Bestemmia, con sottotitolo Nostalgia di un congedo del Teatro Valdoca, ha debuttato al Teatro Bonci di Cesena il 17 ottobre, prodotto dalla compagnia e da ERT-Teatro Nazionale. E’un progetto speciale per la città di Cesena, un luogo dove si respira aria di cittadinanza, comunità, condivisione. Il Teatro Bonci è un teatro all’italiana costruito nel 1846 per il teatro musicale (infatti è dedicato al tenore cesenate Alessandro Bonci), con un bellissimo lampadario di Murano, quattro ordini di palchi, un loggione e una platea che per questo evento non viene occupata da spettatori, ma diventa spazio scenico, con un tavolo di legno rialzato come un catafalco su cui sta sdraiata Silvia Calderoni, mentre il palco è denudato, spoglio, con due candele accese e uno schermo bianco in fondo alla scena.

Bestemmia presenta un prologo che Mariangela Gualtieri, autrice del testo e dramatis personae, proferisce dalla finestra del teatro, come rito introduttivo: un discorso alla comunità cittadina convocata per lo spettacolo, o meglio per la cerimonia che si celebra e che dovrebbe produrre una efficacia pragmatica, aspetto questo presente negli spettacoli del teatro Valdoca e che si percepisce accentuato in Bestemmia. In uno spazio che comprende sia il palco che la platea, nel contrasto forte di scuro (il palco) e chiaro (la platea con le poltrone coperte da teli bianchi) si snodano micro azioni: inforcare un monociclo, trascinare un corpo in un lenzuolo bianco, far roteare delle specie di clave colorate, salire su una sedia e comunicare con la lingua dei segni, distendersi su una sorta di catafalco e di zattera di salvezza, accendere fasci di luce e illuminare i corpi, correre, camminare, stare con gli occhi chiusi. Il suono di Bestemmia è minaccioso, tellurico, materico.

Quali sono i temi di questa cerimonia-officiata in teatro?  La violenza, il dolore, le ferite di fronte cui si staglia l’aver cura, le piccole cose (i camini, i balconi con le piante), l’esortazione a trasformare il dolore in bellezza: “Pare che il bene sia scivolato / nel suo contrario / dal lato sbagliato” (parla “Uomo dolce e forte con megafono”). Essere vivi / accettare la ferita” dice il ragazzo pensoso. Siamo di fronte al dolore degli altri, dice  “ragazza dei segni” (Eugenia Giancaspro) che comunicando tramite LIS (linguaggio italiano dei segni), parla della violenza: “Fare male male / spaccare le vite / di altri / esaurire il loro / respiro / dare dolore / fare male a qualcuno (s.p. “ragazza dei segni”).

Oltre a lei, le dramatis personae di questa cerimonia sono: l’autrice poeta, nel ruolo di “donna che guarda” osserva, come noi spettatori, la scena, al centro della platea vuota. Il ragazzo pensoso che dice la “parola che nega”, ripete No come essenza identitaria: “No questa città / (…) No pietà. No pazienza. / No paroline: / No buongiorno buonasera (…) / No dire nome e cognome”, e che si chiede, come adolescente: “Cosa credete davvero?”. L’“uomo dolce e forte” che va su una bici con una sola ruota, è come i bambini indagati da Jean Piaget, fa delle domande, si guarda intorno, ha un pensiero prelogico: “Che cos’è l’acqua?/ Che cos’è il vento? (…) Che cos’è la città?”, “Che cos’è l’ira?”, “Che cos’è il seme?”. Ma trova anche le risposte alle sue domande . 

La cantante al microfono parla della distruzione di città e, pur senza nominare Gaza, il pensiero va a Gaza come a Kiev – chi soffre la fame, la sete con le case distrutte: “Pensare la fame / di altri / la sete il secco / (…) pensare la fame/la sete che è peggio / (s.p.). Che vuol dire essere morto, morire: non potere più né ridere e né piangere, né mangiare né cantare. 

