La vita di lato

di DARIO CECCHI

Astolfo di Gianni Di Gregorio.

Di quanti antichi borghi è fatto il cinema italiano? Di quanti nobili decaduti, avidi preti e sindaci corrotti? Questo paesaggio, naturale, architettonico e umano, è uno tra i più fortunati fondali della cinematografia nazionale. Astolfo, l’ultimo film di Gianni Di Gregorio, rivisita questo set ideale con un film completamente fuori dagli schemi. Astolfo – lo stesso Di Gregorio, come sempre protagonista dei suoi film – è un professore in pensione che vive a Roma, nel tranquillo quartiere borghese di Monteverde. La padrona di casa ha però bisogno dell’appartamento, perché la figlia si sposa. Astolfo è allora costretto a lasciare l’abitazione dopo trent’anni e, dopo una rapida indagine, si rende conto di non potersi più permettere un affitto a Roma. Decide allora di tornare dopo vent’anni nella sua cittadina natale, dove possiede ancora una casa di famiglia. Questa prima sezione del film si svolge in modo rapidissimo: ha il valore di un antefatto, anche se di grande importanza per cogliere la complessità del personaggio. Quando il protagonista arriva al paese con la sua vecchia Panda, veniamo a sapere che la casa di famiglia è in realtà un antico palazzo mezzo diroccato: Astolfo è l’erede di una schiatta di signorotti feudali da tempo caduti in disgrazia. Appena arrivato, Astolfo scopre che il parroco della canonica confinante si è appropriato del salone del palazzo e che il sindaco gli ha espropriato le terre dieci anni prima, trasformandole in lotti edificabili. Nel palazzo si è installato abusivamente il vecchio fabbro che ha perso la casa dopo il divorzio; e a questo insolito coinquilino si uniranno subito un vecchio cuoco con precedenti penali e un giovane operaio tuttofare.

Ci sono tutti gli ingredienti per fare delle vicende di una simile armata Brancaleone, assediata dai prepotenti di turno, il canovaccio per una commedia all’italiana. Ma, come vedremo, è Astolfo-Gianni a fare la differenza. A complicare il quadro, facendo venire fuori la vera anima del nostro eroe, è la comparsa del cugino Carlo, incallito dongiovanni di provincia. Grazie a lui Astolfo conosce Stefania (Stefania Sandrelli), una matura vedova di cui l’uomo si innamora perdutamente. Qui si inserisce un antico topos narrativo: l’amore contrastato. Ora però a ostacolare la passione sono i giovani: il figlio e la nuora di Stefania sono preoccupati che Astolfo sia poco meno di uno spiantato, un poco di buono e un cacciatore di dote. Non c’è bisogno di dire che i timori della giovane coppia trovano la piena complicità dei nemici di Astolfo, quasi riuscendo a far morire sul nascere la relazione con Stefania. Ma prima di arrivare all’happy end del film occorre aggiungere qualcosa sull’eccentricità della figura di Astolfo, il centro che dà il tono a tutto il racconto.

Sin da Pranzo di ferragosto (2008), il primo film da lui diretto, Di Gregorio ha iniziato a elaborare un personaggio gentile e svagato: un inetto assuefatto alle consolazioni del vino e delle sigarette. Gianni, come si chiama anche l’alter ego del regista nei primi film, è un uomo senza qualità, salvo una caratteristica flemma romana. Gianni osserva la realtà di lato: questo lo rende un solitario socievole, un malinconico appassionato della vita. Ma quella di Gianni non è a tutti gli effetti una maschera della commedia all’italiana. Un confronto con una figura come quella di Checco Zalone, anche lui attore che ripete lo stesso personaggio nei suoi film, può aiutare a cogliere la differenza. Il personaggio di Zalone si sforza di condensare tutti i vizi e i luoghi comuni sull’italiano medio, sfruttando il repertorio messo a disposizione dall’immaginario comico: è una maschera satura della vita filtrata dalla narrazione popolare. Anche l’autore Gianni mette in scena quel repertorio di maschere (il bullo, il ladruncolo, il perdigiorno, il servo furbo); ma il personaggio Gianni schiva sistematicamente questi stereotipi e, quando incontra simile figure, sembra guardarle di sghembo.

Questa specie di cinismo patetico, parte popolare parte letterario, fa di questo personaggio una figura in bilico tra l’anima bella e l’eroe inconsapevole, a metà strada tra Monsieur Hulot e il Signor Bonaventura: non indica una linea di resistenza, semmai una via di desistenza. Formidabile è la scena in cui Astolfo è obbligato dal cugino Carlo a rivedere Clementina, una vecchia fiamma che nel frattempo è diventata proprietaria di una tabaccheria e dunque un buon partito. Astolfo scende dalla decappottabile del cugino e si avvia verso il chiosco dei tabacchi. Ma, appena è sicuro di essere fuori dalla sua vista, impegna il tempo di un ipotetico incontro in una sorta di balletto dell’indecisione fuori dalla porta del chiosco. La scena ha il solo scopo di mostrare allo spettatore fino a che punto è possibile sottrarsi all’ordinario corso del mondo. Piuttosto Astolfo il mondo lo mette nel sacco quando riesce a farlo girare intorno alle sue invenzioni.

La forza di questa figura sta nel fatto di scardinare le convenzioni che, tanto nella realtà quanto nei film, riducono la vita a una serie di cliché. Il suo sguardo disarmato è la parete contro cui si infrangono tali convenzioni: Stefania smette di essere la vedova, la mamma e la nonna e torna a essere la donna romantica che ha voglia di innamorarsi. In Astolfo Di Gregorio esplora un nuovo aspetto del suo personaggio, quello di essere una scheggia fantastica nel realismo esasperato della commedia all’italiana. Astolfo, il professore spiantato di Monteverde che in realtà è un uomo nobile e gentile, potrebbe essere solo il sogno di Stefania. Oppure il ritorno al paese natale e l’amore di Stefania potrebbero essere il sogno di un professore in pensione e senza casa. Ma qui sta il colpo di genio, perché il finale – l’amore ritrovato, Astolfo e Stefania teneramente in viaggio con la Panda su una strada di campagna – è tanto breve e allusivo quanto lo è stato l’antefatto dell’abbandono di Roma. Se sia una fantasia o la realtà sta allo spettatore deciderlo. Gianni voleva solo ricordare fino a che punto uno sguardo romantico ha il potere di scombinare la commedia della vita.

Astolfo. Regia: Gianni Di Gregorio; sceneggiatura: Gianni Di Gregorio, Marco Pettenello; interpreti: Gianni Di Gregorio, Stefania Sandrelli, Agnese Nano, Simone Colombari, Alberto Testone; produzione: Angelo Barbagallo, Fabrizio Colucci; origine: Italia; durata: 97′; anno: 2022.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.