Due versanti del reale
Il reale di una vita sta nella sua finitudine, caducità, gettatezza, contingenza, inconsistenza, aleatorietà? Il reale di una vita sta nella sua indistruttibilità, necessità, inesorabilità, insistenza? Il reale di una vita sta nell’intreccio di questi due versanti, nel loro annodarsi ripetuto? Il problema della melanconia, almeno per come lo affronta Paolo Godani nel suo Melanconia e fine del mondo, è il martello attraverso il quale entrare in queste tre domande – che evidentemente sono un’unica domanda.
In effetti, la melanconia, con il suo spegnimento della vita, il crollo nella muffa dell’esistenza, la scomparsa dell’orizzonte del mondo, la solidificazione della vacuità delle cose, si colloca tra i due versanti del reale appena indicati, sulla soglia che li congiunge e li separa.
Da un verso, quello più marcato, la melanconia è la dimostrazione del primo versante del reale. In effetti la melanconia, con le sue caratteristiche – quelle appena indicate – fotografa la finitudine della vita. Fotografa sta qui ad indicare che la melanconia attesta l’incontro con la caducità e l’impossibilità di fare qualcosa di questo incontro se non fossilizzarne la gettatezza.
Da un altro verso, quello poco marcato e solitamente poco percepito, e sul quale Godani insiste senza riserve, la melanconia spinge verso il secondo versante del reale. In effetti, se la caratteristiche della melanconia fotografano la fossilizzazione della finitudine della vita, la sua insensatezza, la sua porcheria, al contempo fotografano “l’impossibilità di accedere-il rifiuto di accedere” ai vari modi di trattare-affrontare questa finitudine-insensatezza-porcheria, ed è proprio questo non-affrontare/non-trattare la finitudine-insensatezza-porcheria, cioè questo non-affrontare/non-trattare il primo versante del reale, a lasciare accadere il secondo versante del reale e a suggerire un modo per farlo esistere.
Cadere nel reale
Una volta collocata la melanconia in questa soglia si tratta di permetterle di compiere qualche operazione. La prima operazione. Il primo versante del reale, che ora possiamo chiamare “il primo modo di intenderlo”, è intrinsecamente melanconico. Intendere il reale di una vita nella sua finitudine, contingenza, porcheria, è un modo melanconico di intenderlo, il quale determina inevitabilmente forme di vita melanconiche, nonché forme di vita in cui la melanconia diventa un’entità clinica e patologica.
La seconda operazione. È l’episteme moderna – Foucault docet –, i vari atti che l’hanno costituita, ad avere determinato, affermato e imposto questa concezione melanconica del reale. In che modo l’episteme moderna determina questo reale melanconico? La risposta è molto lunga, accontentiamoci di una brutale sintesi: l’episteme moderna scinde sapere e vita, il che determina una concezione della vita come mancanza ed eccesso nel sapere, e di un sapere capace di dare forma a questa mancanza-eccesso, capace di trascendere questa mancanza-eccesso. Questa vita come mancanza-eccesso, questo sapere come trascendenza, la circolarità che si determina tra loro, è esattamente il primo versante del reale.
Nell’affermare ciò Godani compie un’operazione molto radicale, che per di più non esita e ribadire in più modi, convocando a questo capezzale molte opere e autori, anche molto diversi – gli esempi più celebri, e in parte anche inattesi, sono probabilmente Sartre e Nietzsche, fautori, loro malgrado, di questo atto melanconico, di questo concepimento melanconico del reale.
La terza operazione. Le varie pratiche, le varie forme di vita determinate dall’episteme moderna, producono inevitabilmente modi di rapportarsi a questo reale della vita. Questi modi sono molto diversi tra loro, alcuni palesemente problematici, altri meno. Tutti però condividono un tratto fondamentale: sono una fregatura, e lo sono non tanto perché falliscono, ma perché devono confermare e alimentare il presupposto che li fonda, per potere esistere devono ribadire l’urgenza che li causa, ossia il reale della contingenza, della porcheria, dell’inconsistenza ecc.