Ritroviamo in Bestemmia elementi anti-illusionistici: la luce in platea è accesa, fasci di luce in mano illuminano il corpo disteso di Mariangela Gualtieri. Alla fine della cerimonia il gruppo di performer si siede di fronte agli spettatori seduti nei palchi e li guardano, si scambiano i ruoli: da osservati diventano osservatori di coloro che hanno puntato gli occhi su di loro. In questo spettacolo-cerimonia la qualità della luce che abbacina, i materiali naturali, come il fuoco, sono come smorzati in una luce fredda con colori che vanno dal grigio al bianco al nero. In Bestemmia i performer, immobili o in cammino veicolano la parola efficace con il canto e le voci sussurrate: “Lasciamo in pace le sere dentro le case / le notte coi bambini addormentati, / quel sonno è promessa per la specie / le mani poggiate sui guanciali / faranno piccole e grandi cose”.

È una cerimonia spettacolo che si manifesta plasticamente: le figure in scena sono scultoree, innalzate su un piedistallo, composte come bassorilievi, distese, sdraiate come su un catafalco: il corpo esanime e il corpo sprizzante, topoi del teatro Valdoca: la corsa finale di Silvia Calderoni, di sfiancamento, di sfida e impotenza, di impossibilità di un gesto conclusivo, se non reiterare l’imbizzarrimento, il non placarsi di fronte all’impotenza dello scioglimento.

In che senso la poesia esercita un’azione efficace? Mariangela Gualtieri ne L’incanto fonico (2022) esortava ad affidarsi all’amore, accogliere l’altro ed essere accolti, perché tutto quello che gli umani hanno realizzato, edificato, compreso l’arte e la scienza non rende la specie umana migliore : «Ebbrezza tu hai. Tu hai contentezza di fuga solitaria. Balla. Balla. Lascia perdere l’abbecedario», è l’invito che rivolge a Pinocchio.

Bestemmia si dà come una cerimonia, una preghiera, una perorazione, una esortazione, un rito propiziatorio: un atto politico che ci fa portare lo sguardo sulle macerie del mondo, sulla violenza delle guerre in atto, e ci dice che è colpevole sia chi le scatena che chi non reagisce, non si oppone. Anche Nei leoni e nei lupi (Valdoca, 1997), che era un “manifesto” contro la guerra, emergeva la necessità di reagire alle catastrofi con la bellezza, che non è decorazione ma energia. In questa prospettiva il termine “bestemmia” – desueto in una società che ha distanziato religione e etica – si erge fra adorazione e profanazione, fra realtà delle ferite e del dare la morte e il protendersi verso l’amore: “Un animale che ama / e amando / rifeconda la specie, le teste / l’immenso panorama / rovinato / del mondo” dice “la donna che guarda”, impersonata dall’autrice-poeta, voce che chiude la cerimonia-spettacolo.

E qui si rileva che dispositivo centrale della drammaturgia del Teatro Valdoca con-tesa fra armonia e dolore, è una polarizzazione tragica e inconciliabile fra opposti: l’esperienza del Male, la sua presenza inevitabile e inaccettabile e nello stesso tempo il divino che è nell’uomo. In Paesaggio con fratello rotto (2005) lo spettatore si trovava coinvolto in una lotta fra luce e tenebre che lo faceva precipitare in densi baratri e nel contempo respirare una solarità abbacinante. In Bestemmia questa polarità fra luce e tenebra che abbiamo riscontrato nell’estetica degli spettacoli del Teatro Valdoca che appartiene alla dimensione del sacro, è accentuata. Bestemmia è un rito propiziatorio, questo deve fare il teatro? A cosa afferrarsi? “Trasformare il dolore in bellezza”, questa è la preghiera da rivolgere a una divinità o a un angelo invisibile.

*Foto di Simona Diacci Trinity

Riferimenti bibliografici
M. Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, Torino 2022.

Bestemmia. Testo originale: Mariangela Gualtieri; regia, scene e luci: Cesare Ronconi; cura e composizione del suono, musica dal vivo: Lemmo; con: Silvia Calderoni, Eugenia Giancaspro, Mariangela Gualtieri, Nico Guerzoni, Giuseppe Semeraro; canto e improvvisazioni dal vivo Sara Bertolucci; produzione Teatro Valdoca e Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

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