Un uccello in volo, una ragazzina dai capelli afro lo osserva pensosa, in silenzio stringe tra le mani lo smartphone filmandone il movimento leggero. Così libero e imperturbabile. Così lontano. Il suo nome è Bailey (Nykiya Adams) e, non appena mette via il telefonino e l’infinito dell’immagine sopra la sua testa si riduce alla dimensione stretta del volto, lo sguardo trafitto che riempie il controcampo sembra evocare la forma chiusa di una vita antagonista al sogno, di cui, benché nulla si conosca, la limitazione improvvisa della spazialità e l’attaccamento a un corpo “isolato”, schiacciato a terra, non possono che rifletterne il peso.
Bird – l’ultimo film della regista britannica Andrea Arnold, presentato al 77° Festival di Cannes nel 2024 – si afferma nel panorama cinematografico contemporaneo come un’esperienza visiva ed emotiva incredibile, eternamente sospesa tra il vincolo a un reale difficile e la brama dell’onirico come luogo-rifugio. La narrazione si colloca infatti sul confine di un attrito costante, del dualismo che vede contrapporsi alla poesia e alla quiete della natura attorno, dove la protagonista trova conforto, le brutture del mondo caotico e disfunzionale in cui è nata e sta provando, con estrema difficoltà, a crescere. Sin dall’inizio, dunque, si chiarisce la specifica modalità del racconto e, già nelle prime immagini, si impongono gli elementi necessari alla comprensione psicologica degli eventi, delle azioni e dell’essenza dei personaggi.
La storia di Bailey è quella di un’adolescente costretta al dramma della solitudine e del disamore, di un’outsider ignorata dalle coetanee bionde e ben vestite che le camminano accanto senza vederla. Fortemente attratta dalla possibilità delle ali, e più in generale mossa da una pulsione animale ed “extra-corporea” in cui gli esseri non-umani che incontra subito si riconoscono, registra e salva in memoria sul cellulare immagini di volatili e libertà, non per rendersi social come una qualunque altra ragazza della sua età farebbe, ma al contrario perché alla ricerca di un posto in cui trovare riparo dagli altri quando le cose sfuggono al controllo, in cui riposare gli occhi mettendo in pausa la quotidianità e convincendosi di poter credere in qualcosa di bello e migliore.
L’incipit del film è diretto, non gira a vuoto e piuttosto il vuoto lo segnala. Quando la fuga meditativa della ragazza viene bruscamente interrotta dall’arrivo in monopattino del padre trentenne e chiassoso Bug (Barry Keoghan), che le intima di seguirlo e montare su in fretta, il ritmo incalza e lo spettatore è trascinato nella corsa vorticosa e traballante dei due per le strade della contea di Kent (sud-est di Londra), fino a che non raggiungono lo stabile occupato e sudicio in cui abitano.
Le mura domestiche trasudano l’inospitalità di una casa che non può definirsi tale. C’è lo squallore: il disordine e la sporcizia, la droga che Bug pensa di vendere per pagare le spese del matrimonio con una sconclusionata che conosce da soli tre mesi. C’è la violenza: di un vestito da cerimonia lanciato più volte contro il pavimento di fronte all’aggressiva richiesta paterna di indossarlo. C’è la sovversione di un’idea sana di famiglia: è la figlia a rimproverare il padre ancora bambino e inopportuno. La cancellazione di ogni bene: il cuore disegnato su una parete imbrattata ha una X sopra.
Arnold ci catapulta nell’universo malato di Bailey dopo averla mostrata indisturbata nell’atto sognante. E lo scatto repentino del passaggio da uno stato idilliaco al tumulto di un’esistenza senza regole e riferimenti, restituendo il senso vero di una crisi e di un disequilibrio profondi, determina altrettanto nettamente la posizione di chi racconta, il modo e le scelte della messinscena che si affermeranno nell’intero processo drammaturgico.
