Che cos’è un matrimonio? Questa è la domanda al cuore di un film per molti versi straordinario come È l’ultima battuta? (Is This Thing On?) di Bradley Cooper. Di film e storie matrimoniali ce ne sono stati tanti, anche negli ultimi anni, divisi tra la ripresa di “scene” europee (bergmaniane, in primis) e “storie” americane, tragiche o commediche (fino a Storia di un matrimonio). Ma il film di Cooper – interpretato da Will Arnett, anche co-sceneggiatore del film – porta ad espressione il cuore non-detto di una relazione matrimoniale.  

Il matrimonio non è un contratto tra soggetti distinti né un luogo dove l’amore trasforma il “due” in “uno”, ma non è neppure l’istituzione garante del controllo e dell’educazione della stirpe: i figli possono benissimo crescere al di fuori del matrimonio, o con uno solo dei due genitori. Il matrimonio è l’istituzione che dà forma – attraverso la continuità di una relazione – all’abitare il tempo da parte dell’uomo. Il matrimonio riguarda il due-in-uno, non nel senso della unificazione simbiotica, ma nel senso che attraverso il “due” amato il soggetto trova un modo felice, creativo, vitale, di abitare il tempo. E soprattutto di conciliarsi con la sua continuità, nell’avvicendamento delle fasi della vita. 

Quando questo non avviene, quando il “due” viene percepito dall’“uno” come un limite, perché l’uno proietta sull’altro il limite che ha in sé, il tempo si aggroviglia, precipita, si scioglie, come si scioglie il legame. La polarità che si apre è dunque questa: sciogliere il nodo che blocca la relazione o sciogliere la relazione? 

La prima è la soluzione più complessa, perché il soggetto deve fare i conti con i suoi limiti e la sua insufficienza (o con la sua “depressione”, come dice Alex nel film), la seconda è la scorciatoia più praticata, perché mette il soggetto nella posizione illusoria di rinnovare il tempo in forma continua, azzerandolo e ricominciando. Alex e Tess (Laura Dern) decidono di divorziare. Dopo quasi trent’anni di relazione si è venuta a creare una distanza della quale nessuno dei due ha avuto consapevolezza. Le ragioni non sono chiare. Nessun tradimento in gioco. I due figli sembrano essere felici. Nella vita ci si allontana senza sapere perché. E se questo accade è perché il soggetto si allontana da se stesso, ma non lo vede o non lo vuol vedere.

Alex, che è andato a vivere in un altro appartamento, si trova una sera per caso in un locale di stand-up comedy e inizia a raccontare della sua crisi coniugale. Gli piace e piace al pubblico, dunque tornerà più volte in quel locale, ad esprimere come in una seduta di psicoanalisi ciò che sta attraversando. In questo tempo sospeso, dove Alex e Tess sono divisi ma non del tutto, Alex va a letto con un’altra donna. Lo racconta in uno stand up, al quale senza saperlo è presente anche Tess con un suo amico. Questa confessione pubblica riapre il rapporto tra i due, che riprendono ad incontrarsi come amanti, di nascosto agli amici, di fronte ai quali “restano separati”.

Ma giunge il momento delle parole e della verità. Quel qualcosa di indefinibile che allontana i coniugi deve trovare le parole per essere detto. L’immagine ideale che Alex ha di Tess – ex campionessa di pallavolo – la fa soffrire. Quell’immagine – sintetizzata nella fotografia che la vede saltare e schiacciare di spalle, che Alex ama e le mostra – è un’immagine di forza e di giovinezza, che Tess sente finita. Non si sente più come prima. Avere smesso di giocare le ha creato problemi, l’immagine ideale di sé è crollata, vederla proiettata nello sguardo del marito non allevia, semmai peggiora. “Tu eri la depressa” le dice Alex. “Mi hai lasciato sola” risponde lei. Il tempo si spezza, e di questa frattura –  interna alla temporalità del soggetto – viene ritenuto responsabile il legame matrimoniale. 

La distanza che si crea nel soggetto – effetto della discrasia tra l’immagine ideale di sé e la realtà che non gli corrisponde – viene proiettata sul matrimonio. E dunque la crisi matrimoniale diventa un enigma: “Qual è il problema?” “Non lo so”. In fondo, marito e moglie non sanno darsi spiegazioni, perché l’attrazione rimane comunque viva. 

Alex farà allora un passo in avanti e dirà che anche lui era depresso: “Io ero infelice nel matrimonio, non del nostro matrimonio”. La proposta di Alex è di fare del matrimonio una relazione che riconosca tali infelicità individuali, affidandole comunque ad una vita insieme.

