Se l’Edipo re è costruzione di un intreccio, di un mythos, di cui il personaggio è una risultante, Edipo a Colono è un viaggio in una terra di nessuno, dove di fatto accade poco o nulla, e tutto passa per un pathos che trova rappresentazione nel transitare da esule di Edipo.

Edipo a Colono sembra smentire la Poetica di Aristotele, e farci vedere che può esistere una tragedia senza mythos. Edipo, nell’ultima tragedia scritta da Sofocle oramai vecchio, è in una situazione sospesa, collocato tra: due città, Tebe ed Atene, due re, il tiranno che esilia (Creonte) e il sovrano che guida (Teseo), il maschile e il femminile (gli odiati figli e le amate figlie), il ghenos e il potere. Ma soprattutto, Edipo, esule oramai invecchiato e stanco, abita lo spazio-tempo tra la vita e la morte. È questo l’intervallo in cui le forme del pathos vengono a rappresentazione, e il pathos più forte non può che essere il tempo: «Solo gli dèi sono sottratti a vecchiaia e morte, tutto il resto lo domina il tempo onnipossente. Perde vigore la terra, il corpo cede, la fedeltà si spegne, l’infedeltà fiorisce. E anche tra gli amici non corre il medesimo sentire, né tra città e città. Agli uni ora, agli altri poi le cose amate divengono nemiche, e poi di nuovo care» (Sofocle 2014, pp. 192-193). L’incedere inesorabile del tempo cambia sentimenti e ordine delle cose, ma soprattutto accompagna verso la vecchiaia e la morte.

Tutto questo viene restituito con forza espressiva dalla regia di Robert Carsen in Edipo a Colono, in scena al Teatro Greco di Siracusa.  Qui le scene di Radu Boruzescu riconsegnano una immagine di pace e di morte serena – una scalinata con dei cipressi –, quella che accompagnerà Edipo nel suo viaggio verso l’aldilà. Da quella scalinata, dopo la morte, vedremo Edipo ridiscendere, con abito verde, la sua camminata sarà serena, non come quella di una fantasma che viene ad ossessionarci, ma come uno spirito che tornando ci rasserena, perché una vita è giunta a compimento, e il grande dolore che l’ha segnata può essere comunque sanato e redento. Come dice il coro, che nello spettacolo di Carsen diventa coro delle Eumenidi (assenti in Sofocle): «Non essere nati è lo stato che tutti gli altri sovrasta. Per l’uomo, una volta venuto alla luce, rientrare al più presto nel luogo onde venne, di certo è l’altro massimo bene» (ivi, p. 241).

Il limen, la scena semicircolare in cui, arrivando dalle gradinate degli spettatori, il vecchio Edipo approda accompagnato dalla figlia Antigone (bravi entrambi gli interpreti, Giuseppe Sartori e Fotini Peluso), è uno spazio dal quale Edipo di fatto non esce se non risalendo le gradinate col bosco di cipressi. È lo spazio in cui l’insieme dei sentimenti passati e presenti, l’amore per le figlie, l’odio per il figlio Polinice e per Creonte, il rispetto per Teseo e per chi lo ospita in quella terra in cui è straniero, rispettando vecchiaia e dolori, si addensano, si intensificano, prima di distendersi nella morte che tutto placa e che avviene fuori scena.

Una morte raccontata dal Messaggero: «L’uomo se ne andò senza gemito alcuno, non afflitto da morbi, degno di meraviglia come nessun altro dei mortali» (ivi, p. 269). È una morte capace di liberare anche le figlie, perché vieta di rendere noto il luogo della sua sepoltura, e le spinge dunque a ritornare a Tebe, per provare ad evitare la morte che incombe tra i fratelli. Questa liberazione, che ha anche i connotati di una dimensione post-tragica, dove il tragico resta solo come traccia del passato, Edipo l’aveva già avviata in vita, riconoscendo che aveva subito («Le cose tremende che ho sofferto», ivi, p. 181) e non compiuto le azioni nefaste di cui è stato responsabile. Tale riconoscimento libera dalla colpa, come dice rivolgendosi a Creonte: «Ma tu non puoi trovare in me ombra di colpa, da espiarsi peccando contro me stesso e i miei» (ivi, p. 221).

Se il tragico è assunzione piena di colpe, anche non nostre, anche per azioni non volute, questa liberazione dalla responsabilità e dalla colpa è in definitiva il superamento del conflitto tragico e l’entrata in una ritualità mitico-orfica, in una dimensione sacra in cui l’individuo si trova, solo e sereno, ad affrontare la propria morte.

Edipo si libera dal suo destino funesto, che lo ha portato a compiere ciò che non avrebbe mai fatto volontariamente, entrando da errante ed esule, vecchio e umano, senza alcun titolo di regalità, nella zona sacra e liminale di Colono. È pronto a liberarsi dai sentimenti di odio che ancora lo legano al passato per accedere ad una piena liberazione spirituale, che passa per l’amore, come dice alle figlie prima di morire: «Una parola sola dissolve tutte le pene: l’amore» (ivi, p. 267).

La bellezza dello spettacolo di Carsen sta nell’aver saputo tradurre nei diversi elementi della messa in scena (belli anche i movimenti coreografici di Marco Berriel) l’elevazione spirituale, la morte come destino sacro ed individuale, finalmente liberata dalla sua assegnazione violenta a sé stessi e agli altri, tipica del tragico.

Edipo a Colono. Opera: Sofocle; regia: Robert Carsen; traduzione: Francesco Morosi; scena: Radu Boruzescu; costumi: Luis Carvalho; musiche: Cosmin Nicolae; disegno luci: Robert Carsen, Giuseppe di Iorio; assistente alla regia: Stefano Simone Pintor; assistente scenografo: Alison Isabel Walker; interpreti: Giuseppe Sartori, Fotinì Peluso, William Caruso, Rosario Tedesco, Elena Polic Greco, Andrea Bassoli, Guido Bison, Sebastiano Caruso, Spyros Chamilos, Gabriele Crisafulli, Manuel Fichera,Elvio La Pira, Emilio Lumastro, Roberto Marra, Jacopo Sarotti, Sebastiano Tinè, Clara Bortolotti, Massimo Nicolini, Paolo Mazzarelli, Simone Severini, Pasquale Montemurro.

*Foto di Michele Pantano.

Tags     INDA, Robert Carsen, Sofocle
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