Cobra Kai Never Dies

di TOMMASO TUPPINI

Cobra Kai di Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Heald.

Cobra-Kai-1La seconda stagione si era conclusa con un cliffhanger totale: il ragazzo biondo, figlio di John Lawrence e allievo di Daniel LaRusso, faceva precipitare dalla tromba delle scale il ragazzo ispanico, clone di Danny versione Karate Kid, mandandolo in coma. È l’epilogo di una gigantesca rissa scatenata dentro il liceo ormai diventato teatro di scontri tra gli studenti iscritti al Cobra Kai di John e quelli del Miyagi-Do di Daniel. All’inizio della serie i ragazzi della San Fernando Valley sono separati in due gruppi a tenuta stagna: i cool e i loser. Le ragazze, per parte loro, sono bionde e desiderabili oppure colored e obese e le une non farebbero mai comunella con le altre. Con il tempo le fazioni si sfaldano e ristrutturano perché l’arrivo del karate trasforma i maschi loser in badass, cioè duri che, infatti, cominciano a prendersi le ragazze bionde, e permette alle obese di avere per la prima volta una vita sociale.

Nel mondo di Cobra Kai, che non crede più nei quattrini come segno d’elezione, la violenza è l’unico strumento di riscatto e seduzione. In un primo tempo la cosa sembra funzionare, i teenager karatechici tengono testa a quelli fortunati per nascita, c’è una pace armata, ma non dura molto perché l’inimicizia rinasce sotto forma di rivalità tra le due palestre di arti marziali. Il precario equilibrio viene rotto definitivamente dall’arrivo di una ragazza proletaria che flirta con il ragazzo ispanico del Miyagi-Do e non perdona alla figlia di Daniel di fare la stessa cosa. Guidati dalla proletaria quelli del Cobra Kai scatenano contro quelli del Miyagi-Do la megarissa di cui sopra. La terza stagione comincia qui, con il ragazzo ispanico che si risveglia dal coma e riprende l’uso delle gambe che gli servono per camminare e menare.

Il cinema americano degli anni ottanta ci ha convinto che l’adolescenza è il periodo decisivo della vita e che le prime frustrazioni agonistiche e sessuali si ripresentano sotto forma di fantasmi. La serie mette in scena il passato che ritorna e anche il ritorno di quella convinzione sul ritorno. John è da capo a piedi un relitto degli Eighties: ascolta i Guns N’ Roses bevendo Budweiser, non sa usare Facebook, quando gli fanno predicozzi sulla gender equality non riesce a seguire. Vuole aprire un dojo perché non ha niente da fare ma anche per vendicarsi del calcio della gru che trent’anni fa gli era costato torneo e fidanzata. L’arianissimo ragazzino di buona famiglia è adesso un fallito che a suon di sbronze e Schadenfreude riscuote l’incondizionata simpatia dello spettatore. Daniel, invece, ci ha messo un bel po’ di tempo ma alla fine è riuscito a diventare il benpensante bolso e pussy-whipped che covava dentro di sé.

Adesso non ha più il coraggio di sfidare il rivale in campo aperto e cerca di danneggiarlo raddoppiandogli l’affitto della palestra. Un mezzuccio che adopera anche con Kreese, il berretto verde già sensei di Johnny e tornato alla ribalta nella seconda stagione. Ma Daniel non riesce a metterli nel sacco, né l’uno né l’altro. Puoi essere ammanicato e rispettabile quanto vuoi, alla fine sono i calci e i pugni a parlare perché la forza fisica rimescola le carte e non ci sono soldi che tengano.

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La deterrenza reciproca tra i gruppi di karate mette alla violenza un freno che serve soltanto a preparare la nuova esplosione e la terza stagione si chiude allo stesso modo della seconda, con una lotta di tutti contro tutti. Le violenze si ripetono a ogni piè sospinto perché manca il capro espiatorio, una vittima sacrificale sfogandosi sulla quale gli studenti possono fare pace almeno per un po’. La vittima è sempre qualcuno che per via di una eccentricità fisica, psicologica o di qualsiasi altro tipo si presta a essere additato come colpevole per i mali che attanagliano un gruppo. Nella prima stagione il capro espiatorio erano i secchioni della scuola e, vessandoli, i cool potevano fare a meno di scazzottarsi fra loro. Ma grazie al ritorno del karate anche i secchioni diventano capaci di difendersi e le gerarchie saltano, ogni incontro tra ragazzi diventa potenzialmente violento mettendo parecchio in allarme gli adulti e i giornali locali. Per raffreddare gli animi la counsellor del liceo propone hippesche schitarrate sui prati e vieta ogni forma di contatto fisico perché toccarsi vuol dire entrare nella personal bubble di qualcuno.

