Quale sia la forza che anima il mondo e, in particolare, le azioni degli esseri umani, è una domanda che ha acceso discussioni tra filosofi e studiosi di tutte le epoche storiche. Molti hanno provato a fornire una risposta univoca ma senza successo. Il filosofo Rousseau, per esempio, era convinto della natura intrinsecamente buona e virtuosa dell’uomo, corrotto solo in seguito dal sistema di valori e dalle istituzioni della società. Una posizione in netto contrasto con la filosofia di Hobbes, che possiamo riassumere nella celebre citazione «homo homini lupus», ossia «ogni uomo è un lupo per un altro uomo».
Una questione molto complessa e che si scontra con delle resistenze interne che si frappongono tra noi e la possibilità di arrivare a risolvere l’enigma. Indubbiamente ci farebbe piacere sapere che l’uomo è un essere virtuoso, innocente, guidato dall’amore verso il prossimo, ma questa credenza rischia di frantumarsi di fronte alla constatazione di ciò che abbiamo fatto del nostro mondo. Basta osservare ciò che abbiamo intorno tra guerre, soprusi e altri mali umanamente concepibili che in atto in questo momento, e che rendono attuale e necessaria la discussione sull’amore e sull’odio. Lo psicoanalista e scrittore Massimo Recalcati, acuto osservatore della nostra realtà, aveva già scorto questa necessità nel suo libro De Odio, che è stato recentemente ripubblicato in una nuova edizione per Castelvecchi Editore.
Durante una presentazione del libro, Recalcati esordisce proprio esclamando che l’incontro potrebbe essere anche titolato “aggiornamenti sull’odio”, perché nessun’altra epoca è mai stata così tanto dominata da questa passione. Nonostante il male non sia comparso improvvisamente oggi ma sia sempre esistito, c’è qualcosa che istintivamente mi fa essere d’accordo con Recalcati. Questo qualcosa è palpabile ma al tempo stesso sfuggente e fa sorgere delle domande: che cos’è l’odio? E da dove proviene?
Forse, ciò che ci fa affermare che l’odio è una passione così dominante della nostra epoca è lo sconforto nel constatare che dalle atrocità della storia non abbiamo imparato nulla. Risulta evidente che l’uomo, pur evolvendosi, tende a ripetere il male. Infatti, al contrario di quello che saremmo propensi a credere, sembrerebbe che l’uomo sia animato da un istinto distruttivo più che conservativo. Non a caso, Recalcati ci parla dell’odio come di una passione dell’essere, e dunque di come ciò che contraddistingue l’essere umano in quanto tale.
Freud questo lo intuì tanto precisamente da introdurre il concetto di pulsione di morte: la spinta originaria della vita che non mira alla conservazione o al legame, quanto piuttosto alla sua distruzione, al ritorno a uno stato di inerzia assoluta, a ciò che Lacan – più prosaicamente – ha definito «il desiderio di dormire». Nell’inerzia, nel sonno, si realizzerebbe una forma di godimento che implica la sospensione del rapporto con la realtà esterna iperstimolante, e una chiusura anestetica nel proprio mondo interno piacevole.
Questo tentativo di separazione tra interno piacevole ed esterno spiacevole lo possiamo rintracciare prestissimo nell’uomo, attraverso due movimenti tanto puntuali quanto ripetitivi: assimilare dentro di sé il buono e sputare il cattivo. L’espulsione fuori di sé mira a far esistere il male come qualcosa di esterno ed estraneo al soggetto, a tracciare un confortante confine tra il dentro e il fuori. Rigettare, dire no, sputare: queste sono – secondo Recalcati, che qui riprende puntualmente Freud – azioni d’importanza vitale, in quanto rendono possibile la soggettivazione dell’essere, il suo affermarsi come altro rispetto all’oggetto. Si tratta, nelle parole dell’autore, della «orma essenziale e originaria della negazione che precede ogni affermazione» (Recalcati 2025, p. 48).
Il piccolo umano che cerca di tenere fuori di sé l’indigesto, però, scoprirà presto che non tutti gli stimoli spiacevoli provengono dall’esterno, che molte di queste sollecitazioni, più propriamente dette “pulsioni”, sono endogene, e che dunque non è possibile scacciarle. Le pulsioni sono infatti proprie dell’essere umano e vanificano ogni tentativo di raggiungere uno stato di quiete e appagamento. In altre parole, il soggetto scopre che il cattivo, lo spiacevole, persino l’estraneo, proprio perché corrispondenti alla spinta pulsionale ineliminabile che lo abita, sono quanto di più prossimo a sé.
