Per parlare di Broken Rage, l’ultimo film di Takeshi Kitano, non posso che cominciare con una mera impressione da spettatore: durante la visione al computer mi sono tornate in mente, in modo quasi automatico, immagini o meglio impressioni alla rinfusa di lui, Kitano, in alcuni dei suoi film precedenti, soprattutto immagini dal suo film di debutto alla regia, Violent Cop (1989). La camminata claudicante, l’apparire della sua figura intera, i primi piani, le smorfie, i tic: insomma un po’ di tutto in relazione al suo corpo d’attore e alle sue movenze su un set. Pur avendo perso contatto con il suo lavoro come regista in questi ultimi anni, devo dire che la sovraimpressione mentale dei ricordi di ieri con la percezione di oggi non fa emergere troppe differenze di fondo. Mi sembra cioè non sia passato davvero molto tempo. In Broken Rage si ritrova la stessa “maschera” degli anni passati. Certo, necessariamente invecchiata ma sempre molto riconoscibile nei suoi tratti.
Il discorso sostanzialmente non cambia anche a proposito dell’aspetto narrativo del film, visto quantomeno quello che si legge sulla pagina di Prime Video dove Broken Rage è – per il momento – disponibile in streaming:
Un uomo apparentemente insignificante, ma in realtà un sicario chiamato “Mouse”, viene catturato dalla polizia. In cambio della libertà, va sotto copertura, si infiltra in un giro di droga e organizza un falso affare, ma c’è una svolta inaspettata… Il regista Takeshi Kitano presenta un film in due parti: un film d’azione sulla yakuza e una commedia auto-parodica. Qual è il destino di “Mouse”?
In questa descrizione della trama si ritrovano facilmente elementi ricorrenti del cinema di Kitano, sia in merito al singolo personaggio del protagonista, che ai gruppi specifici contemplati nella narrazione e ai generi a cui il film più o meno sembra attingere. “Mouse” è un sicario un po’ sui generis che riceve comunicazioni relative a chi dovrà uccidere tramite buste che gli vengono consegnate al solito posto che frequenta. Non vediamo chi gli commissiona i crimini né sappiamo qualcosa di certo in merito all’esistenza reale di un tale personaggio, ma alla fine non importa poi tanto nella logica del film. Quando si arriva ai crimini, le sequenze degli omicidi del nostro sicario sono sempre iper-stilizzate, plasmate con quel gusto per lo stacco fulmineo e quindi per l’ellissi narrativa e di senso che sono da sempre parte della cifra stilistica di Kitano regista e che, en passant, ci ricordano anche il vecchio adagio che un autore di cinema, alla fin fine, o nello stile o per i temi che tratta, fa sempre lo stesso film.
Dopo che però “Mouse” viene preso dalla polizia, convinto a stare sotto copertura nella yakuza per sventare un giro di droga e soprattutto dopo che riesce in quest’operazione, il film cambia radicalmente registro, e ricomincia ripresentandoci lo stesso “Mouse” alle prese con gli stessi omicidi, le stesse situazioni, le stesse persone di prima ma sotto le sembianze di un killer tutt’altro che efficiente nel suo lavoro e professionale nei panni del suo “personaggio”. Il tono generale passa dalla durezza della tragedia dell’azione alla sgangheratezza della commedia, con effetti su tutte le fasi della narrazione che, giocoforza, presentano variazioni. “Mouse” viene mostrato per quel che è: un uomo effettivamente vecchio, impacciato, tontolone – a sua insaputa – e quindi qualcuno incapace di controllare a pieno quello che fa, nonché un uomo facilmente preda del corso degli eventi. E questo cambiamento investe anche la percezione degli altri personaggi in scena che, in alcuni casi, si mostrano perfino in apparizioni ridicole, come per esempio quelle dei poliziotti durante l’interrogatorio a cui viene sottoposto lo stesso “Mouse”. In generale si può dire che questa seconda parte illustra in modo lampante come il titolo del film di Kitano sia da prendere alla lettera. La rabbia è distrutta, o spezzata, nel senso che si ha a che fare con un’azione drammatica che non tiene più, e che per questo ci spinge a riconsiderare tutto da altre prospettive.