L’intuizione che il film mette in scena è che la crisi matrimoniale è sempre un mistero, che il “due” diventa la proiezione di qualcosa che abita l’“uno” e il suo rapporto inevitabilmente incompiuto e irrisolto con il tempo e il senso della propria esistenza. Il matrimonio diventa allora lo spazio di proiezione e rivelazione della crisi dell’“uno”. La scena di un conflitto attraverso cui il soggetto prova a salvare se stesso sacrificando l’altro (giungendo quasi a vampirizzarlo).

Se il matrimonio è la forma che – nella relazione con l’altro – l’uomo prova a dare al suo rapporto con il tempo e al suo essere nel mondo, tale forma sarà sempre insufficiente e si lacererà, perché il rapporto con la continuità del tempo passerà per fratture, precipitazioni, vortici. Quando questo non accade è per l’attivazione di elusioni protettive, di rimozioni e rinunce, che trasformano il vivere nella tessitura del banale. Ogni matrimonio è dunque destinato – strutturalmente, non occasionalmente – al fallimento. È destinato alla catastrofe. L’unica possibilità è che rinasca dalle proprie ceneri.

Questo ci hanno detto i grandi romanzi e film sul matrimonio, non quello della giovane coppia che convola a nozze nella commedia, ma quello che include in sé il tempo e il suo passare. Cioè il matrimonio giunto a una sua fase matura, alla sua crisi inevitabile, alla quale conseguiranno o scioglimento o ripresa.

La rinascita dopo la catastrofe può avvenire in forma “miracolosa”, come nell’unico grande film italiano sul matrimonio e il tempo, Viaggio in Italia (1954) di Roberto Rossellini, o può avvenire attraverso un “ritorno alla realtà” guidato dal femminile, dopo le derive, i sogni, i riti, e le fughe orgiastiche immaginarie di marito e moglie in Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick. Se nel film di Rossellini la ripresa miracolosa avviene in una processione religiosa, e nel film di Kubrick è l’uscita dal rito orgiastico, visionato o sognato dai coniugi, a riportare al senso del limite, il film di Cooper ci dice che questo passaggio alla luce contempla il momento teatrale e confessorio (simile ad una seduta di analisi) dello stand-up, in cui i due coniugi si rivelano a loro stessi.

In È l’ultima battuta? la riconciliazione è guidata dal maschile, segnato dal sentimento e non dalla forza, e dalla capacità di Alex di resistere al “vampirismo ritorsivo”, sempre pronto ad emergere nella vita di una coppia, arrivando a intuire che usando l’altro e la relazione il soggetto perderà oltre al matrimonio anche se stesso.

In un momento in cui nel racconto dei sentimenti d’amore, l’Occidente ha toccato il suo punto più basso, non avendo altro linguaggio che quello che contrappone senza via d’uscita la sopraffazione e la “tossicità” delle relazioni al matrimonio come valore assoluto del “per sempre sì”, la grande arte e il grande cinema – di cui fa parte È l’ultima battuta? – ci dicono per fortuna qualcosa d’altro e di più. Ci dicono che nelle relazioni d’amore e nei matrimoni accade qualcosa di straordinariamente complesso e non facilmente districabile, che riguarda la via d’accesso del soggetto al mondo e al divenire del tempo attraverso l’istituirsi della relazione. Tale accesso è allo stesso tempo perdita e conquista. Il “sì” della celebrazione definisce l’avvio di questo accordo con l’altro e con il mondo, il suo momento anche “illusorio”, ma da quel momento il sì e il no procederanno inevitabilmente in un abbraccio stretto. 

L’accordo oggi più di ieri è difficile da trovare, perché le forme di vita non agevolano ritualizzazione e processi di riconciliazione (sciogliere i nodi) e spingono per continui processi di insularizzazione sociale (sciogliere la relazione), perché questo genera l’ebbrezza illusoria di una intensificazione e accelerazione del tempo. Prima di scoprire che la forma in questa accelerazione si è lacerata definitivamente. Le possibilità di ritesserla, senza ritrovarsi al punto di partenza, sono poche.

Alex lo sa, la sua resistenza sarà premiata, la foto di Tess che porterà con sé sarà ora quella di una donna matura con il volto segnato. Sarà la sua moglie reale. E in questa realtà Alex ritroverà, nell’happy end finale, Tess, i figli, e una nuova riconciliazione con il tempo della vita.

È l’ultima battuta? Regia: Bradley Cooper; sceneggiatura: Bradley Cooper, Will Arnett, Mark Chappell; fotografia: Matthew Libatique; montaggio: Charlie Greenee; musiche: James Newberry; interpreti: Will Arnett, Laura Dern, Andra Day, Bradley Cooper; produzione: Lea Pictures, Archery Pictures; origine: Stati Uniti; durata: 121’; anno: 2026.

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