Rispetto alla storia, e rispetto alla rappresentazione attendibile del conflitto della protagonista, la macchina a mano è un po’ con lei e un po’ su di lei, consentendole di respirare o ingabbiandola, a seconda delle circostanze e del suo intimo sentire. In ogni caso spalleggiandola, lasciando che siano i suoi passi incerti a decidere l’itinerario del viaggio, se andare o tornare, ribellarsi o subire. In seguito all’accesa discussione con il padre, Bailey scappa di nuovo e va dal fratello Hunter (Jason Buda). Alla fidanzata chiede di tagliarle i capelli, consapevole di fare un torto a Bug che per le nozze la vorrebbe elegante e carina. Ad opera compiuta, guarda allora in camera sfidante, e lì si suggella il patto per il quale il mezzo cinematografico si fa compagno, complice, testimone della rivoluzione che sarà e accetta di rimanere al suo fianco, sempre un po’ con lei e un po’ su di lei.
Bird è un film audace, capace del realismo crudo di autori quali Ken Loach o i fratelli Dardenne, sensibile al degrado sociale, teso alla narrazione di un’umanità allo sbaraglio colta nella sua verità disperata, e alla scoperta del perché un essere umano è come lo vediamo. È selvaggio, è nervoso, ancorato alla vita, specchio dell’atmosfera grigia della periferia. Al tempo stesso non rinuncia però alla grazia, e declina nell’esperienza parallela, aliena e fortemente simbolica di un “oltremondo”: scavando a fondo nell’interiorità del suo personaggio, introduce e rende straordinariamente credibile anche la magia.
Al termine di una delle sue fughe, Bailey è esausta e si addormenta tra le erbacce di un campo. All’alba si risveglia, ed è a quel punto che l’inaspettato accade presentandosi nella persona ambigua di Bird (Franz Rogowski), creatura di carne e al contempo entità evanescente apparsa dal nulla, un ragazzo pallido e dal candore sinistro venuto a ritrovare i genitori che diversi anni prima lo avevano dato per disperso. Bailey lo teme, rifiuta il contatto, lo allontana.
Eppure, Bird si rivela essere l’incontro provvidenziale a partire dal quale il destino della ragazza potrà rideterminarsi e, nella sua sofferta risalita alle origini, nel ritorno alle radici dello sconosciuto malinconico che spaventandola l’attrae, si riflette la presa di coscienza della protagonista di quello che è il proprio, personale, desiderio. Un desiderio, spesso offeso e soffocato, di autonomia, bellezza, pace, libertà. Di un che di realmente familiare che possa darle la gratificazione e la sicurezza di un riconoscimento, che possa concretizzare in qualche misura il suo essere presente, viva, parte integrante della comunità e del mondo. Più volte ci chiediamo se Bird sia reale oppure no.
Lo vediamo comparire in piedi sul cornicione del palazzo che Bailey scorge dalla sua finestra di notte, quando i pensieri non la lasciano dormire. Sbuca d’un tratto, le cammina davanti come ad indicarle la strada. Talvolta rimane invece indietro, per coprirle le spalle e difenderla dalla crudeltà che potrebbe sporcarla e annientarla per sempre. Parla poco, non interviene se non a risanare con le parole il danno perpetrato da altri: il “lei non è brutta!” con cui fredda la madre tossica di Bailey, o il “potresti vestirti” rivolto al compagno della donna che ironizza sull’uccello nascosto sotto le coperte, colpiscono la ragazza quanto noi, perché racchiudono ed esprimono l’impatto grave dell’ingiuria e della degenerazione inammissibile della famiglia.
Per quanto illusoria, vaporosa, immateriale possa risultare la sua figura, non è mai vago il suo sguardo “giusto” che, al contrario, attenziona e va posandosi sui dettagli più normalmente inevidenti, però in grado di sottolineare nei momenti critici e di maggiore tensione la stortura, lo scandalosità di un gesto piccolissimo che è, in verità, quella di un sistema intero.
Bird è una sorta di angelo custode dalla parvenza terrestre, un animo pulito che fiuta il buono e il cattivo. È insofferente all’osceno, perciò cambia pelle ed è capace di una reazione impulsiva che porta pian piano all’ascesa spirituale. Nella scena dello scontro con l’uomo nudo nel letto, inizia a contorcersi, il braccio ha degli spasmi simili a battiti di ali: si illumina di un istinto animale difensivo e insieme liberatorio, speculare a quello latente in Bailey, che diventa arma di purificazione, unico e solo strumento di sopravvivenza e riscatto.
