Due anime in un corpo (atipico)

di LUCA VENZI

Il primo re di Matteo Rovere.

RovereIl primo re di Matteo Rovere, rilettura della leggenda di Romolo e Remo e della fondazione di Roma, è un’opera ambiziosa e sorprendente, tanto severa quanto spettacolare e cruenta, diseguale e imperfetta ma, più di ogni altra cosa, originale nel panorama contemporaneo del nostro cinema, di cui contribuisce in modo rilevante a esibire ricchezza e varietà di proposte.

Scritto dal regista con Filippo Gravino e Francesca Manieri e costato circa nove milioni di euro, interamente recitato in un suggestivo, composito, e spesso mormorato, latino arcaico costruito grazie al lavoro con una équipe di linguisti, e tuttavia nel complesso poco dialogato, il quarto lungometraggio di finzione di Rovere esibisce una doppia anima, vale a dire due ampie direttrici compositive che intreccia, alternandole, lungo il corso del suo intero processo configurativo. Da un lato, costruisce un universo definito e compatto, dominato da una natura potente e spaventosa, costantemente battuto dalla pioggia, immerso nel fango, sempre filmato con luce naturale (la fotografia, notevolissima, è di Daniele Ciprì): quello che prelude alla fondazione di Roma è, nel film, un mondo brutale, livido e oscuro, ostile in ogni sua apparenza e che sembra sempre sul punto di ingoiare esseri e cose. Ne sorregge la rappresentazione un intenso lavoro sul paesaggio, e sui corpi che vi si agitano, sistematicamente costretti alla fatica e all’affanno, travolti dall’acqua, risucchiati dalla foresta, ricoperti di sangue e di terra, cosparsi di fango. Qui la visione è aspra e puntuta – sottotitoli, ritmi dilatati, lunghi silenzi –, lontana da arrotondamenti in chiave popolare, unicamente ammorbidita da una colonna musicale forse eccessivamente invasiva. E l’immagine è sporca e greve, materica in ogni sua parte, benché non priva di compiute, spesso suggestive ricercatezze formali (riprese aeree, potenti plongée, ecc.). È questo l’orizzonte più ardito e più stratificato del film e il più originale in termini compositivi.

Dall’altro lato, Il primo re sviluppa fin da subito una linea formativa mossa e dichiaratamente spettacolare, in larghissima parte centrata sulla costruzione di scene di combattimento corpo a corpo e sulla definizione di ritmi intensissimi, di marcati dinamismi, di esibita sensazionalità: vi domina, più di tutto, una violenza insistita ed esasperata, che risparmia poco o nulla – distruzione di corpi, profusione di sangue e tutte le codificate sonorità connesse a questa definita tipologia di rappresentazione – allo sguardo dello spettatore. È il lato evidentemente meno inventivo del film, che qui pare conformarsi alle declinazioni dominanti dell’orizzonte spettacolare/attrazionale dell’audiovisivo contemporaneo, di cui appunto il trattamento della violenza in termini di attrazione, accanto o assieme al mirabolante tecnologico, costituisce uno dei segni più ricorsivi, ma anche meno elaborati in termini di processualità propriamente compositiva. Più in generale, la coniugazione di austerità e impianto sensazionale è fin da subito perfettamente compresa nell’impressionante sequenza d’apertura: nel silenzio immobile e petroso di un ampio spazio verdeggiante, un uomo recita più volte, quasi sussurrando, una preghiera, un altro raccoglie un agnello, avverte in lontananza l’arrivo imminente del pericolo, grida al primo di fuggire: una spaventosa montagna d’acqua esplode all’orizzonte e precipita su tutto – è un’esondazione del Tevere – travolgendo Romolo e Remo, che affondano, riemergono, urtano ovunque, si soccorrono l’uno con l’altro, in una prolungata, concitatissima lotta per la sopravvivenza.

La doppia articolazione formativa si compone in un quadro equilibrato ma in definitiva monocorde, e se lo spettatore meno avvezzo alla severità della rappresentazione non fatica poi tanto a seguirne sviluppi e articolazioni, quello più vulnerabile rispetto al côté più propriamente aggressivo, disturbante dell’immagine ne riconosce presto la conformazione ripetitiva e alla fine vi soggiace senza eccessivi patimenti.

Misurati e mai abitati da cedimenti, i dialoghi, efficace la costruzione dei personaggi (il manipolo di uomini, brutali e sperduti, che Remo libera, col fratello, dalla prigionia e dalla morte sicura e che guida nella foresta divenendone il capo, ma anche la Vestale Satnei, figura dolente e oscura), ma soprattutto è suggestiva, e perfettamente riuscita, la rilettura dell’intera vicenda attraverso la centratura drammaturgica, narrativa, emotiva sulla figura di Remo, eroe guerriero e capo spietato, che sfida il volere degli dèi – e in un momento di particolare intensità (“in quel fuoco non c’è nessun dio”) arriva a negarne l’esistenza – in ragione di un amore assoluto, profondissimo, non negoziabile per il fratello, che lo riama in egual modo e che, ma solo alla fine, scoprirà le proprie doti di capo pragmatico e lungimirante.

Borghi, nei panni di Remo, fornisce una prova di straordinaria intensità, tutta fisica, nervosa e insieme concentratissima – che conferma la notevole duttilità di questo interprete –, fatta di posture contratte, di sguardi ciechi, di scatti improvvisi. Molto efficace, nel ruolo di Satnei, la stessa Tania Garribba, interprete di formazione teatrale, ma tutto il cast, compreso Lapice (Romolo), e all’interno del quale occorre menzionare almeno anche il dardenniano Fabrizio Rongione (parte della coproduzione è belga) e Massimiliano Rossi, serve, da cima a fondo, del tutto compiutamente il film. Per il quale sono stati da più parti avanzati riferimenti internazionali privilegiati (tra cui il truce Apocalypto, 2006, o il più recente, e mediocre, Revenant, 2015), ma il cui tratto di novità va misurato soprattutto, come detto, nell’orizzonte attuale del nostro cinema, rispetto al quale per modi, forme, atmosfere, apparato produttivo, tempi di lavorazione, ecc., il film di Rovere costituisce davvero un modello atipico e di notevole interesse.

Chiudo con una nota di rammarico per la (evidentemente attesissima) sequenza del fratricidio: Rovere sembra lasciar credere allo spettatore di voler abbandonare i due fratelli in lotta, e allontanarsi definitivamente verso un altrove cieco e indistinto, vale a dire verso la Storia, attraverso un’incisiva ripresa aerea, che sfila via veloce: e invece, purtroppo, ritorna sui combattenti e mostra ciò che non occorreva mostrare. Così Remo, personaggio fin lì indimenticabile, muore – colpo di spada, sguardo attonito – come troppo spesso al cinema si muore: come un personaggio qualsiasi in un qualsiasi film in costume.

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