Arriveranno tempi migliori

di ANGELA MAIELLO

Cari compagni! di Andrei Konchalovsky. 

“C’era un tempo in cui tutto era chiaro, tutto aveva senso: sapevi con certezza chi era nemico e chi uno di noi”: è con disorientamento misto ad una combattiva nostalgia che Lyudmila riflette sulla crisi politica e morale che di lì a poco deflagherà in tragedia. Siamo a Novocherkassk, nell’Unione Sovietica degli anni sessanta e la tragedia è realmente accaduta: il 2 giugno del 1962 i lavoratori di una fabbrica di locomotive che scioperavano per la carenza di cibo e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, vengono massacrati durante le proteste e i loro corpi occultati, affinché di quella tragedia non rimanesse traccia. A questa tragedia e al suo tentativo di rimozione è dedicato Cari compagni!, in concorso a Venezia77.

Per raccontare questa storia Konchalosvsky opera tre scelte. La prima è di natura prettamente estetica: filma in bianco e nero e nel formato 4:3, come a voler agevolare il processo di autenticazione della finzione, per offrire allo spettatore qualcosa di quanto più possibile vicino ad un’immagine della verità, che nella forma dell’immagine dell’epoca non era mai stata prodotta, di cui non ci sono tracce. La seconda è sulla messa in scena, in cui si concentra la struttura classica di questo film: la storia del massacro, in cui si condensa esplicitamente il senso del fallimento dell’Unione Sovietica e degli ideali comunisti, si incarna nel personaggio di Lyudmila, funzionaria di partito, profondamente devota alla causa. È attraverso la sua vicenda privata che il dramma e il senso della Storia trovano la forma del racconto. Infine la terza scelta riguarda il modo in cui regista struttura il racconto in relazione all’ideologia, applicando essenzialmente un andamento dialettico: c’è il momento della tesi, quello dell’antitesi e, infine, una potentissima sintesi.

Il primo momento, che coincide con la narrazione delle vicende che portarono al massacro, è il momento dell’affermazione incondizionata della ragione di stato. Lyudmila si mostra fortemente attaccata ad un ideale di socialismo che sembra ormai tramontato, e proprio in virtù di ciò, sebbene sia critica con la decisione dell’aumento dei prezzi, si dichiara una convinta sostenitrice della linea dura contro i manifestanti, esponendosi direttamente affinché questa venga perseguita. Questa incondizionata adesione alla causa, ormai ridotta, però, ad una specie di grottesco teatro dell’ipocrisia e della burocrazia, è anche motivo di distanza con la figlia, che invece fa parte di quel popolo di lavoratori in rivolta che ha deciso di ribellarsi. Questo primo momento affermativo trova il suo culmine nella scena del massacro, in cui il regista sceglie la strada della riduzione piuttosto che quella dell’amplificazione dell’intensità drammatica del momento, affidato essenzialmente al sonoro. Mentre i manifestanti scappano e cadono lungo la corsa colpiti dai colpi dei cecchini, Lyudmila si mischia tra la folla alla ricerca della figlia, trovando poi rifugio in un locale abbandonato. Dalla vetrina che fa da cornice a quel teatro di orrore, si susseguono gli spari mentre in sottofondo continua a suonare un motivo della tradizione propagandistica. 

Si apre così il momento della negazione, che narrativamente coincide con la disperata ricerca da parte di Lyudmila della figlia, che teme ferita o morta durante la rivolta. Ora è costretta a mettere in discussione le sue certezze, non può fare altrimenti, e quando deve pubblicamente esporre, alla presenza agli alti funzionari, la sua ricostruzione dei fatti alla luce della linea di azione di cui si era fatta promotrice, lei che appare sempre rigidamente composta, non riesce a trattenere la disperazione e le lacrime, sottraendosi al suo dovere. Ma questo è anche il momento in cui al rigido schema burocratico a cui abbiamo assistito fino a quel momento, si sostituisce la rappresentazione di una immensa zona d’ombra all’interno stesso del sistema. Un funzionario del KGB si offre di aiutarla nella ricerca della figlia o del suo cadavere, la legge dello stato viene violata in funzione di una legge superiore o semplicemente in nome di un’altra legge che parallelamente si sta facendo spazio. Anche questo momento ha il suo acme: dalla descrizione, estorta ad un contadino, di un cadavere sepolto, Lyudmila è ormai certa che sua figlia è stata uccisa durante la rivolta, e comincia disperatamente a scavare nella terra.

Infine il terzo momento, la sintesi, quel finale che riesce potentemente a ricollocare il racconto, dopo la negazione, in una dimensione affermativa ed essenzialmente utopica, in fondo anche propagandistica a giudicare dal sigillo iniziale del Ministero della Cultura della Federazione Russa. Si tratta di una nuova fase, uguale e diversa dalla prima, che si apre con un evento completamente inaspettato: ritornata a casa, ormai certa (e con lei lo spettatore) di aver perso sua figlia, Lyudmila scopre che non è così: la ritrova inspiegabilmente sui tetti, rannicchiata su se stessa, che guarda con terrore alla città. Qui il film si concede la potenza del pathos e l’abbraccio tra le due non soltanto scioglie la conflittualità di madre e figlia, ma nella incorporazione della Storia nella storia rappresenta soprattutto la ricomposizione dell’unità di due generazioni, che non possono far altro che guardare con fiducia al futuro: arriveranno tempi migliori. 

Cari compagni. Regia: Andrei Konchalovsky; interpreti: Julia Vysotskaya, Vladislav Komarov, Andrei Gusev, Yulia Burova, Sergei Erlish; produzione: Alisher Usmanov, Andrei Konchalovsky Studios; origine: Russia.

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