L’esistenza è sporca, ogni atto ha un costo, ogni cosa che esiste lo fa a spese di qualcos’altro. Ognuno occupa lo spazio di un altro. Non homo homini lupus, ma mors tua vita mea. L’illusione di una natura in equilibrio, di un mondo che non sporca e non ha responsabilità morale è un criterio diffuso, ma assolutamente inconsistente. Non esistono pasti gratis, nemmeno per i disertori. Non ci si può emendare dal peccato originale rifiutando di imprimere il proprio peso nella stoffa delle cose. Siamo nati, rassegniamoci: abbiamo già consumato qualcosa, abbiamo già preso il posto di qualcos’altro che, se non fossimo venuti al mondo, sarebbe probabilmente meglio di noi.
I neonati ci paiono innocenti e inoffensivi, ma è tutta scena. In primis, perché non sapete quanto consumano e come realizzano con feroce (e cieca) soddisfazione quella apoptosi genitoriale cui gli amorevoli padri e madri si assoggettano con sempre maggior resistenza. I neonati sono il motore primo (e necessario) di quel leviatano consumistico e politico che in passato ha generato le jihad più feroci. Le immigrazioni sono alimentate prima di tutto dalla crescita demografica e solo dopo da condizioni ingiuste.
Franco “Bifo” Berardi difende l’ideale di abbandonare un mondo per lui diventato disumano e ne fa una bandiera programmatica nel suo penultimo eponimo libro, proponendo la diserzione come terapia d’urto contro la società del tardo capitalismo, la fatica di vivere e la noia della modernità ipertecnologica (2023). Magari dimenticando che nessuna era ha mai visto altrettanta istruzione, salute, parità di genere, rispetto delle minoranze di ogni tipo, riduzione degli orrori sanitari e della sofferenza umana. Un mondo che, tra l’altro, è in continua trasformazione e quindi non può essere chiuso in una definizione, ma va visto come elemento di continua rigenerazione.
Al fondo dell’idea di disertare, scappare, nascondersi, c’è l’idea che esista uno spazio dove farlo, come se il mondo fosse divisibile in una parte ancora incontaminata e una parte invece corrotta dal capitale. Ma questo luogo non c’è. L’utopia dell’isola che non c’è si è rivelata per quello che era: una gran bella canzone il cui finale va riletto, «perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle/forse è ancora più pazzo di te»: è la pazzia dell’esistenza, cui non ci si può sottrarre. L’esistenza si può spendere, ma non risparmiare.
Il mondo è ovunque l’espressione della stessa sostanza, manifestazione dell’hybris delle cose. Basta respirare e si è colpevoli. L’esistenza è atto. Non si può ritornare nel grembo materno, verso una pura potenza originaria che non si era ancora macchiata del peso dell’esistenza. Non a caso il peccato originale è universale. È come l’entropia. Per il fatto stesso di esserci abbiamo aumentato l’entropia. E va bene che grazie al nostro astro, che brucia idrogeno come se non ci fosse un domani, da Akhenaton in poi ci illudiamo di poter vivere di sola luce, senza dover passare attraverso il ciclo della vita (e della morte nostra e altrui).
Non a caso, tra le tante follie, si registra il curioso mito del respirianesimo, una credenza pseudoscientifica secondo cui si potrebbe vivere senza mangiare, nutrendosi respirando prana (la presunta energia vitale cosmica) o, in alcuni casi, l’energia del Sole (per esempio il famoso Nutrirsi di luce dell’australiana Ellen Greve alias Jasmuheen). Come se il sole non fosse il primo e più grande divoratore di entropia del sistema solare. Sono tutti ideali negativi che, al fondo, si muovono dall’idea di rifiutare la colpa dell’esistenza, perché ogni cosa, per essere in atto, è responsabile di aver eliminato qualcos’altro (almeno possibile). E così, invece di pensare di spendere (e bene) il proprio costo esistenziale, si punta all’abbandono, alla diserzione. Come se, essere meno, potesse permettere al mondo di essere di più.
Non si può esistere senza bruciare. Si può al massimo finire come il corredo della povera Concetta, la figlia zitella (si può dire, almeno come citazione?) del Principe di Salina alias Gattopardo: «Le quattro casse verdi contenevano dozzine di camicie da giorno e da notte, di vestaglie, di federe, di lenzuola accuratamente suddivise in “buone” e “andanti”: il corredo di Concetta invano confezionato cinquant’anni fa; […] sotto l’ubiquitaria umidità palermitana la roba ingialliva, si disfaceva, inutile per sempre e per chiunque».
È facile essere utili per gli altri, ma questo continuo rimando della giustificazione dell’esistere chiedendo ad altri di farsene carico, nasconde il peggiore egoismo esistenziale: la rinuncia alla responsabilità del vivere. Io valgo? Non perché aiuto gli altri, non perché non faccio danni, non perché costo il minimo possibile (alla comunità e agli altri), ma perché, pur costando tanto anzi tantissimo, mi prendo la responsabilità del mio stare al mondo. Che orrore! Griderà qualcuno. Ma non può che essere così. Gli altruisti, gli ecologisti, quelli del vivere in modo sostenibile, sono la negazione della vita. Vorrebbero che il mondo si spegnesse per lento esaurimento invece che con un’esplosione di vita. Lo capisco: non vogliono avere colpe, ma nemmeno rischi.