Al neopuritanesimo sessuofobo e femminardo degli ultimi dieci anni Cobra Kai oppone una tesi semplicistica ma efficace: nonostante le senili e rinsecchite preoccupazioni che possiamo nutrire, ragazzi e ragazze vogliono soltanto baciarsi e picchiarsi e bacia di più e meglio chi picchia più forte, ed entro certi limiti è più saggio lasciarli fare perché ogni pretesa di soluzione radicale ha conseguenze peggiori del male. La violenza è l’unica cosa che ritorna dalla tomba, la seppelliamo ma lei si riaffaccia, perché la violenza si alimenta di rimozione e scuote le cose che stanno ferme, trasforma gli amici in rivali, i nemici in alleati, e il karate è la democrazia della violenza perché dà a chiunque la possibilità di fare a botte con chiunque senza tener conto di età, sesso e stazza.

Ancor più delle prime due, la terza stagione è costellata di déjà vu e per i nostalgici come me è commovente l’appuntamento di Daniel e John al Country Club dove si contendono Ali, proprio come facevano nel film del 1984. Ma contro le migliori intenzioni del film la serie fa cadere la differenza speciosa tra il karate meditativo di Miyagi e quello violento del Cobra Kai. Karate buono e karate cattivo si equivalgono, l’uno genera l’altro, è la nemesi dell’altro, l’uno stringe con l’altro un nodo che il tempo può soltanto rafforzare. Per spezzare il ciclo della violenza sarebbe necessario un profeta oppure un antropologo francese pronto a mostrare l’innocenza del loser che i cool vogliono massacrare. Per mettere fine alla crisi della rivalità e chiedere a tutti di rinunciare all’uso della forza è dunque necessaria una vittima innocente che fa da esempio ma – altra differenza dall’edificante film di Avildsen – tra gli allievi non ci sono innocenti perché tutti vogliono essere carnefici: il più mite tra i nerd nutre voracità sessuali appena dissimulate e furibondi desideri di vendetta, e la violenza appare come la sola combustione capace di luce dentro un mondo di villette monofamiliari con piscina e il parcheggio per il SUV.

Il profeta e l’antropologo dicono che, abbandonati a se stessi, i violenti finiscono per annientarsi, dunque l’interruzione della spirale della vendetta è necessaria per sfuggire a un destino di autodistruzione. Ma in Cobra Kai non soltanto la violenza non viene redenta – nessuno sembra tenerci in modo particolare, tranne la counsellor, i giornalisti e qualche mamma –, essa non è neppure suicidale perché la violenza è il catéchon di se stessa. Trova da sola le ragioni del proprio proliferare e trova anche quelle del proprio contenimento. Non qualunque violenza, ma il karate sì, perché non si propaga necessariamente nel modo della escalation. Il principio delle arti marziali, infatti, non è che l’aggredito sommi la propria violenza a quella che riceve ma il farsi flessibile e cedevole per ritorcere i movimenti dell’aggressore contro di lui. La violenza si sposta ovunque nella Valley e sembra destinata a non morire, “tiene”, fa cristallizzare le nuove società giovanili e viene messa in mano ai figli come l’unica eredità paterna che non gli appare troppo squallida.

La mitologia ultrapsicanalitica e bellicosa della serie assolve tutti, compresi gl’iniziatori del ciclo, John e Daniel, condannati a parole ma lo spettatore capisce che senza il karate nato dal loro risentimento i ricchi avrebbero avuto ancora una volta l’ultima parola, le bionde si sarebbero ostinate a schifare i secchioni e le maestrine dalla penna rossa avrebbero continuato imperterrite a dettare la loro agenda pedagogica. Che invece viene stracciata una volta per tutte a un autolavaggio dove una delle liceali scuote le tette per attirare i clienti: “Non eri femminista?”, le fa un’amica, “sì, ma sexy!”, risponde lei. Meno male.

Riferimenti bibliografici
R. Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 1996.

Cobra Kai. Ideatori: Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, Josh Heald; interpreti: William Zabka, Ralph Macchio, Xolo Maridueña, Mary Mouser, Tanner Buchanan, Martin Kove; produzione: Hurwitz & Schlossberg Productions, Overbrook Entertainment, Sony Pictures Television; distribuzione: YouTube Premium, Netflix; origine: USA; anno: 2018-in corso.

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