A partire dal 2014 il Centre Pompidou ha avviato un progetto di commissioni, invitando nel tempo diversi registi cinematografici da tutto il mondo a realizzare un’opera breve nel tentativo di rispondere alla domanda “Où en êtes-vous?”. Una grande occasione per nomi come Bertrand Bonello (2014), Jean-Marie Straub (2016), Jafar Panahi (2016), Barbet Schroeder (2017) e Kelly Reichardt (2021) che hanno avuto la possibilità di potersi esprimere in totale autonomia, vista la libertà concessa sulla forma e sul linguaggio da usare, così come sugli argomenti di cui parlare. Questo è il presupposto da cui nasce il nuovo film di Leos Carax, il mediometraggio C’est pas moi (2024), presentato alla 77ª edizione del Festival di Cannes e proiettato in Italia alla serata di apertura dell’ultimo FilmMaker Festival di Milano.
Fin dal primissimo esordio, il cortometraggio Strangulation Blues (1980), Carax ha sempre dimostrato un’esplicita volontà di ripercorrere le orme di Jean-Luc Godard nella costruzione della propria identità autoriale. Non soltanto un’influenza che segna lo stile e la forma (Boy Meets Girls, 1984) o l’atteggiamento nei confronti del cinema e dei suoi generi (Annette, 2021), ma persino l’immagine che restituisce di sé. L’essere una figura schiva ed enigmatica, l’inconfondibile occhiale scuro sempre in volto e la forte presenza, diretta o accennata, della sua persona all’interno delle opere. Per questa insistenza l’arrivo di un film come C’est pas moi era inevitabile, qualcosa che gli estimatori aspettavano, bramavano con impazienza, e che giunge – forse non a caso – a un’età simile a quella posseduta all’epoca da Godard.
Per realizzarlo Carax utilizza infatti la forma del video-saggio, protagonista di buona parte della seconda metà della filmografia del regista svizzero, che parte da Histoire(s) du cinéma (1988-1998) e arriva a Le livre d’image (2018), passando per De l’origine du XXIe siècle (2000) e Dans le noir du temps (2002). Ciò che Godard definiva film-essay, in cui immagini provenienti da materiale d’archivio, cinema, televisione, accompagnate spesso da musica o voice over, sono prese, manipolate e combinate al fine di riflettere su un tema (amore, memoria, eternità), di portare avanti una tesi (le atrocità compiute nel Novecento) o di presentare un testo critico audiovisivo (la storia del cinema e la sua importanza). È il potere del cinema di farsi recipiente di immagini, proprie e degli altri media, e di poterle maneggiare e ricollocare; è il cinema che parla del cinema (nella sua accezione più ampia) e dello sguardo del suo autore sul mondo. D’altronde, come sosteneva Godard, fare critica è già fare cinema.
C’est pas moi mantiene la centralità delle immagini del passato, da quelle cinematografiche come Duello mortale (1941) di Fritz Lang, Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson o gli stessi film del regista, a quelle di repertorio come le riprese del bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia. A queste si uniscono però scene e riprese inedite o realizzate ex novo: una donna che si tuffa in piscina per poi scomparire; la figlia Nastya che suona il piano sovrapposta a dei lampi tra le nuvole; Monsieur Merde, già visto nell’episodio Merde di Tokyo! (2008) e in Holy Motors (2012), che passeggia a Buttes-Chaumont prima di un momento di follia.
L’idea di video-saggio concepita da Carax risente tuttavia dell’influenza del linguaggio contemporaneo, dei nuovi media digitali, dei contenuti creati per YouTube o affini, guardando da lontano (da molto lontano) allo stile degli yt-poop o dei video mlg. Il ritmo riflessivo, poetico, che caratterizza i film di Godard lascia il passo a una velocità più attenta nel ricercare l’attenzione dello spettatore, favorita inoltre da un sottile e beffardo atteggiamento ironico. L’evocazione di suggestioni e analogie tra le scene non avviene più soltanto attraverso la loro giustapposizione, ma anche grazie a un montaggio interno all’immagine, con compositing, green screen e pop-up sfruttati per incastrare immagini dentro altre immagini. Filmati di repertorio possono apparire fuori da una finestra che illumina la stanza di un bambino. Scritte, loghi o forme colorate invadono lo schermo diventando i veri protagonisti.
In quaranta minuti Carax avvia una serie di dissertazioni riguardanti passato, presente e futuro, che non sembrano però possedere una loro completezza discorsiva, né tantomeno volerla ricercare. Sono pensieri frammentati, detti ad alta voce e inframezzati da lunghi sospiri. Confidenze soltanto accennate, sussurrate nella penombra fumando una sigaretta. Nonostante l’ironia, quello che ci accompagna fino alla fine di C’est pas moi è un senso di instabilità, di profonda rassegnazione. Collocarsi in un tempo o in uno spazio diventa impossibile e “Dove sei, Leos Carax?” una domanda troppo complessa a cui rispondere, a cui se ne affiancano di ulteriori (“Come ritrovare lo sguardo degli dèi?”). E fin da principio, nomen omen, quel “Non sono io” del titolo toglie ogni speranza di risolvere l’interrogativo, incentivando una visione vagamente apocalittica.
È un film che parla del Novecento e dei giorni nostri. Dell’ombra lunga del nazismo e delle nuove minacce politiche. Del tempo che passa e della caducità dei ricordi. Dell’importanza di riprendere anche solo per un’istante una mela, rendendola eterna. Del cinema quale mezzo per preservare la memoria, con la voce di Jonas Mekas a ricordarcelo. Dell’impossibilità di definire in maniera univoca una persona. Della musica di David Bowie, della storia di Roman Polanski e del neo di Marilyn Monroe. Di sé stesso, regista, padre, amante. Delle proprie opere e dei volti che ha ritratto. Di Denis Lavant, di Juliette Binoche e di Yekaterina Golubeva: musa e compagna, madre di Nastya, morta suicida nel 2011 – figura che chiamerebbe in causa anche il rapporto triangolare con Šarūnas Bartas e la realizzazione di Namai (1997) e Pola X (1999), ma questa è un’altra storia.
Dopo i titoli di coda Carax conclude con un gesto ludico, si potrebbe dire metacinematografico, dove l’artificio è esibito piuttosto che celato. Ancora una volta: Godard docet. In una logica in cui tutto si ripete e il passato diventa modello per il presente, la marionetta di legno di Annette, manovrata in campo da una troupe di burattinai in tuta nera, riproduce la scena più iconica di Rosso sangue (1986). La lunga corsa di Alex sulle note di Modern Love che, in questo caso, invece di concludersi con un dietrofront, prosegue avanti, verso il futuro. Anche se ciò vorrebbe dire sprofondare in un burrone o, forse, chissà, planare dolcemente nell’aria.
C’est pas moi. Regia: Leos Carax; sceneggiatura: Leos Carax; fotografia: Caroline Champetier; interpreti: Leos Carax, Denis Lavant, Nastya Golubeva Carax, Yekaterina Golubeva; produzione: CG Cinéma Théo Films ARTE France Cinéma; origine: Francia; durata: 42’; anno: 2024.