Cominciarono a chiamarli Trinità

di LUCA BANDIRALI

Diabolik dei Manetti Bros.

Diabolik

Fra i più longevi periodici italiani a fumetti (pubblicato a partire dal 1962), Diabolik è indubbiamente un classico della serialità disegnata; articolato di regola in episodi autoconclusivi ambientati in un mondo realistico ma privo di riferimenti diretti alla nostra realtà storico-geografica, il fumetto creato dalle sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani rimane un prodotto di eccellente fattura organizzato attorno ad isotopie figurative e tematiche molto semplici e riconoscibili. Protagonista eponimo è un antieroe senza alcuno scrupolo, che ad ogni avventura semina decine di cadaveri per impossessarsi di beni materiali (per lo più gioielli); deuteragonista è la sua compagna Eva Kant, complice di tutti i crimini perpetrati, cui si oppone senza successo l’ispettore di polizia Ginko. La K che compare nell’onomastica giussaniana è un chiaro indizio di schema trinitario, ossia del fatto che ci troviamo di fronte a un unico concetto che si manifesta in tre personaggi.

In Diabolik il crimine è soprattutto un’arte della messa in scena, che serve a piegare la realtà a proprio vantaggio; i personaggi della trinità sono variamente maestri della regia, capaci di architettare piani e contropiani, perpetuando in eterno il gioco delle parti. Il volto è un elemento centrale della messa in scena: il meccanismo drammaturgico ricorrente consiste nella sostituzione di persona mediante perfette maschere di lattice che consentono a Diabolik ed Eva Kant di assumere molteplici identità e dunque recitare, interpretando più ruoli per raggiungere l’obiettivo prefissato. Ginko non si maschera ma è l’elemento che consente al gioco di riprodursi all’infinito, perché ragionando esattamente come i suoi opponenti è in grado di elaborare le contromosse finalizzate a rendere appassionante ogni partita.

L’apparato discorsivo del fumetto giussaniano si è venuto consolidando nel corso degli anni sessanta, grazie a due disegnatori di fondamentale importanza come Enzo Facciolo, che esordisce nel 1963 con l’albo n. 10, (L’impiccato) e fissa una volta per sempre la fisicità del protagonista, dotandolo degli occhi dell’attore Robert Taylor; e Sergio Zaniboni, che firma Delitto su commissione nel 1969 e trasforma le tavole di Diabolik in entusiasmanti storyboard all’americana, con inquadrature molto cinematiche a comporre sequenze sintatticamente modernissime. In quegli anni la serie diventa anche il veicolo di un’idea di stile milanese, un prodotto dell’industria culturale che si nutre di moda, design e grafica pubblicitaria; in questo clima ha origine il primo adattamento cinematografico per la regia di Mario Bava, una produzione a budget medio-alto di Dino De Laurentiis per il mercato internazionale, con musiche di Ennio Morricone; la sceneggiatura è tratta dagli albi 8 e 9 del 1963, legati da una continuità narrativa.

Se di regola le tavole di Diabolik (120 per albo) sono disegnate a matita e inchiostrate a china, con ampio ed esibito uso di retini per gli sfondi, lo spazio urbano stilizzato come nella grafica di un progetto, Bava mostra per la prima volta il mondo di Diabolik a colori, trovandosi in una fase del proprio percorso caratterizzata dalla ricerca di una «identità cinematografica più strettamente collegata alla pop art e all’artificio pop», come scrive Tim Lucas nella sua monumentale monografia dedicata al regista.

Quando Mario Bava gira il film, il fumetto delle Giussani è famoso, dibattuto e controverso; oggi è semplicemente un classico della cultura di massa, tanto iconico da essere conosciuto non solo da chi non legge Diabolik, ma anche da chi non legge affatto fumetti. A questa classicità e a questa dimensione iconica sembra anzitutto far riferimento il nuovo adattamento cinematografico realizzato dai Manetti Bros; ma se a livello stilistico i registi intendono esplicitamente trasporre il Diabolik classico, ossia quello consolidato negli anni che vanno dall’esordio di Facciolo a quello di Zaniboni, a livello narrativo optano per una storia molto acerba.