Prima dell’incontro nel campo, la protagonista del film aspira silenziosamente a un moto migratorio verso l’alto, solleva il capo di continuo, si proietta con la mente al di sopra degli eventi e immagina il volo. È un meccanismo di difesa, una fantasia necessaria a non lasciarsi sopraffare da una brutalità di cui non è responsabile, è il suo modo di dire “non ci sto”. Bird entra in scena quindi come un doppio metaforico di Bailey, un alter ego che prova la realizzabilità del sogno iniziale, incarna la conquista di una consapevolezza determinante e le trasmette il coraggio di credere che “andrà tutto bene“.
La ricerca della famiglia è la ricerca di un posto al sicuro che riguarda entrambi, ed è il grande tema al cuore del film. Ma questa ricerca non ha a che fare, come vediamo, con la rivelazione dell’identità di un genitore (di fatto il confronto con il padre ritrovato di Bird si traduce in un nuovo addio), né con il legame di sangue laddove il sangue è guasto (non può esserci familiarizzazione, quindi senso di appartenenza e unione, in una rete di parentela che non funziona e nuoce alla stabilità emotiva del singolo).
Il vissuto di Bird, il dialogo con l’uomo che gli ha dato la vita, totalmente anaffettivo e anzi infastidito al cospetto del figlio scomparso, sono sufficienti a pensare che quel figlio non si sia davvero perso da piccolo, e che forse abbia deciso saggiamente di andare via, di volare lontano da casa, perché casa molto spesso non coincide con il luogo accogliente della cura. Analogamente, l’esperienza familiare di Bailey suggerisce che dissenso a volte significa salvezza, e che soltanto dissociandosi da uno stato di cose corrotto si può vedere oltre, rinascere altrove.
Bird è il racconto di una frattura, di una mancanza, di un buco esistenziale che non si tappa sul finale e che, però, manifesta l’eccezionalità di un’apertura dove tutto sembra andare distrutto e morire. Non dà risposte, ma dichiara il motivo di uno sguardo puntato al cielo. Il film di Arnold è una riflessione su cosa sia il posto al sicuro, sul bisogno umano di trovarlo che spinge all’erranza e sull’erranza che diventa auto-esplorazione. È il rimando non ad un luogo fisico ma ad una condizione dello spirito, a quell’ovunque (uno spazio tangibile, una persona, un sentimento) in cui l’anima trova naturalmente ristoro. Per Bailey non può rintracciarsi nell’appartamento abusivo del padre, men che meno nella villetta dove poltrisce la madre relegando i suoi fratellini all’abbandono. E l’eredità del contatto fugace con Bird consiste nella forza di riuscire a rimanere fedele a se stessa, di scappare se restare non glielo consente, di volare lontano da casa, dopo essere nata, per nascere ancora, come libera e donna.
La ferita è aperta, lo è dall’inizio del film, sanguina per tutta la sua durata e non smetterà di farlo. Il ciclo mestruale che sorprende Bailey richiama l’idea della perdita, dello squarcio, è un fenomeno fisiologico che la interesserà per la vita ma, allo stesso modo, segna una spaccatura metaforica in rapporto al passato, uno sviluppo del corpo e una trasformazione da intendersi come espansione, fioritura, dell’Io. Niente potrà essere come prima. Bird, terminata la sua “missione”, è deciso a ripartire e non importa il dove, si è ricongiunto con la parte assente. Anche Bailey si è messa a posto, balla al matrimonio di Bug, “andrà tutto bene” e al sicuro, in compagnia di una se stessa inedita e resiliente, l’uccello a lungo chiuso a chiave nel suo cuore volerà.
Bird. Regia: Andrea Arnold; sceneggiatura: Andrea Arnold; fotografia: Robbie Ryan; montaggio: Joe Bini; musiche: Burial (William Emmanuel Bevan); interpreti: Barry Keoghan, Franz Rogowski, Nykiya Adams, Jason Buda; produzione: House Productions, Ad Vitam Production, Arte France Cinéma; origine: Regno Unito, Francia; durata: 119’; anno: 2024.