Nell’opera incompiuta, pubblicata postuma, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, De Martino diviene “etnologo del proprio mondo”; lo sguardo dello studioso è puntato sull’Occidente moderno e contemporaneo e, in modo specifico, sull’offuscamento della sua identità culturale che si ripercuote sull’angoscia da spaesamento vissuta dai singoli soggetti. Secondo De Martino la radice ultima di una crisi così profonda risiede nella progressiva dissoluzione della memoria storica, depositaria delle scelte culturali caratterizzanti la civiltà europea, in cui sono confluite conquiste fondamentali – l’autonomia dell’esserci, innanzi tutto – maturate in altre epoche, in un diverso ambito storico. 

La fine del mondo posta al centro dell’indagine conoscitiva va letta soprattutto in questa ottica; il “finire” acquista significati differenti a seconda che esso preluda a una radicale palingenesi dell’esistente, o, al contrario, si risolva in sé stesso, senza aperture al futuro. La prima alternativa caratterizza le formazioni apocalittiche culturalmente disciplinate (dall’apocalisse cristiana a quella marxiana); la seconda alternativa prende forma nelle “apocalissi no futureil cui modello di riferimento è rappresentato dalle apocalissi psicopatologiche. L’elemento saliente della metodologia demartiniana risiede nella dialettica del confronto: nel caso in esame la comparazione individuante permette di cogliere lo specifico degli opposti orientamenti posti in relazione. Il valore euristico assegnato al documento psicopatologico costituisce la cifra della Fine del mondo e, al contempo, uno dei principali fattori della sua attualità 

Per quel che riguarda la fase moderna della civiltà occidentale, la temperie apocalittica trova uno dei suoi terreni d’elezione nella sfera dell’arte, della letteratura, della filosofia, della storia delle religioni. De Martino assume La Nausée di Jean-Paul Sartre (Paris, 1938) come testo di straordinario valore documentario (oltre che artistico-filosofico), poiché nel vissuto del protagonista, Antoine Roquentin, compaiono, vividamente tratteggiati, i tratti emblematici della situazione di disagio in cui versa l’umanità priva di punti di riferimento ai quali ancorarsi. Roquentin acquista una statura da “eroe negativo”, in quanto simbolo della condizione umana marcata dall’alienazione, dalla percezione angosciante di un radicale dépaysement. L’ambiente esterno e gli oggetti che lo popolano, avendo ormai perduto il calore della domesticità, divengono presenze mostruose e ripulsive; in modo non meno sinistro si presenta l’ambiente sociale: Roquentin vede negli altri non tanto i propri simili, ma i rappresentanti di una categoria più subumana che umana, quella dei Salauds, la cui piatta aderenza alle convenzioni della normalità borghese provoca disgusto. Il solitario Roquentin, abbandonata la professione di storico-biografo, vive l’esperienza-limite della propria dissociazione: si pensi all’episodio in cui si ritrae allarmato dalla propria immagine riflessa nello specchio, nella quale vede affiorare un altro sé in cui non si riconosce. 

Sartre ha saputo conferire una straordinaria evidenza plastica a questa vicenda esistenziale, grazie all’incisività del suo linguaggio che dà risalto alla valenza metaforica insita in ogni tappa della via crucis del protagonista.

La realtà contingente si destruttura sotto gli occhi di Roquentin, rivelando la propria inconsistenza, mettendo a nudo la natura fluida, proteiforme delle manifestazioni che affiorano alla superficie. Esemplare in questa prospettiva è la scena del tramway: Roquentin, preso da improvvisa agitazione, si chiede cosa sia la “cosa” sulla quale è seduto; dovrebbe trattarsi di una panca, eppure la parola “panca” non esce dalle sue labbra, segno della sua inadeguatezza, della sopraggiunta mancanza di corrispondenza tra significante e significato. «Ma la parola mi resta sulle labbra: rifiuta di andarsi a posare sulla cosa» (p. 169). Più avanti si legge: «le cose si sono disfatte dei loro nomi […] io sono in mezzo alle cose le innominabili» (p.170).