La quarta operazione. La melanconia nel non-partecipare a queste fregature mostra il loro statuto di fregatura, ossia che si tratta di pratiche che consolidano il presupposto melanconico, nichilista che le causa, vale a dire concepire il reale come contingenza, mancanza ecc. Così facendo la melanconia mostra anche il presupposto melanconico di queste fregature – che Godani non esita a condensare nella fregatura del desiderio: «Il desiderio è una fregatura» (2025, p. 121).
Così facendo la melanconia si rovescia, ossia cessa di essere la fissazione del primo versante del reale e inizia a farsi lo slancio verso il secondo versante del reale – va detto che il rovescio della melanconia è più un’operazione che si compie con la melanconia che un’operazione compiuta dalla melanconia. La quinta operazione. La melanconia a rovescio, nel mostrare la fregatura delle fregature e la fregatura del presupposto delle fregature, mostra anche come cadere nell’altro versante del reale. Detto altrimenti, il rovescio della melanconia mostra che questo altro versante del reale va conquistato, e che per farlo da un verso è necessaria una non-partecipazione radicale, una non-partecipazione che è una battaglia costante, e dall’altro verso è necessario non cedere sulle conseguenze di questa non-partecipazione, ossia cadere nel secondo versante del reale – è non facendo esistere il primo versante del reale che si cade nel secondo e lo si fa esistere.
La sesta operazione. Questo altro reale gode di una lunga tradizione, è stato inteso e maneggiato, ovviamente in modi anche molto diversi e divergenti, molte volte, in varie epoche, da vari saperi e pratiche. Qui Godani convoca soprattutto Spinoza, «la grandezza di Spinoza» (ivi, p. 179): «Se ha potuto scrivere un’Etica, è precisamente perché un’altra possibilità, per quanto rara e difficile, esiste. Ed è proprio per l’affermarsi di quest’altra possibilità che Spinoza ha lottato tutta la vita» (ivi, p. 52). Convocare Spinoza è il modo per affermare il secondo versante del reale, vale a dire l’indistruttibilità dell’accadere e del necessario, la sostanza eterna e ripetuta dell’esistenza: «Il momento decisivo, quello nel quale l’indistruttibile viene affermato, non dipende in alcun modo dal decorso storico, né dunque dalla condizioni che in esso possono darsi, ma è in ogni istante» (ivi, p. 188).
Va anche detto che Godani si è preso la briga di dimostrare nel dettaglio come è fatto questo altro versante del reale soprattutto nei suoi lavori precedenti. In quest’ultimo la briga se la prende più nel dimostrare il modo in cui operando con la melanconia si arriva a fare esistere questo altro reale e nel dimostrare lo scopo di questa operazione – quest’ultima dimostrazione è propriamente la sesta operazione. La convinzione incalzante questa sesta operazione è inequivocabile: far esistere questo reale, vale a dire congiungere l’indistruttibile e il divenire storico, è una forma – l’unica possibile? – di rivoluzione: «Il momento rivoluzionario, non è che la congiunzione dell’indistruttibile e del divenire storico» (ivi, p. 189).
Ecco!
Fino a qui abbiamo cercato di ricostruire e seguire una parte della traiettoria percorsa da Godani nel suo ultimo testo. Ora proviamo ad introdurvi qualche questione, relativa in particolare al secondo versante del reale, quello preso di mira dal rovescio della melanconia.
