C’è un senso della fine che attraversa Casanova scritto da Sinisi, con Sandro Lombardi. Non si tratta solo della fine personale – la vecchiaia in Boemia – dello scrittore e avventuriero, ma anche della fine di un mondo – la Rivoluzione Francese – e anche della fine del mondo in genere, della vita sulla terra, che immaginano Casanova e l’eccentrica Marchesa d’Urfé nel finale, abbracciati e profondamente stanchi e invecchiati.
Bibliotecario al servizio del Conte di Waldstein, Casanova riceve la visita di un medico esperto di mesmerismo, chiamato per recuperare una memoria che va scomparendo. La seduta durerà una intera notte, e sarà popolata di ricordi, ma soprattutto dei fantasmi che hanno attraversato un intero secolo e l’Europa tutta. Fantasmi che riguarderanno il terremoto devastante di Lisbona del 1755, l’Illuminismo con Voltaire, e più in generale il sentimento che, insieme alla fine, qualcosa di nuovo stesse anche accadendo in un secolo che conteneva tutto e il suo contrario. È il caso, per esempio, del primo volo in mongolfiera, che, annunciato all’inizio, appare a fine spettacolo dando il senso dell’emergere stupefacente del nuovo.
In questo mondo, popolato di ricordi e fantasmi, il lavoro immaginativo rende indeterminato il confine tra l’interno e l’esterno. Casanova bambino dà forma alla magia dell’infanzia attraverso la lanterna magica; quello ragazzo sente la censura della chiesa sul vitalismo delle sue pulsioni; la bella Henriette è la prima immagine dell’amore che finisce e continua allo stesso tempo; l’esoterica Marchesa d’Urfé esprime l’impossibile resistenza al passare del tempo, uno spirito adolescente che abita il corpo di una vecchia.
I personaggi in scena diventano le varie figure di un sentimento malinconico. In questa indiscernibilità del confine tra dentro e fuori, ricordo ed immaginazione, Casanova è abitato da un sentimento di malinconia ironica, che emerge fin dall’inizio quando ripete più volte al medico mesmerista di detestare la lingua tedesca con cui a lui tutti si rivolgono, nonché l’odore di verdure che giunge dalla cucina nella sua stanza; il medico è segnato da una malinconia ambigua, determina le condizioni di attivazione dei fantasmi ma non sembra andare oltre; la Marchesa d’Urfé incarna una malinconia eccentrica, nella quale l’eccentricità nasconde a fatica il disarmante senso malinconico del tempo che passa; l’amata giovane Henriette è la figura della malinconia amorosa, in cui l’amore nel suo massimo slancio è accompagnato dal sentimento della sua fine.
Ma questa malinconia porta con sé la risposta, la forma che la ribalta, l’immaginazione capace di trascenderla: per cui l’ironia può servire a prendere le distanze dall’esperienza anche nella forma benefica dell’oblio; l’eccentricità può intensificare, teatralizzandolo, il sentimento di vivere; un amore, anche se finito, può durare comunque nel tempo.
Insomma, il notevole Casanova di Sinisi, liberamente ispirato a Storia della mia vita dell’autore veneziano, è anche uno spettacolo sull’inizio, cioè sulla vita, su ciò che può nascere, anche attraverso l’oblio (che lascia spazio alle cose) e la potenza dell’immaginazione. L’ambivalenza di questo sentire, la fine e l’inizio nel loro avvicendarsi, l’indissociabilità di memoria ed oblio, di vecchio e nuovo, come contrassegni di una vita e di un intero secolo, sono magnificamente restituiti da tutti gli attori: Sandro Lombardi è capace di esprimere tutto lo spirito inquieto che resta in Casanova – e che ha sempre abitato la carne – nella misura del movimento, delle pose e delle parole; Betti Pedrazzi restituisce con brio senile tutta l’eccentricità in cui prende corpo l’elusione della vita della Marchesa d’Urfé, che si autoreclude per venti anni in casa per far sì che il sole non le rovini la pelle; Simona De Leo espone tutta l’intensità del sentimento d’amore di Henriette attraverso una parola che si fa monologo e un corpo che si fa donazione.
Tutto questo in una scenografia in cui equilibrio e modulabilità si associano nel notevole disegno di Fabio Cherstich, capace di far attivare alla regia sicura di Fabio Condemi i diversi luoghi della scena con ricordi e fantasmi. E la qualità del testo di Sinisi emerge anche quando è capace d’incorporare riferimenti al presente (l’eternità garantita dalla sostituzione degli organi) senza alterare l’equilibrio d’insieme.
Casanova. Testo: Fabrizio Sinisi, liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova; regia: Fabio Condemi; interpreti: Sandro Lombardi, Marco Cavalcoli, Simona De Leo, Alberto Marcello, Betti Pedrazzi, Giovanni Porzi; scene e drammaturgia dell’immagine: Fabio Cherstich; suono: Andrea Gianessi; costumi: Gianluca Sbicca; disegno luci: Giulia Pastore; durata: 75′.
*Foto: Luca Del Pia