All’inizio degli anni ‘80, gli italiani vengono improvvisamente investiti da un’offerta televisiva che stravolge le abitudini di fruizione dello spettatore medio. La tv comincia a rimanere accesa in orari anomali. Arrivano i cartoni animati giapponesi, pieni di strani robot combattenti e la gioventù italiana si lascia abbacinare dall’irruzione di Goldrake nel salotto di casa. Contemporaneamente – se non ricordiamo male – sull’altra rete nazionale spopolava Happy Days. Memorabile resta l’intemerata di Nanni Moretti, nel suo film Aprile, contro i dirigenti della FGCI – futura classe dirigente dalemian-veltroniana – che verso le 19,00 correvano tutti a casa a vedere Fonzie.

Naturalmente la televisione era parte di quel complesso fenomeno che venne definito riflusso – cioè regressione liquida, flusso di ritorno – che nel giro di pochissimi anni aveva sconvolto l’antropologia di massa degli italiani. Ipnosi televisiva, nuovi linguaggi e nuovi modelli culturali, egemonia del consumismo e dell’individualismo, apologia del disimpegno: a questa cornice di neo-perbenismo piccolo borghese, faceva da contraltare la società reale – la diffusione inarrestabile dell’eroina, le carceri strapiene, le guerre di mafia sanguinosissime, la vita sociale che si impoveriva e i quartieri che si desertificavano.

Il romanzo Distruggi il male di Luca Cangianti ci riporta nella Roma livida di quei giorni di inizio decennio. Letteralmente dalla sera alla mattina, la società italiana era transitata da una epifania rivoluzionaria, violenta, passionale e colorata, verso una sensazione di prostrazione e impotenza che portava le persone, appunto, a rifluire in una sfera privata fasulla e alienata. Tutto pareva accaduto in un attimo fatale. Come se l’intera società fosse passata attraverso un portale, uno stargate, un accidenti di dispositivo in grado di accelerare il tempo storico.

Protagonisti del racconto, un gruppetto di liceali che vive quella stagione di passaggio tra nostalgie e inconsapevolezze. Gli anni buoni sono immediatamente alle loro spalle – e ne avvertono gli echi – mentre il  futuro appare impenetrabilmente cupo. La compagnia si imbatte, in maniera casuale, proprio in una “porta magica”, nascosta in mezzo ai ruderi della campagna romana, un varco spazio-temporale il cui attraversamento conduce verso mondi ignoti. Qui il racconto vira verso la dimensione del “fantastico” e Luca Cangianti – amico e sodale nell’esperienza di Carmilla del compianto Valerio Evangelisti – dimostra di averne assimilato l’eredità letteraria: usare la letteratura di genere, esasperarne i presunti canoni, fino a stravolgerli e metterli al servizio di un modo di raccontare originale, che sfugge ai canoni stessi. 

Quindi: adottare il fantasy come telaio narrativo, lasciare in sottofondo la storia reale del conflitto sociale come ancoraggio alla realtà e perseguire felicemente la sovversione dei “generi”, delle estetiche e delle coscienze. Al lettore si chiede complicità e disponibilità ad accettare l’inaspettato. Perché questo uso piratesco del genere è spesso ridondante, volutamente forzato, esuberante, eccessivo. Si racconta di diversi piani temporali?  E allora Saintsimoniani, partigiani romani e militanti No Tav valsusini si confrontano con le utopie del loro tempo, tra diari, vecchie armi e memorie generazionali. Perché il “portale” mette in connessione le vite di giovani di epoche diverse che sbattono la testa contro la storia, le sue durezze, le sue aporie e i suoi mostri – che in un romanzo fantastico assumono proprio le sembianze più “mostruose” che il lettore possa immaginare. 

Luca Cangianti è al suo terzo romanzo, dopo Sangue e plusvalore e I morti siete voi e lo stile narrativo, nonché la tensione etica del racconto, sembrano seguire un filo di continuità con i suoi precedenti lavori. C’è il Nemico, c’è il Potere, c’è l’Ignoto, ma c’è anche la speranza combattiva di chi resiste ai mostri – veri o metaforici. Gli avventurosi liceali raccontati da Cangianti – simbolo di quel pezzo di gioventù degli anni 80, minoritaria e avventurosa, che non si rassegnava al mesto riflusso – sceglieranno di non girare lo sguardo e sfidare le torbide autorità che stanno mettendo le mani su quanto da loro scoperto nelle campagne della zona Appio Tuscolano. 

E qui il gioco dei rimandi si fa sottile e l’elemento autobiografico prevale: perché la generazione dell’autore è proprio quella che ha vissuto l’attraversamento dello stargate magico, il passaggio dell’Italia – e delle sue metropoli in particolare – da un’era sociopolitica all’altra. Questa memoria “di transizione” è rimasta così fortemente impressa sulla pelle dell’autore, tanto da consentirgli di produrre un affresco realistico e malinconico di quegli anni – pur dentro il grande frullatore del genere fantastico. Gli ultimi lampi di impegno politico tra le scuole e i quartieri, l’indecifrabilità di un paese che si gettava frenetico lungo il crinale degli anni 80, e in sottofondo l’urlo di battaglia del cartoon giapponese: “Distruggi il male!” – un Male che ci era già entrato dentro, come un veleno sottile, di cui anche oggi, quattro decenni dopo, facciamo fatica a liberarci.

Luca Cangianti, Distruggi il male, DeriveApprodi, Bologna 2025.

Share