La prima. Se il primo versante del reale si è fatto sentire e si è fatto prendere, si fa sentire e si fa prendere – probabilmente oggi più che mai – come il reale di una vita, ci deve essere un qualche nesso, una qualche prossimità, una qualche somiglianza tra questo versante del reale e il reale, tra questo versante e ciò che è propriamente il reale di una vita. Detto altrimenti, se questa primo versante del reale, che in psicoanalisi non si farebbe fatica a condensare nel termine castrazione, si è fatto sentire e si fa sentire così tanto come reale di una vita, viene il sospetto che debba essere prossimo al reale di una vita. Se non capiamo male, andando a stringere molto, Godani ritiene che il secondo versante del reale sia propriamente il reale, mentre il primo versante del reale sia il frutto insidioso di una svista metafisica. Ma se questa svista si è fatta prendere così tanto per il reale che non è, deve avere una qualche prossimità con il propriamente reale. Se le cose stanno così, se ne deduce che il primo versante del reale deve avere una stretta prossimità con il secondo versante del reale, prossimità che però, nell’argomentazione di Godani – per come noi riusciamo a intenderla – non sembra esistere in alcun modo. Ecco che allora, per noi, sembra insinuarsi qui un qualche problema.
La seconda. Il sintomo – Freud docet, prima era Foucault ora tocca a Freud – dimostra come fa il reale. Questo è un assioma freudiano. Possiamo senz’altro lasciare un po’ da parte questo assioma, rimane tuttavia l’esistenza reale, cioè certa, dei sintomi in una vita e l’insistenza, in molti di questi sintomi, del reale, vale a dire di una imposizione, altrettanto certa, che rompe, urta, guasta – altrettanto certamente. Allora, come prima: se il sintomo è ciò deve esistere una qualche prossimità tra sintomo e reale. La prossimità tra questo reale del sintomo e il primo versante del reale è semplice ed evidente – il sintomo manifesta e cura un reale deficitario e incasinato. Rimane invece opaca – almeno alle nostre orecchie – la prossimità tra il reale del sintomo e il secondo versante del reale.
Ecco, se non ci fosse questa prossimità, se non si riuscisse a scorgere un nesso tra sintomo e questo secondo versante del reale, allora la psicoanalisi si troverebbe a dover mettere in forte dubbio l’esistenza di questo secondo versante del reale.
La terza. Leggendo Lacan si può senz’altro cogliere una sua messa in discussione, anche radicale, del primo versante del reale. Detto in soldoni, ci si può senz’altro fare l’idea che Lacan non ritenga la castrazione, vale a dire il primo versante del reale, il propriamente reale, e che ritenga dunque la castrazione una piega difensiva del propriamente reale (continuiamo ad utilizzare questa espressione “propriamente reale” pur sapendo della problematicità che comporta). Si può addirittura ipotizzare che Lacan concepisca la pratica psicoanalitica come quella pratica attraverso la quale e nella quale produrre un’altra piega del reale, altra rispetto a quella della castrazione – una piega più affermativa e meno negativa, più soddisfacente e meno deprimente. Ecco, il punto è che per compiere questa operazione, Lacan non pensa in alcun modo si possa fare leva sull’esistenza di un’altra versione del reale, non pensa in alcuno modo si possa confidare su un secondo versante del reale – per di più (“di più” non essenziale ai fini del ragionamento) fatto un po’ meglio del primo.
La ragioni di questo “non pensa in alcun modo” sono molteplici. La più diretta ci sembra questa: non c’è nessuna altra versione del reale oltre a quella con cui si è alle prese! Ciò non comporta rassegnarsi, anzi, lo abbiamo scritto poco fa, ciò impone la possibilità di produrre una versione più soddisfacente del reale con cui si è alle prese. Si potrebbe obiettare che questo riferimento al propriamente reale (che è una nostra forzatura) sia l’altra versione del reale sulla quale Lacan inavvertitamente si appoggia. Non è da escludere, anche se non ci sembra, in quanto questo propriamente reale non è un’altra versione del reale quanto il punto di insorgenza del reale con il quale si è alle prese – cioè il trauma.
Ci sono molte altre questioni, ma per ora ci fermiamo a queste tre (tre ecco) – non sono abbastanza ma non sono poche!