Seguendo la tesi di Recalcati, questa scoperta ci porta non solo a capire che l’odio viene prima dell’amore, ma anche che odio e amore sono due spinte che cercano di rendere possibile l’impossibile: incorporare l’oggetto piacevole, avvicinare l’amato e respingere l’odiato. L’oggetto amato, però, non può mai essere del tutto assimilato, pena la perdita del proprio statuto di soggetto. Ed è proprio questa incolmabile distanza, questa impossibilità di fusione, che genera l’ambivalenza tra odio e amore.
Un paradosso che, nostro malgrado, riscontriamo facilmente nelle più banali vicende quotidiane: pensiamo all’espressione “ti mangio di baci” che la mamma esclama al suo bambino per indicare quanto lo ama; oppure alla spinta a mordere l’amato o l’amata in momenti di forte passione. È così che due forze apparentemente opposte convergono: l’amore, tanto quanto l’odio, mira «all’abolizione dell’esistenza separata dell’oggetto» (Freud 1915-1917, p.33), a negare l’alterità dell’Altro, in modo da evitare, al contempo, il confronto con la propria mancanza d’essere.
Dunque, se separarsi dall’Altro, sputare, è una manovra essenziale per la costituzione della soggettività, la scoperta dell’impossibilità di assorbire completamente l’oggetto amato può rivelarsi altrettanto sconvolgente. L’Altro risulta ingovernabile, imprevedibile, minacciosamente distante. Ma, soprattutto, l’amato ha aperto una mancanza dolorosa nel soggetto, un vuoto che egli tenterà per sempre di colmare, benché invano. L’odio nella sua essenza più pura è, forse, proprio questo: rifiuto feroce della constatazione della mancanza a essere del soggetto; una mancanza strutturale, inevitabile e inguaribile.
Proprio per questo Recalcati sottolinea come, per la vita umana, l’esistenza dell’Altro sia al tempo stesso indispensabile e scomoda. Indispensabile in quanto il neonato non sopravvive se non grazie a qualcuno che lo accudisce e dona senso ai suoi pianti; scomoda proprio perché ingovernabile. Il bambino non può prevedere o gestire l’andirivieni materno, non può diventare tutt’uno con il seno che lo nutre. Ne consegue che, se «la parte assimilabile dell’oggetto è quella amata, la parte inassimilabile diventa l’oggetto d’odio» (Recalcati 2025, p. 58).
Ciò che sembra animare l’uomo non è tanto l’amore, come vorremmo romanticamente credere, ma la passione dell’odio. Questa passione si traduce nel rifiuto ostinato dell’essere Due e nel conseguente tentativo di tornare a essere un Uno, indivisi dalla mancanza che l’esistenza dell’Altro suscita in noi. Il tentativo di ristabilire un Uno chiuso – o, come direbbe proprio la psicoanalisi, non castrato – sembra essere il miraggio che governa la società moderna. Troppo concentrati sui nostri obiettivi personali, stiamo diventando sempre più incapaci di solidarizzare con gli altri e intolleranti a tutto ciò che si discosta dal nostro modo di vivere o di pensare.
Lo possiamo notare, per esempio, dal ritorno in voga di ideologie dittatoriali ed estremamente oppressive nei confronti della diversità: di opinioni, di costumi, di genere, di matrice religiosa o politica. La guerra stessa non è altro che la messa in pratica di tale intolleranza alla differenza, all’esistenza dell’Altro. Ci stiamo forse abbandonando sempre più alla pulsione di morte che, rammentiamolo, non è la spinta a uccidere solo l’Altro ritenuto cattivo, ma è la spinta ottusa ad annientare la vita e dunque anche sé stessi?
Durante un suo intervento televisivo, il giornalista Michele Serra (2022) coglieva con sarcasmo questo punto, spiegando che per distruggere il pianeta basterebbero una cinquantina di bombe atomiche ma, nelle varie Nazioni del mondo, ne sono state fabbricate circa quindicimila. Ciò che il giornalista giustamente si chiede è «se per annientare il nemico e anche l’amico bastano cinquanta atomiche, perché ne abbiamo costruite quindicimila? A che cosa servono le altre quattordicimilanovecentocinquanta? Una risposta razionale non esiste». Possiamo osservare le conseguenze spaventose dell’odio come passione dell’essere, del Thanatos freudiano, del tentativo di localizzare il male sempre e solo nel luogo dell’Altro che finisce per diventare (paranoicamente) il nemico da annientare.
