La cognizione del dolore nella terra dell’abbondanza

di ALESSANDRA AZZALI

Dopesick di Danny Strong.

Nel vino, di cui bevevano, mise un farmaco che l’ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene.
Odissea, IV, 219-221

 

Nelle narrazioni cinematografiche e seriali americane ambientate negli ultimi tre decenni capita spesso di assistere ad una situazione ricorrente e non del tutto comprensibile. Una persona subisce un infortunio, assume antidolorifici regolarmente prescritti dal medico, e in brevissimo tempo diventa un tossicodipendente con gravi crisi di astinenza. Necessita di un percorso di disintossicazione, conseguente perdita del lavoro, disintegrazione dei rapporti sociali e dei legami familiari. È quanto succede al protagonista Noah Solloway, nella terza stagione di The Affair, o alla dottoressa Lauren Bloom nella seconda stagione di New Amsterdam, solo per citare un paio di esempi.

Il tema della dipendenza da alcool, fumo o droghe è piuttosto comune, ed è presente spesso in serie e film americani. Varie forme di addiction compaiono in serie molto diverse tra loro, da Mad Men a This is Us, da Breaking Bad a The Knick, o in film come A Star is Born, fino al più recente remake di Nightmare Alley in cui Guillermo Del Toro trasforma, con suggestiva intuizione, l’originale dipendenza letale da metanolo in una enigmatica miscela di metanolo e droga, capace di trasformare letteralmente l’uomo in bestia da circo.

Il fenomeno della dipendenza da antidolorifici non è però una semplice storia di dipendenza da sostanze nocive o illegali, una ennesima dipendenza da incentivare in nome del profitto: è un caso molto più specifico e complesso, che rappresenta una pagina atroce e meno conosciuta della recente storia americana, nota nella narrazione mediatica come crisi degli oppioidi o opioid epidemic, che nel 2017 è stata ufficialmente dichiarata emergenza sanitaria dall’HHS, il Dipartimento della Salute del governo degli Stati Uniti. Si tratta di dipendenza e conseguenti effetti letali derivanti dall’uso di antidolorifici legalmente prescritti dai medici del sistema sanitario nazionale americano. A partire dai primi anni novanta aziende farmaceutiche americane hanno immesso sul mercato antidolorifici a base di oppioidi, assicurando la comunità medica che, con questa nuova tipologia di farmaci, i pazienti non avrebbero corso il rischio di diventare dipendenti. I medici del sistema sanitario nazionale hanno dunque cominciato a prescriverli in quantità massicce. L’aumento vertiginoso delle prescrizioni mediche di tali farmaci ha causato abuso di oppioidi da prescrizione e, parallelamente, un mercato illegale di farmaci e di eroina, prima che fosse chiaro, dopo quasi trent’anni, che tali antidolorifici causano invece grave dipendenza. Questo fenomeno ha avuto ripercussioni sociali devastanti e ha causato un numero di vittime inimmaginabile.

Negli ultimi fotogrammi del film Crisis. Confini e dipendenze del 2021 – che tratta la crisi degli oppioidi nella forma di un thriller complessivamente sbiadito e convenzionale – si legge: «Negli ultimi due anni sono morti per overdose da oppioidi più americani che nella guerra del Vietnam». Il dettagliato libro-reportage di Beth Macy, Dopesick: Dealers, Doctors and the Drug company that addicted America, è alla base della miniserie di Danny Strong, Dopesick, il cui efficace sottotitolo italiano Dichiarazione di dipendenza parafrasa e capovolge, con felice intuizione, il senso dell’azione fondativa alla base del più potente paese dell’Occidente capitalista. La serie in otto episodi, diretti, tra gli altri, da Barry Levinson e Michael Cuesta (Dexter, Homland) è la narrazione seriale definitiva sulla crisi di oppioidi da prescrizione in America.

Strong compone un racconto stratificato e corale, crudo e avvincente, moltiplicando luoghi, tempi e punti di vista in asciutto equilibrio tra cronaca e vicenda umana, evitando opportunamente ogni convenzionale accento retorico o registro melodrammatico. La storia va avanti e indietro nel tempo, partendo nel 1986 e arrivando al 2021, e si muove tra la desolata provincia mineraria della Virginia occidentale, le sontuose sale del Met di New York dove si riunisce la famiglia degli industriali farmaceutici, le aule aziendali dove vengono indottrinati i venditori, le stanze della Dea, gli uffici della Procura.

