felice e fortunata messa in scena di Roberto Andò della tragedia di Sofocle, vista al Teatro Greco di Siracusa. Una Elettra che, impossibilitata a vivere sotto lo stesso tetto di chi le ha ucciso il padre, rimane in vita solo attraverso la passione dell’odio e della vendetta. Contrariamente a Crisotomi (Silvia Aielli), la sorella, che si adegua e le suggerisce, per acquisire pace, di “cedere ai potenti”.

La scena disegnata da Gianni Carluccio, con il palazzo di Micene adagiato a terra e le finestre come vie di accesso al sottosuolo – un palazzo-tomba – sintetizza con grande forza espressiva il senso di ciò che accade, dove il fatto che Elettra sia immediatamente fuori dal palazzo, avvicinata di volta in volta da Oreste (Roberto Latini) o da Clitennestra (una magnetica Anna Bonaiuto), mostra il suo stare immediatamente fuori – e dunque anche in prossimità – non del potere ma della morte.

E quando nel finale la morte, per mano di Oreste (tornato a farsi riconoscere, dopo essersi fatto passare per morto), si compie fuori campo, noi sentiamo solo la voce di Clitennestra giungere dal ventre del palazzo. Ed Elettra chiederà al fratello conferma che tutto si sia compiuto nel giusto modo: «“La sciagurata è morta?” “Non dovrai più temere che l’arroganza della madre rechi oltraggio”» (ivi, p. 363).

Ma ciò che colpisce nella tragedia e nello spettacolo è l’immodificabilità di Elettra, riportata in scena dal suo muoversi inquieto, con abiti anonimi e lisi (che contrastano con quelli abiti regali degli altri personaggi, tutti disegnati da Daniela Cernigliaro).

Tale immodificabilità è tipica dell’ethos nel tragico antico. Il personaggio non accede mai veramente alla libertà, perché è portato a fare ciò che non può che fare. È ciò che Virginia Woolf, ribaltando la prospettiva, ci dice in positivo parlando di “fidelity” degli eroi greci a loro stessi, inclusa Elettra. Negli eroi tragici greci, troviamo «the stable, the permanent, the original human being» (Woolf 2008, p. 7). Il non modificarsi, il non cambiare posizione, viene considerato come un atto coraggioso. Così risponde Elettra a Crisotemi, che le chiede di mutare la sua decisione, accettando la realtà: «“Non muterai la tua decisione?” “No: non c’è nulla di più odioso di una decisione vile”» (Sofocle 2024, p. 327).

Tant’è che anche quando la vendetta si compie, Elettra non sembra mutare. Sofocle non ci dice nulla al proposito, fa finire la tragedia con quel “varco verso la libertà” di cui parla il Coro, ma sembra vana speranza. Andò invece va oltre, e ci fa vedere Elettra ancora sola in scena, che va al piano a suonare, prima di mettersi raccolta, in posizione quasi fetale, sul pianoforte stesso.

La vendetta non ha liberato nulla, il personaggio si trova al di fuori del vortice ma ancora chiuso in sé stesso, regredito con la morte della madre. E ciò evidenzia qual è la vera posta in gioco del tragico antico, la ragione per cui continua a parlarci ancora oggi, al di là dello statuto alto e nobile dei personaggi. Ciò che dice è ancora e sempre la passione soggettiva che isola il soggetto dagli altri e dal mondo, e lo rende incapace di giungere ad un accordo attraverso la parola. Tale passione è il vero daimon, istituisce il soggetto, ma impedendogli di cambiare lo condanna a morte reale o simbolica.

Riferimenti bibliografici
J.-P. Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Mythe et tragédie en Grèce ancienne – I, La Decouverte, Paris 2001.
V. Woolf, Not Knowing Greek, Hesperus Press Limited, London 2008.

Elettra. Opera di: Sofocle; regia: Roberto Andò; traduzione: Giorgio Ieranò; scene e disegno Luci: Gianni Carluccio; costumi: Daniela Cernigliaro; musiche: Giovanni Sollima; suono: Hubert Westkemper; interpreti: Danilo Nigrelli, Roberto Latini, Sonia Bergamasco, Paola De Crescenzo, Giada Lorusso, Bruna Rossi, Silvia Ajelli, Anna Bonaiuto, Roberto Trifirò, Rosario Tedesco, Simonetta Cartia; anno: 2025.

*Foto di Franca Centaro.

Share