Se vivessi in Ucraina, a Kiev, diserterei, scrive Franco Berardi “Bifo” (2023, p. 17). Poiché dunque non si sottrae alla domanda più difficile, la più tormentosa, non voglio sottrarmi neanch’io, restando sulle generali se vivessi a Kiev, io sosterrei invece gli sforzi del mio paese contro l’aggressore russo. Ma bisogna spiegarsi, così come Bifo si spiega nel libro: se fossi a Kiev, dice, e mi si chiedesse di prendere le armi a difesa del Mondo Libero, della Democrazia, dei Valori dell’Occidente, «tutte parole con l’iniziale maiuscola», commenta Bifo con sarcasmo, non prenderei le armi. Lo farei però per «la mia casa, i miei fratelli, tutte parole con la lettera minuscola».

Ora, io non sono affatto sicuro di cosa significhino qui casa e fratelli, neppure di cosa si portino dietro in termini politici l’aver casa e l’avere fratelli, e cosa, inoltre, l’esigenza di difenderli, e fin dove sarebbe possibile farlo lasciandoli minuscoli, senza, cioè, che qualcuno ci metta sopra le proprie maiuscole tirandomi sotto le sue bandiere, eppure il problema è tutto lì, e forse bisognerebbe avere chiara consapevolezza di tutte le maiuscole che sono in gioco, o che ci costringono a giocare. Ad ogni modo, immagino che, oltre a quelle indicate, ci siano anche, tra le parole di grande formato, i Diritti Umani (o i cosiddetti Diritti Umani, o i tanto celebrati e così tanto pregiudicati Diritti Umani). Siccome però scrivo all’indomani del Pride che ha visto duecentomila persone sfilare per le piazze e le vie di Budapest – mentre Orbán, che aveva vietato la manifestazione (una delle più grandi manifestazioni della storia ungherese recente, dice la Stampa, e metto a bella posta la maiuscola pure in questo caso), mentre Orbán, dicevo, se ne stava nelle stesse ore dove se non a casa sua, con i suoi familiari (cioè con le sue minuscole), e pubblicava una foto con tre dei suoi nipotini per dirsi orgoglioso di loro, di loro orgoglioso difensore – siccome scrivo sotto l’impressione e l’emozione di quelle immagini, di quei colori e di quella allegria, provo a riproporre la domanda, e pure il ragionamento: che cosa farei, se oggi fossi a Budapest?

Sfiderei il divieto del governo, sfilerei insieme alla folta delegazione di eurodeputati di centrosinistra giunti da Bruxelles, parlamentari che nei giorni feriali, peraltro, non mi strappano certo grida di entusiasmo? Difenderei lo spazio europeo dei diritti, l’area Schengen, che pure tante ammaccature riceve e tante deroghe e sospensioni purtroppo ammette, specie a danno dei migranti? Mi metterei sotto uno di quei cartelli che dicono: “Ursula, o proteggi Orbán o la democrazia”, facendo mia l’idea di rivolgere un appello a una delle donne più influenti al mondo, figlia di un Ministerpräsident della Bassa Sassonia, andata in sposa a un esponente di antica e nobile famiglia tedesca? Oppure niente nobildonne, denuncerei con un fiero scatto intellettuale il tentativo ipocrita di cavalcare i pride – a Budapest e ovunque – per destabilizzare “uno dei pochi stati che si oppongono alla guerra” e ne parlerei non come “una manifestazione contro il potere, ma [come] una pura manifestazione del potere, al servizio del potere, organizzata e voluta dal potere” (Vincenzo Costa, post su Facebook del 28 Giugno 2025), cioè dall’establishment di Bruxelles, forse in combutta con George Soros?

Io, per me, non ho dubbio alcuno: fra la maggioranza Ursula e il Viktator mi terrei la prima, ma forse la diserzione potrebbe avere qualche chance in più, se non altro ai miei occhi, se riuscisse perlomeno a decostruire alternative così poco allettanti, e forse a decostruire, sul piano teorico, l’idea stessa dell’alternatività come forma della decisione. Vale a dire: a rifiutare aut aut del genere, considerandoli né più né meno che indecenti ricatti. Agli aut aut il disertore risponde infatti con un né-né: né con Orbán né con von der Leyen; né con Putin, con la sua vocazione imperiale e i suoi metodi stalinisti, ma neppure con il nazi-liberismo dell’Occidente atlantista e guerrafondaio. 