La cronaca di come un’azienda farmaceutica abbia causato una strage di massa, con la peggiore epidemia di droga nella storia d’America, include fatti e nomi veri come quello del farmaco Oxycontin e della multimiliardaria famiglia Sackler. Altre situazioni e personaggi sono di finzione, ma ispirati ad eventi reali. Samuel Finnix è un dimesso medico di provincia devoto alla missione della professione medica, impersonato da un notevole Michael Keaton. Betsy Mallum è una giovane minatrice, interpretata da Kaitlyn Dever, già protagonista di Unbelievable. Billy, un impacciato venditore farmaceutico. Persone tranquille, modeste, incapaci di cavalcare il sogno americano, provenienti dal cuore dolente di un’America profonda e depressa. L’America degli Appalachi, con lavoratori che estraggono carbone dalle montagne e che “ogni giorno rischiano la vita per illuminare le grandi città, che portano il fardello della costruzione di questo Paese sulle loro spalle e meritano di farlo senza dolore”. Ci sono poi l’agente della Dea Bridget Meyer (Rosario Dawson) e il procuratore Rick Mountcastle (Peter Sarsgaard) che, insieme, tra le umane complicazioni delle loro vite private, cercano di ricostruire le bugie e le responsabilità alla base di un fenomeno vasto e complesso. A questi fa da contraltare il mondo di Richard Sackler, introverso, ambizioso, edipico figlio di uno dei fondatori della casa farmaceutica, interpretato da un impeccabile Michael Stuhlbarg, già tra i protagonisti di Boardwalk Empire di Scorsese.

Il primo episodio di Dopesick si apre nel 1986, con il discorso di Richard Sackler davanti al consiglio di amministrazione della Purdue Pharma: “È arrivato il momento di ridefinire la natura del dolore. Per troppo tempo la comunità medica americana ha ignorato il dolore cronico e tutto questo ha creato un’epidemia di sofferenza. Convivere con il dolore impedisce di vivere il meglio di noi stessi, sentire, pensare, perfino amare“.

Si costruisce una cultura farmacologica che si pone l’obiettivo, idealmente filantropico, della scomparsa del dolore, basandosi su ricerche scientifiche finanziate dalle stesse case farmaceutiche, in cui studi e dati si piegano flessibilmente ai requisiti del sistema sanitario, reinventando il mercato: “Non si insegue il mercato, lo si crea” dice uno degli anziani fondatori della Purdue Pharma. “Dopo aver creato il più potente antidolorifico della storia bisogna creare una patologia”. Si innesca dunque una catena di manipolazioni e bugie propinate come progressi scientifici, fino ad inventare la patologia del “dolore episodico intenso” e a negare i sintomi della dipendenza attraverso la fantasiosa teoria della “pseudodipendenza”, dichiarando che la dipendenza non è causata dal farmaco ma da una predisposizione genetica del paziente.

Dopo anni di indagini e centinaia di migliaia di morti, si crea una mobilitazione sociale attraverso movimenti e associazioni dei familiari delle vittime, fino alle cause civili, ma solo nel 2021 la famiglia Sackler viene condannata a risarcimenti miliardari. La serie si chiude con le immagini di repertorio sulla condanna della Purdue Pharma, le dichiarazioni rilasciate dai membri della famiglia Sackler e i grandi musei come il Met, il Louvre e il Gugghenheim che rifiutano le donazioni Sackler e ne bandiscono il nome, secondo la collaudata cancel culture dell’America contemporanea. Le immagini finali tornano sul dottor Finnix che, superata la personale dipendenza da antidolorifici, parla in un incontro presso una comunità di recupero. “Il dolore è solo dolore, non è buono o cattivo, fa solo parte dell’essere umano. A volte può uscire qualcosa di buono se abbiamo il coraggio di andare un po’ più a fondo e cercare una strada per cercare di superarlo. Potremmo trovare la parte migliore di noi”.

Oltre all’ovvia spietatezza della logica del profitto che, se priva di etica, genera catastrofi, Dopesick racconta l’ingannevole chimera dell’abolizione del dolore nel paese delle grandi opportunità. Il perseguimento di una distopica atarassia farmacologica perde di vista il nesso tra cura e veleno (etimologicamente contenuto nella stessa parola “farmaco”). Basti pensare che l’eroina (Heroin), anch’essa derivata dall’oppio, nasce come un prodotto della casa farmaceutica Bayer (la stessa che ha inventato l’Aspirina) e proprio l’eroica sensazione di benessere data dal superamento del dolore è l’ispirazione del nome stesso eroina, come ci rammenta la serie The Knick di Soderberg, incentrata sui pionieristici approcci medici nella New York dell’inizio del ‘900.

In un meccanismo capitalistico il dolore fisico corrisponde ad una inefficienza e compromette la presenza attiva nel circuito della produzione e dei consumi. “Da quando prendo questa medicina non ho saltato neanche un giorno di lavoro”, testimonia una paziente nel video pubblicitario del farmaco Oxycontin. Il dolore è un tabù in quanto limita la possibilità dell’individuo di essere operativo e funzionale al sistema, impedendo quel diritto alla felicità sancito dalla costituzione americana. Resta da capire quale felicità.

Dopesick. Ideazione: Danny Strong; interpreti: Micheal Keaton, Peter Sarsgaard, Micheal Stuhlbarg, Will Poulter, Rosario Dawson; produzione: 20th Television, John Goldwyn Productions, The Littlefield Company; Distribuzione: Hulu, Disney +; origine: USA; anno: 2021.

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