La crisi del linguaggio evidenzia lo sfaldamento delle convenzioni sociali, radicate nella memoria collettiva consapevole e inconscia, sulle quali riposa l’idea di mondo in quanto universo plasmato dalla cultura e dalla storia. Il “divorzio” delle parole dalle cose – les Innomables– implica l’impossibilità di avere presa sul reale nel momento stesso in cui vanifica la comunicazione intersoggettiva. De Martino ha valorizzato l’esperienza di Roquentin attenendosi ai contenuti che potessero farne il paradigma di riferimento dell’apocalittica borghese, segnata dalla rischiosa prossimità alle apocalissi psicopatologiche. Agli occhi dello studioso napoletano l’eroe sartriano ha attraversato la soglia oltre la quale è preclusa la possibilità di risalita dagli inferi. Il romanzo filosofico di Sartre segue una diversa traiettoria, poiché la vicenda del protagonista si snoda sul filo dell’ambiguità: essa è anche pervasa dalla sotterranea ricerca di un orizzonte di senso, totalmente “altro” da quello convenzionale, di cui, sul finire, s’intravvedono, sia pure nebulosamente, i contorni.

Sembra che Roquentin sia votato al naufragio, eppure gli resta qualcosa che, forse, sarà in grado di allontanarlo dall’abisso del nulla: la scrittura – «la verità è che non posso lasciare la penna» confida a sé stesso (p. 231). Nelle pagine finali, poche ma di straordinaria densità, si profila, inattesa, l’eventualità di una svolta, sollecitata dall’ascolto di una melodia jazz, Some of these days / You’ll miss me honey: la voce della cantante nera (pensiamo, fantasticando, a Billie Holiday) e il suono del sassofono incarnano un modello di purezza, di essenzialità che evoca un mondo “altro”, il lato dell’esistenza non contaminato dalla contingenza, con il quale Roquentin avverte una segreta affinità. Nella “piccola melodia” jazz, dal tono pacatamente dolente, Roquentin percepisce il richiamo a mettere argini al dilagare onnipervasivo della sofferenza; è come se la melodia gli dicesse: «Bisogna essere come me; bisogna soffrire a tempo di musica» (p.234).  

Negli intervalli di tregua Roquentin potrebbe dedicarsi alla scrittura di un libro: non un libro di storia, nei cui confronti nutre una radicale avversione, ma un’altra specie di libro in cui si possa scorgere dietro le parole stampate, dietro le pagine, qualcosa capace d’innalzarsi al di sopra dell’ovvietà dell’esistere. Egli non sa bene di quale libro si tratti, come non sa se sarà in grado di realizzare una simile aspirazione; il dubbio, tuttavia, non cancella la speranza di poter essere, un giorno, l’autore di un romanzo che potrà dischiudergli la possibilità di riconciliarsi con sé stesso, di accettarsi recuperando il senso del proprio passato e del trascorrere del tempo.

È giunto il momento di fare ritorno a De Martino per rilevare che anche La fine del mondo contempla l’eventualità, sia pur remota, di una via d’uscita dal baratro, che si configura come l’esito di un percorso affatto diverso da quello delineato nella Nausea. Nell’orizzonte demartiniano il riscatto del soggetto non può che essere mediato dalla contestuale riappropriazione critica del “mondo” di appartenenza: la disarticolazione di un simile legame di complementarità può aver indotto De Martino – a giudizio di chi scrive – a glissare sulla parte conclusiva dell’opera di Sartre. Fedele alle proprie idee, lo studioso napoletano si propone di vivificare la specificità del patrimonio storico posto a fondamento della civiltà occidentale: vivificarlo significa metterlo in questione assumendo un punto di vista esterno, al fine di discernere ciò che in esso è ancora vitale e ricco di potenzialità da ciò che è definitivamente caduto in desuetudine. Un impegno di tale portata prende forma nell’elaborazione della teoria dell’umanesimo etnografico, il cui fulcro risiede nella dialettica del confronto tra la civiltà occidentale e le civiltà “altre”, da cui promana la presa di coscienza dei rispettivi caratteri individuanti, storicamente determinati.

La proposta di una lettura incrociata delle due opere che sono al centro dell’analisi rappresenta il nucleo delle presenti note: la trama concettuale dell’opus magnum di De Martino risalta in tutta la sua complessità grazie al confronto con il capolavoro letterario di Sartre; altrettanto vale ai fini della comprensione della portata di quest’ultimo. L’opportunità di ascoltare due voci illustri, divergenti a partire da un fondamento comune, può rivelarsi fertile di spunti critici per il lettore che voglia gettare un fascio di luce sullo stato attuale della nostra civiltà, sul cui destino si allunga, rafforzata, l’ombra della crisi d’identità.  

Riferimenti bibliografici
E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino 2016.
J.P. Sartre, La nausea, trad. it. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 1965. 
D. Fabre, E. De Martino, La fin du monde et l’anthropologie de l’histoire, ASSR, 161, 2013.

Share