Cosa però succede, nel frattempo, mentre ça se déconstruit, mentre la déconstruction a lieu, a Kiev come a Budapest? Io non voglio stare a discutere perché non userei mai i termini che ho trovato nel libro di Bifo per descrivere l’alternativa dinanzi alla quale siamo. Probabilmente non darei dello stalinista a Putin, sicuramente non parlerei mai di nazi-liberismo a proposito dell’attuale ordine economico. Ma non credo che caveremmo un ragno dal buco da una discussione simile. Più interessante, semmai, è notare una parentela formale fra la malinconica euforia del disertore e lo sfrontato slogan della Thatcher: “there is no alternative“, che pure il diserzionista vuol prendere di mira. Non c’è alternativa all’economia di mercato o alla democrazia liberale, diceva The Iron Lady, e perciò, potremmo aggiungere con Fukuyama, non c’è storia: non si va da nessun’altra parte. Qui, all’opposto, si tratta di attendere (ad) un’alternativa di sistema, che non può trovarsi tra le pieghe del mercato o nei convolvoli dell’ordinamento giuridico liberale, ma è la stessa cosa, temo, perché neanche qui ci sono alternative all’alternativa, nel senso almeno che qualunque altra posizione mediana, intermedia, mezzana suonerebbe come complicità, connivenza, favoreggiamento. Si diserta solo se si ritiene che l’aria si è fatta irrespirabile, che non c’è più, letteralmente, modo di vivere qui. Di questa lettera, e della letteralità in genere, io mi fido molto poco, però. 

Resta tuttavia il cruccio principale, su cui volevo richiamare l’attenzione. Esso riguarda tutto quello che succede nel frattempo, tutti quelli che vivono nel frattempo, riguarda la politica – l’agire politico, e i vincoli dell’agire politico (perché esistono) – per quanto è appunto coinvolta nella cura di questo spazio, di ciò che si estende nel frattempo, fra la situazione in cui viviamo e quella alla quale vorremmo arrivare. Che può essere: una vita un po’ più decente, una trama giuridica un po’ più robusta, uno straccio di indipendenza un po’ meno fittizia.

Capisco che la preoccupazione proposta ha un sapore così banalmente riformistico – per usare una delle parole più stantìe del lessico politico contemporaneo – da riuscire immediatamente indigesta, ma credo che essa abbia comunque il pregio di permetterci di tentare una definizione strettamente formale di quell’ambito minuscolo al quale in fondo tutti apparteniamo. Che per l’appunto si potrebbe provare a definire così: minuscolo è tutto, e solo, ciò che ci va di mezzo. Mi rendo conto, ovviamente, che una simile definizione è così ampia da abbracciare qualunque razionalità orientata a uno scopo, rispetto a cui ci saranno sempre dei mezzi che, per l’appunto, ci andranno di mezzo. Dovranno, cioè, prestarsi allo scopo, che è quanto dire sacrificarsi, e se c’è un sistema d’azione e di organizzazione sociale improntato a una logica sacrificale questo è proprio il capitalismo democratico, si dice (il capitalismo delle cosiddette democrazie occidentali, delle tanto celebrate e così tanto pregiudicate democrazie occidentali). 

Sia pure, ma temo che una logica sacrificale impregni il rapporto mezzi-fini come tale, per cui non può non toccare a qualunque progetto – riformistico o rivoluzionario che sia – imbrogliarsi nei suoi stessi dati, come il Šigalëv dei Demoni di Dostoevskij, ed essere sempre a rischio di concludere da un’illimitata libertà a un illimitato dispotismo: in effetti, quale fine non appare dispotico al mezzo che vi si deve subordinare? Ma proprio così abbiamo forse una risposta, o un tentativo di risposta, alla domanda: che fare, o per meglio dire: quale genere di “fare” si con-fa (nel doppio senso: del convenire, e soprattutto del farsi insieme) ad una vita minuscola, a un’esistenza négligeable? Oppure, in altri termini: quale compito possiamo assumerci nel bel mezzo di una situazione che andrebbe descritta con le note parole di Italo Calvino, che mi permetto di riproporre:

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio (1972).