Prendendo il film nel suo complesso – prima e seconda parte, con intermezzo social di commenti “da spettatori” – viene da pensare che Broken Rage sia innanzitutto leggibile come l’esemplificazione di una sorta di prova d’attore. Nella prima parte si ha, per così dire, la tragicità più tipica del rapporto di Kitano col cinema, sia quello fatto in veste di attore e regista sia quello in cui è stato invece diretto da altri. Nella seconda si ha invece più il Kitano televisivo – o se si vuole il “Beat Takeshi” televisivo, per usare il nome d’arte del giapponese – dal momento che la sua ridicolaggine può ricordare il suo passato di commediante tv, soprattutto grazie alla storica trasmissione televisiva Takeshi’s Castle (1986-1990), in cui il nostro incarna “il ruolo” di un conte che prospetta sfide fisiche particolari che i partecipanti dello show devono superare per raggiungerlo nel suo castello.
In sintesi si potrebbe dire che Broken Rage ci mostra una rappresentazione più o meno plastica del doppio registro attoriale di Kitano, il quale è capace di passare da un tono da tragedia stilizzata a uno comico-demenziale, mantenendo alla fine intatta la sua tipica faccia di bronzo di fronte a tutto quello che gli succede. Questa impassibilità sfrontata è, se si vuole, ciò che costituisce proprio una funzione oramai consolidata di quanto può una maschera, cioè la funzione di permettere un nostro adattamento a contesti tra loro diversi ma senza esserne totalmente assimilati. Nel cinema occidentale si sa che maschere del genere non mancano, a partire sicuramente da quella che fu Buster Keaton nell’epoca del muto. È interessante però osservare che quando si tratta di attori o attrici nel cinema sonoro, nel caso di figure capaci di gestire con maestria tanto un registro tragico quanto uno comico come, per esempio, un Vittorio Gassman, l’approccio adottato nella recitazione tende molto spesso a favorire un lavoro di tipo mimetico sul personaggio che si deve interpretare.
Nel complesso Broken Rage è però anche l’esemplificazione di un film che cortocircuita o critica sé stesso, se si considera come la seconda parte sia, in un certo senso, una sorta di decostruzione della prima. Il meccanismo insito nella struttura narrativa è – credo – facilmente identificabile in termini astratti: si ha una differenza o variazione nella ripetizione di uno stesso schema. Nel gioco di manipolazione di codici espressivi da parte di Kitano ci possiamo sicuramente leggere un mero esercizio di stile, una ricerca di qualcosa di strambo e volendo di surreale. È significativo però che qualcosa del genere, oggi, sia stato prodotto da Amazon (Amazon MGM Studios). Se si fosse negli anni sessanta o settanta, in Giappone o in un qualsiasi Paese occidentale, un film come Broken Rage sarebbe chiaramente considerato un esperimento con tratti avanguardistici o sperimentali sul piano della narrazione. Oggi, invece, un film che sabota sé stesso come è appunto il tipo di operazione messa in piedi da Kitano viene prodotto da una delle più grandi aziende/società di servizi del mondo, e questo non può che portare ad alcune considerazioni.
Sul piano pratico c’è, senza dubbio, il fatto che entità come Amazon, in quest’ultimi anni, possono permettere a diversi autori e autrici di cinema, al netto delle specificità dei loro singoli casi, di realizzare film o serie televisive in cui riescono, in qualche modo, a conservare o idealmente a sviluppare il loro stile. Allo stesso tempo, avere una multinazionale alla Amazon che produce un film dalla struttura narrativa bizzarra come Broken Rage suggerisce però che ciò che ieri poteva essere leggibile come sinonimo di rottura oppure innovazione è, oggi, per ragioni che possono essere diverse e con conseguenze tutte da analizzare, un qualcosa che rientra nell’ordine delle cose.
Broken Rage. Regia: Takeshi Kitano; sceneggiatura: Takeshi Kitano; fotografia: Takeshi Hamada; montaggio: Yoshinori Ohta; interpreti: Tadanobu Asano, Nao Omori, Beat Takeshi, Hakuryu, Takashi Nishina, Shidô Nakamura; produzione: Kitano Agency; distribuzione: Prime Video; origine: Giappone; durata: 62′; anno: 2024.