Come nel monologo dell’eroe di Ayn Rand in La fonte meravigliosa, l’altruismo è diventato una forma di egoismo per il «parassita che sostiene che l’uomo esiste per servire gli altri. Predica l’altruismo. L’altruismo è la dottrina che chiede che l’uomo viva per gli altri e pone gli altri al di sopra di se stessi. Nessun uomo può vivere per un altro». E chi diserta è un parassita, perché vive contando sulle risorse che gli altri, brutti e cattivi, hanno accumulato. Ma è peggio di un parassita, perché oltre a vivere sulle spalle degli altri, pensa di essere moralmente superiore. In un certo senso rilegge con un nuovo senso la storiella dei giganti di Bernardo di Chartres: «Siamo nani che vivono alle spalle (e non sulle) dei giganti del passato, che per questo si sentono moralmente più in alto».
In un’ampia porzione del pensiero occidentale, soprattutto in classi in cui la possibilità di realizzare qualcosa o, viceversa, di perdere il benessere ereditato dalla propria comunità di origine sono quasi nulle, si disprezza chi si sporca le mani e pensa che, anche nel quotidiano, ci sia qualcosa per cui valga la pena di tagliare la strada a un altro. E così un ideale morale si traduce nella vocazione suicida e negativa di una visione che di fatto nega l’esistenza e vede la lotta come qualcosa di negativo in nome di un conservatorismo radical chic.
Lo si vede nei centri storici, devitalizzati dalle classi che possono permettersi di andare a piedi, non caricare borse della spesa e casse d’acqua per una prole numerosa e costosa, che impongono un paesaggio da cartolina, senza volgari masse di umani. Come se la Siena (o qualsiasi altro centro storico) di Ambrogio Lorenzetti (quella di quando era vivo lui, non quella immaginata dagli storici seicento anni dopo) fosse stata questa silenziosa distesa di facciate monumentali. Dovremmo lasciare il mondo com’era, ma com’era? Perché il passato dovrebbe essere meglio? Non c’è mai stato questo ordine ideale, non usciamo da un paradiso terrestre, un Eden incontaminato. Il mondo non è buono e non è puro. Il mondo è vivo.
La stessa idea negativa dell’esistenza si declina in tanti modi: dalla decrescita felice, all’impatto zero, ai regimi alimentari innocenti (veganesimo) e, in passato, aveva un nome: ascetismo. È il rifiuto del mondo: non si vuole essere corresponsabili di un mondo che è anche male, perché essere nel mondo vuol dire rinunciare alla propria innocenza. Ogni passo schiaccia la terra. Non si può esistere senza che questa esistenza bruci qualcosa. In fondo, quest’idea della comunità di amici che si ritirano dal mondo per vivere senza combattere, paghi della loro amicizia e affinità, ha un modello famoso: i monaci (di cui un caso estremo sono gli eremiti). Ma queste comunità, se non volevano sparire, si sono evolute. I francescani, per dire, sono diventati la franchise di maggior successo del tardo Medioevo.
Non è un caso che le specie che si sono date alla diserzione — dal dodo all’intellettuale in fuga — abbiano sempre avuto un futuro piuttosto corto. Jack London, che la sapeva lunga sulla lotta per la sopravvivenza, lo diceva senza troppi giri di parole: «La vita è una continua battaglia verso l’alto, chi si tira indietro lascia spazio agli altri». Il destino del disertore è scritto nella storia della selezione naturale: autoeliminarsi dall’equazione e guardare, forse con nostalgia, il resto del mondo che va avanti.
La fuga (grande tema della cinematografia nostrana: penso a un regista che amavo in gioventù, ovvero Gabriele Salvatores) è l’esercizio di uno snobismo rivoluzionario: sentirsi migliori di chi resta, anche se la diserzione, nella sua versione filosofica, non è mai soltanto una fuga. È animata dalla convinzione sottile che chi diserta abbia compreso qualcosa di più, di più autentico, di più vero. Dall’anacoreta che si ritira nel deserto, ogni epoca ha avuto i suoi puri, quelli che, avendo visto la luce, guardano il resto dell’umanità con una punta di compassione mista a disprezzo. Questo passo indietro, invece che compiuto nella solitudine degli hikikomori, trova conforto in un circolo di amici che si autocelebrano: i nuovi hikikomori, però insieme e con una discreta cultura. Disertare è un lusso per ricchi. È una dolce discesa che può compiersi per chi non si trova in fondo alla valle.
La diserzione tradisce una visione negativa dell’essere umano: non più capace di cambiare il mondo, ma costretto a difendersene, a sottrarsi, a rimpicciolirsi. Il disertore si mette in stand-by, in attesa che passi la tempesta. Ma, come sempre, la tempesta non passa: cambia solo chi resta fuori. Per Thomas Jefferson: «Ogni generazione ha il diritto di agire per il proprio tempo». Si può consumare il mondo perché il mondo consuma noi. E, accettando di bruciare, si può cercare di fare l’unica cosa possibile: bruciare per qualcosa che si è scelto e che si pensa che valga. Non è questione di moralità superiore, ma di assumersi il costo della propria esistenza: nel bene e nel male, accettando le conseguenze delle proprie scelte.
A disertare e fuggire preferisco il Don Chisciotte di Guccini che, alla richiesta di Sancho di abbandonare l’impresa, risponde: «Dovrei tirarmi indietro/perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?/[…] Il Potere è l’immondizia della storia degli umani e anche se siamo soltanto due romantici rottami/sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». Meglio sputare che ritirarsi sdegnosi in un buon ritiro peggio della morte.