Quasi nulla di ciò che ha reso Diabolik un classico del fumetto italiano è infatti presente nell’albo n. 3, L’arresto di Diabolik, pubblicato nel marzo del 1963, soggetto e sceneggiatura delle sorelle Giussani e disegni di Luigi Marchesi. Il tratto è ancora molto incerto e poco incisivo, lo script ancora molto verboso, il personaggio ancora solitario e poco definito sia esteriormente sia interiormente; di lì a poco, con l’arrivo di Enzo Facciolo, le Giussani troveranno progressivamente tutte le soluzioni più efficaci e non è un caso che nel 2012 l’albo n. 3 sia stato oggetto di una nuova versione in grande formato, risceneggiata da Tito Faraci e Mario Gomboli e ridisegnata da Giuseppe Palumbo (la sceneggiatura dei Manetti si basa maggiormente su questa versione).

Pur con i limiti evidenziati, L’arresto di Diabolik del 1963 è una storia molto importante nella mitologia del personaggio perché segna l’ingresso di Eva: ne sentiamo parlare dai camerieri di un hotel di lusso, nelle prime tavole, quando ci viene presentata come la giovane vedova di un aristocratico ambasciatore; la donna entra in grande stile nell’undicesima tavola, come una sorta di Grace Kelly del periodo monegasco. Giunta a Clerville recando con sé un anello di altissimo valore, diventa bersaglio di Diabolik che però si innamora di lei, ricambiato; quando il famigerato ladro assassino viene arrestato da Ginko, Eva è ormai pronta per andare incontro a un nuovo destino.

Il plot del film dei Manetti privilegia senza dubbio la relazione sentimentale che fonda il mondo narrativo di Diabolik: dopo questa avventura, la trinità è al completo e il finale è chiarissimo nell’affermare che nessuno dei tre può esistere senza gli altri. In piena coerenza con la modalità discorsiva del fumetto creato dalle sorelle Giussani, in cui la tavola è una gabbia molto rigida con poche vignette assolutamente centripete, la messa in quadro nel film è analogamente bloccata e tendenzialmente statica o comunque subordinata al movimento di scena. Il raro movimento di macchina autonomo si fa dunque notare e apprezzare: pensiamo soprattutto al carrello all’indietro quando Diabolik, solo nel suo rifugio, impara a imitare la voce del cameriere di Eva Kant per poi prenderne il posto. In questa scena, forse il segmento di maggiore pregio del film, la ripetizione quasi allucinatoria della stessa frase registrata su un nastro sottolinea un elemento decisivo negli adattamenti della letteratura disegnata: il campo sonoro, che nel fumetto è solo evocato e nel film va integralmente creato.

Marinelli è un Diabolik, in tal senso, vocalmente introverso, tutto spostato sulla pulsione scopica; la scena della comunicazione non verbale durante il processo in tribunale è perfettamente esemplificativa di questa opzione, con Eva che cerca di trasmettere segnali Morse con i movimenti delle dita e il suo futuro compagno che risponde con movimenti degli occhi. Il senso drammaturgico di questa supremazia dello sguardo sta nel fatto che a pochi è concesso vedere al di là del velo, al di là della maschera; quei pochi, alla fine, sono soltanto tre.

Riferimenti bibliografici
M. Gomboli, a cura di, Diabolik visto da Enzo Facciolo, Mondadori, Milano 2018.
Id., Diabolik visto da Sergio Zanibon, Mondadori, Milano 2018.
T. Lucas, Mario Bava. All the colors of the dark, Video Watchdog, Cincinnati 2007.

Diabolik. Regia: Manetti Bros.; sceneggiatura: Manetti Bros., Michelangelo La Neve; fotografia: Francesca Amitrano; montaggio: Federico Maria Maneschi; musiche: Pivio e Aldo de Scalzi; interpreti: Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Alessandro Roja, Claudia Gerini, Serena Rossi, Roberto Citran, Vanessa Scalera, Lorenzo Pedrotti, Stefano Pesce, Daniela Piperno, Antonino Iuorio; produzione: Carlo Macchitella, Manetti Bros.; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia; durata: 133’; anno: 2021.

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