Il costo di questa proiezione paranoica è però altissimo, in quanto dobbiamo ricordarci sempre che il male non è davvero fuori di noi, ma è quanto più ci appartiene, qualcosa che non possiamo, nemmeno volendo, distruggere. Il male coincide con l’essere dell’uomo in quanto questo è mosso dalla pulsione, e la pulsione è sempre qualcosa che scavalca ogni buon senso, che pretende soddisfacimento immediato. Non a caso nel terzo capitolo del libro, intitolato proprio Il godimento del male, Recalcati richiama un concetto essenziale della filosofia di Schopenhauer: la vita tende all’affermazione di sé stessa, alla sua riproduzione “acefala”, ossia senza particolari aspirazioni, valori o ideali. Ma questa continua affermazione porta, allo stesso tempo, alla ripetizione del male, alla distruzione della vita stessa. «La crescita fine a sé stessa», secondo lo scrittore e attivista Edward Abbey, «è l’ideologia delle cellule cancerose». Come non pensare alla spinta capitalista dei nostri tempi, in cui l’esigenza a produrre in modo smisurato e innecessario qualsiasi bene, sta distruggendo il pianeta in cui viviamo e di conseguenza, la vita?
Altrettanto spontanea e inquietante è l’associazione che possiamo fare con il famoso esperimento “Universo 25”, condotto negli anni sessanta e settanta dall’etologo americano John B. Calhoun. Lo studioso creò un habitat perfetto per una colonia di topi, con cibo e acqua sempre disponibili, spazi adeguati e assenza di predatori o malattie. L’unica variabile ancora in gioco, quella che Calhoun voleva appunto isolare, erano le dinamiche interne. Dopo un primo momento di prosperità della colonia, seguì ciò che lo studioso definì «la fogna del comportamento», ossia una serie di comportamenti disfunzionali e sempre più gravi. Nonostante l’abbondanza di risorse, cominciarono a verificarsi episodi di violenza e lotta per il dominio. I piccoli venivano abbandonanti e uccisi dalle loro stesse madri che, a un certo punto, smisero anche di riprodursi.
La gerarchia sociale che si era strutturata inizialmente collassò: il ricambio generazionale non era garantito, i giovani non riuscivano a trovare un posto nella società e così venne a mancare uno scopo sociale. Alcuni topi scelsero la via dell’isolamento totale e, vivendo ai margini, si dedicavano solo al nutrimento e alla pulizia. In breve, anche in un mondo artificiale progettato per essere perfetto, l’assenza di uno scopo sociale porta alla supremazia della morte. Tradotto con le parole di Recalcati, la spinta della vita ad autoaffermarsi «implica in realtà la distruzione continua della vita stessa: distruzione dell’altro per preservare sé stessa, distruzione di sé stessa nella ripetizione infinita e inevitabilmente rovinosa dell’esigenza pulsionale» (Ivi, p. 86). Seguendo questa tesi, siamo portati a concludere senza lusinghe che la vita, sul cui senso ci siamo sempre interrogati, difatti non ha altro scopo se non quello di continuare ad affermarsi a ogni costo.
Non ci resta scampo, dunque? Non credo che la risposta a questa domanda si possa trovare da qualche parte, sicuramente non qui. Ciò che possiamo asserire con sicurezza, in ogni caso, è che l’odio è una vera e propria tentazione: abbandono pacificante nelle braccia della morte, all’inerzia. L’odio è una tentazione che serpeggia nell’intimo di ogni essere umano, che attraverso la violenza rifiuta ogni dialogo con l’alterità e chiude bruscamente ogni discorso possibile. O meglio, si illude di farlo. A uno sguardo più accurato infatti, l’odio si rivela per ciò che è: un tentativo illusorio e pericoloso di eliminare l’Altro, di far esistere l’Uno chiuso, perfetto e indipendente. Ma dobbiamo ricordarci che l’Altro, ciò che cerchiamo disperatamente di sputare fuori, che riteniamo cattivo e dunque degno di odio, è in realtà parte del nostro stesso essere.
Per questo l’odio è un vicolo cieco, non lascia via di scampo e ci riporta sempre allo stesso punto, attuando una ripetizione infernale di morte e distruzione senza senso. Non c’è antidoto a questa passione, non c’è una cura per qualcosa che è parte strutturale dell’essere umano. C’è però un’alternativa, più difficile, ma forse l’unica possibile: l’uomo può scegliere di implicarsi nel discorso sociale, nel legame umano al posto dell’isolamento narcisistico. Può abbracciare, al meglio che può, l’alterità da cui si sente osteggiato, che alla fine – la psicoanalisi ci insegna – non è altro che la nostra stessa mancanza.
Riferimenti bibliografici
S. Freud, Pulsioni e i loro destini. Opere. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti, a cura di C.L. Musatti, Boringhieri, Torino 1976.
M. Recalcati, De odio, Castelvecchi Editore, Roma 2025.