È un uomo del XIX secolo, Balzac. Nasce nel 1799, mentre Napoleone conquista l’Egitto. Si fa poi interprete del secolo in cui nasce: lo scrive fino a consumarne i caratteri nella sua gigantesca commedia. Due sono le interpretazioni forti dell’opera balzacchiana, la prima afferisce al marxismo e ha come alfiere Lukacs, vale a dire Balzac è un legittimista monarchico che ha visto l’ascendere della borghesia a componente sociale dominante nella Parigi capitale del XIX secolo; l’altra è la linea Baudelaire, che passa sotterranea per il surrealismo, e arriva al contemporaneo, cioè Balzac è un veggente, la sua prosa è incantatoria, magica ed evocativa. 

Tra le due è difficile prendere partito, entrambe colgono nel segno, evidenziando da una parte il dato sociale di provenienza dello scrittore e dall’altra la sua qualità stilistica: una forma di vita, integralmente votata alla parola da parte dello scrittore francese. Vita vel regula, come nel francescanesimo primitivo, ma la regola non è la liturgia dei padri, piuttosto la scrittura, integrale, ossessiva, unica ragione di esistenza. Bisogna annotare tutto per Balzac, ogni particolare della vita urbana – ma anche dei costumi di provincia – può passare nell’opera. Perseguitato dai debiti, giocatore incallito, ed audace speculatore, Balzac è il borghese par excellence, la classe rivoluzionaria all’opera. Si pensi alla fallimentare coltivazione di ananassi alle porte di Parigi, o agli oltre cinquanta caffè al giorno, una cifra inumana per un corpo senza organi votato solamente alla scrittura (e alla vita gaudente e lussuriosa). Troviamo Balzac sul crinale, o margine sottilissimo, che si stende tra ragione e irragionevolezza: tra le altezze dello studioso e le vertigini del pazzo, è condannato, come indemoniato, a stare asintoticamente a costeggiare la follia. 

Il merito del libro di Francesco Fiorentino, probabilmente colui a quale affidarci davvero per un introibo ad altare Dei all’opera di Balzac (pubblica un’introduzione già nel 1986 per Laterza, ormai introvabile), è quello di riassumere non solo la fortuna critica dello scrittore francese ma l’intera vita, la biografia impossibile dell’uomo di genio. Con un rigore filologico plurale e impeccabile ci guida tra le pagine, nella vita spericolata di Onorato di Balzac, a rincorrere i suoi guai

Importante, nello sviscerare biografico di Fiorentino, risulta il magistero di Francesco Orlando, al quale il libro è dedicato. Orlando, come è noto, si è dedicato al motto di spirito in Freud eleggendolo a interpretazione del letterario nella sua teoria freudiana della letteratura. E’ importante perché latente, vale a dire Balzac è un grande utilizzatore del Witz e si vede come la psicoanalisi non si chiude su una stolida psicobiografia ma diventi metodo immanente all’analisi testuale (ma soprattutto, nell’analisi della vita, cosa ancora più difficile da non richiudere in categorie clinico-patologiche). L’impresa è eccezionale, anche perché i romanzi giovanili di Balzac, vengono letti spiegandone la genesi, quando Honoré decide di fare lo scrittore, tralasciando gli studi giuridici e le prospettive notarili, sente ciò come una vocazione, un Beruf, tanto che lo Scrittore lo inseriremmo tranquillamente come quarto tra i mestieri freudianamente impossibili, insieme a governare, educare e curare. Bisogna, per lo scrittore di Tours, sostituire ai segni della metafisica, che cercano di strappare gli ultimi veli della natura, i segni convenzionali e comuni, fare una metafisica elitaria per il popolo, in un paradosso in cui la verità è di tutti ma con gradi e intensità differenti. I rapporti con la sorella, le prime prove, lo pseudonimo di Lord R’hoon, le imitazioni da Walter Scott, sono pagine che brulicano di illusioni, perdute poi. Fino a quando da giornalista e frequentatore di rotocalchi, Balzac diventa Balzac e da il via alla Commedia Umana, quando nel 1834 ne concepisce la grande idea. 

Verrebbe da dire fu vera gloria questa? Ai posteri l’ardua sentenza. E i posteri ne riconoscono il genio, l’audacia, l’implacabilità, il vivere al limite delle proprie forze fisiche e metafisiche, tentando di darci un dipinto pregnante di Parigi, non è un caso, infatti, che muore Balzac esattamente a metà del secolo, nel 1850, e poco dopo i moduli di Ingres e Delacroix devono lasciare spazio ai dipinti en plein air. Gli impressionisti sentivano il bisogno di uscire da quel termitaio brulicante e respirare spazi ariosi e lontani, fluviali, perché la logica di Balzac è implacabile e i citoyens sono arraffatori, taccagni, mendaci, e moralmente discutibili. C’è una volontà di purezza in Manet che cozza con tutto il sudiciume messo a nudo da Balzac, sicuramente. Tuttavia La pelle di zigrino è un racconto di iniziazione mistica, vengono escogitate varie modalità di uscire dal labirinto cittadino, la campagna rimane il luogo privilegiato per scrivere (e sfuggire ai creditori) dall’autore. Il negotium però l’ha sempre vinta, bisogna fare soldi con i libri, non c’è niente da fare, questa l’aspirazione di Balzac, che pubblica come un ossesso quasi scrivendo sul torchio e consegnando direttamente le prime stesure. 

E’ naturalmente ridicolo voler balzare su Balzac, e recensirlo, come affermava Manganelli (2020, pp. 159-161), ma lo stesso Balzac era un uomo ridicolo o, meglio, ridanciano. Un buontempone, si sogna volentieri di passare una serata con Balzac al chiaro di luna, spettegolando sulle donne dell’alta aristocrazia borgese. Perciò, se tanta critica diligente mette Dickens vicino a Balzac, per Manganelli bisogna affratellarlo con Dostoevskij: Balzac è una canaglia, sguazza nel sottosuolo, descrive gli inferi personaggi picareschi che ne danno ampia espressione, ed è intrattabile. Dunque, è infedelmente francese e molto più russo; i patrioti a lui vicini lo disgustano, nonostante il suo alto concetto di amor patrio, ed è un rivoluzionario conservatore, un intrattabile profeta, un padre del deserto catapultato nell’urbanità, il socievole misantropo, il più moderno dei moderni. 

Riferimenti bibliografici
G. Manganelli, Concupiscenza libraria, Adelphi, Milano 2020.

Francesco Fiorentino, Balzac, Laterza, Roma 2025.

Tags     Balzac, Manganelli
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