Far durare e dare spazio a ciò che è nel frattempo non è cosa che si possa fare disertando, credo. È cosa che si può fare solo riscattando il mezzo dall’esserci come semplice mezzo, rendendolo cioè indisponibile come tale. Ma così mi accorgo che sto indicando un limite all’inferno delle democrazie capitalistiche solo grazie a una vecchia strumentazione teorica: quella kantiana, quella delle persone che non hanno un prezzo bensì un valore, e che non possono essere trattate “mai semplicemente come mezzi”. Sicuramente vi saranno strumenti teorici migliori, di cui purtroppo non sono a conoscenza. Ma qui, invero, non si tratta della obsoleta morale kantiana, bensì del diritto, di una certa idea del diritto, per il quale un pensiero politico radicale non ha purtroppo nessuna cura, come se la funzione limitatrice del diritto cedesse sempre, per principio, al sorgere della cosa stessa, di una comunità politica vera.

Bifo, in effetti, non ha alcuna simpatia per l’universalismo liberale di Kant; io, invece, ne ho, pur comprendendo tutti i limiti del suo illuminismo settecentesco. Perché il punto non mi pare affatto che sia l’ignorare il corpo, come vuole Bifo, o il prescindere dalla «singolarità e irripetibilità delle condizioni» (Berardi 2023, p. 50) in cui si svolge la vita di ciascuno, ma casomai il contrario, di non averle ignorate abbastanza, spingendo la protezione giuridica fondamentale più a fondo possibile. E se dunque si può riconoscere in filigrana, nel soggetto kantiano, ancora il vecchio europeo, oppure il borghese, l’uomo bianco oppure il maschio adulto. O anche, in ultima istanza, l’eccezionalità della specie umana, dare spazio vorrà dire provare ad affiancare all’europeo il non-europeo, al borghese il proletario, al bianco il nero, al maschio la femmina e all’adulto il minore, e infine cercare e saper riconoscere e dare spazio, a fianco dell’umano, persino a ciò che umano non è (per gradi, se posso dire).

Non disertare, però, se la diserzione significa – e giocoforza significa – mandare tutto al diavolo, mandare all’inferno tutti gli altri che vivono all’inferno, qui come a Budapest o a Kiev, senza spesa alcuna per qualunque garanzia giuridica di sorta. Non direi quindi che l’inferno sono gli altri, come voleva Sartre, ma se mai che all’inferno ci finiscono sempre gli altri, ossia i sacrificabili. Questo, poi, è il vero sottotesto della discussione che impegna Paolo Godani e Tommaso Tuppini: che fare con gli altri? In realtà, si tratta di una domanda a cui, a pensarci, non c’è alcun bisogno di rispondere se si vuol delineare una prospettiva teorica, e a cui in fondo si continua a non rispondere anche se in quella prospettiva teorica gli altri magari trovano posto, a furia di pensare l’intersoggettività trascendentale, l’umanesimo dell’altro uomo o la vertiginosa, epifanica coincidenza, nel qui e ora dell’immanenza assoluta, di inferno e paradiso (che come minimo toglie spazio al dare spazio).

Gli altri, loro, sono in realtà quelli per i quali io, che teorizzi speculativamente o meno, per definizione non prendo la parola, a cui magari posso provare a darla ma che farebbero meglio a prendersela da sé. E oggi la politica è forse proprio la forma di agire che si costituisce a una qualche distanza da ogni quadro teorico – compreso quello che vorrebbe legittimarla – proprio in virtù di questa insopprimibile pluralità di voci (oppure: che è tale finché una simile pluralità sussiste e, come dice Calvino, dura e trova spazio). Alla fine fine, non posso certo escludere che per gli altri – gli altri minuscoli con cui ho a che fare e che per banali ragioni di prospettiva sono tanto più minuscoli quanto più sono lontani – questa vita sia un tale inferno da non esservi alcun margine per l’agire politico, né qui né in nessun’altra capitale europea, ma se a dirlo è la mia voce e non quella degli altri, ho motivo di pensare che un imbroglio à la Šigalëv è pronto per essere imbastito.

Riferimenti bibliografici
F. Berardi, Disertate, Timeo, Palermo 2023.
I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972.

Tags     diserzione, Kant, politica
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