Alla voce “R come Resistenza” del suo Abecedario (Deleuze 2014), Gilles Deleuze rivela che uno dei motivi fondamentali dell’arte e del pensiero è una certa vergogna d’essere uomo. Primo Levi, secondo Deleuze, è lo scrittore che meglio racconta la vergogna: la vergogna di essere sopravvissuto ai campi di concentramento. Ma non è necessario trovarsi di fronte alla situazione estrema descritta da Levi per provare la vergogna d’essere uomo: può essere suscitata anche da “eventi microscopici” della vita ordinaria; ad esempio, dall’eccessiva volgarità del comportamento.
In effetti, in Che cos’è la filosofia?, Deleuze, assieme a Félix Guattari, chiarisce che la vergogna d’essere uomo si può provare anche di fronte alla «propagazione di questi modi di esistenza e di pensiero-per-il-mercato, di fronte ai valori, agli ideali e alle opinioni della nostra epoca. […] Noi non ci sentiamo al di fuori della nostra epoca, al contrario non cessiamo di scendere con essa a compromessi vergognosi» (Deleuze, Guattari 1995, p. 101). L’arte e il pensiero, però, possono fare qualcosa di fronte alla vergogna: possono liberare la vita impersonale che le situazioni estreme e l’epoca che suscitano la vergogna d’essere uomo imprigionano continuamente. Questo può accadere perché, come sostiene Deleuze ancora nel suo Abecedario, l’arte e il pensiero non possono morire di «morte naturale»; possono solo essere uccisi – «non ci sono morti, ci sono omicidi». Come è possibile, allora, oggi creare per resistere; per impedire gli omicidi dell’arte e del pensiero?
Gabriele Guercio sembra affrontare proprio la questione della resistenza dell’arte, in quanto pratica formatrice, nel suo ultimo libro, Arte o decadenza. Dilettanti professionisti maestri (Quodlibet, 2025). L’epoca della decadenza dell’arte è cristallizzata nella profezia di Andy Warhol, per cui “nel futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”: secondo Guercio, infatti, «è proprio lui a profetizzare, promuovere e realizzare l’avvento dell’arte come business costruito sulla mutevolezza del mercato e della fama mediatica. Dopo Warhol, l’attività artistica si è spesso conformata a un’organizzazione simbolica dell’umanità basata sul marketing» (Guercio 2025, pp. 28-29). Difatti, a partire dagli anni ottanta – questo è il punto di partenza del lavoro di Guercio – «la visione dell’arte intesa quale creazione umana in grado di dare forma e vita a quel che prima non c’era sembra dunque aver perso di credibilità» (ivi, p. 20):
Sconfessare alcuni dei principi fondativi dell’arte occidentale, anche quando sono originari della vecchia Europa. Sottovalutano o contestano ogni preoccupazione formalizzante, ogni aspirazione all’opera autosufficiente, mentre nel contempo edulcorano, serializzano o declassano l’evento alienandolo vuoi dalla realtà esistenziale di individui e comunità concrete vuoi dal suo ancestrale senso di imprevedibilità e miracolo che si produce là dove non c’è anticipazione (ivi, pp. 22-23).
Con l’obiettivo rispondere all’esigenze del mercato, l’artista professionista non si occupa di sondare lo statuto della creazione artistica nell’epoca contemporanea, bensì solo di rivestire le sue produzioni di un’aura pseudo-innovativa (ivi, cfr. p. 23), che conduce la stessa pratica artistica a una inevitabile decadenza. Guercio si pone innanzitutto l’obiettivo di chiarire il termine decadenza, che pervade la cultura occidentale, fatalmente legata a un eterno volgere al tramonto. Nell’infinito tempo della fine che viviamo, l’arte non sembra più in grado di «incidere nel reale» (ivi, p. 31): da questo punto di vista, gli artisti professionisti si arrendono alla società dei consumi, che decide la decadenza dell’arte, ossia la sua trasformazione in business (ivi, p. 116). È la Pop Art che, secondo Guercio,
Dà il via a un’estetica populista fiduciosa nella fattibilità di un’arte alla portata di tutti, dove “tutti”, però, costituisce un termine assai problematico: esso non nomina l’umanità nuova che l’arte (moderna e rinascimentale) rivendicava il diritto di annunciare o plasmare, bensì denota quella antecedente all’atto creativo, che quindi si risolve in un atto di rispecchiamento, poco importa se inventivo o meno, della datità del dato. L’opera, cioè, non cambia il mondo, ma anzi ne conferma le basi e diviene un’emanazione dello status quo, nell’arte come nella vita (ivi, p. 41).
Nell’epoca contemporanea, allora, il pensiero e l’arte per il mercato sembrano non suscitare la vergogna d’essere uomini di cui parlano Deleuze e Guattari, attraverso cui si può liberare una potenza di vita in grado di rivoltare lo statuto dell’essere umano oggi. Guercio mostra come sono soprattutto gli artisti professionisti a condurre l’arte verso la decadenza, eludendo la stessa possibilità di decidersi per la prima e non per la seconda, nella misura in cui non riflettono sul passato, né quindi si proiettano verso il futuro (ivi, p. 52).
Gli artisti professionisti infatti, secondo Guercio, oggi non professano: la loro «professione», cioè, non richiama «una competenza o expertise specifica nonché “autolimitata”», e neppure «una maestria inscindibile sia da una personalità e un talento individuali sia da creazioni tangibili» (ivi, p. 53); bensì il termine «professione» indica unicamente il fatto che l’artista è innanzitutto un lavoratore, designando «un’attività intellettuale o manuale esercitata in modo continuativo a scopo di guadagno» (ibidem). Gli artisti professionisti, allora, non si interrogano sullo statuto della creazione artistica; interrogazione che è l’unica via di fuga dal dominio del mercato, potendo resistere al «cattivo infinito» del business (ivi, pp. 54-57). Resistenza che significa: rispondere «a una delle volizioni più profonde della facoltà creativa: quella di perpetuare la vita con altri mezzi dalla vita» (ivi, p. 268).
Guercio ripercorre alcuni nodi cruciali della storia dell’arte, nel tentativo di rintracciare l’origine della decadenza del fare artistico, dell’arte che si trasforma in business dell’arte; questo processo, infatti, viene da molto lontano. «Se la pratica dei contemporanei appare compromessa è perché una gamma di ideali otto-novecenteschi non soltanto sono andati in frantumi ma, nel tentativo di realizzarli, i loro paladini hanno reso l’arte vulnerabile, esposta alla hybris dell’illimitato e porosa verso l’onnipotente mentalità del business» (ivi, p. 122). Guercio tenta di rintracciare la decadenza dell’arte nell’epoca del marketing più spietato innanzitutto indagando la formazione della figura dell’artista professionista; una figura instabile (ivi, p. 122), che si dà il cambio, si confonde, si insinua tra le altre due figure che Guercio richiama già nel suo titolo: il dilettante e il maestro.
Cogliere il formarsi, il dissolversi, anche il confondersi di queste tre figure nella storia dell’arte – almeno da Giorgio Vasari (ivi, p. 123) – è fondamentale, nell’economia del discorso di Guercio sul destino della creazione artistica, per rintracciare una possibile resistenza alla catastrofe che caratterizza il mondo dell’arte oggi. Resistenza che Guercio sembra individuare, nell’archeologia delle tre figure che elabora, nel dilettante che, nell’epoca dell’arte come business dell’arte, nomina «un’altra faccia, caotica e irrefrenabile, del saper fare creativo, che il professionalismo vorrebbe rimuovere ed esiliare, non riuscendo a mantenersi immune dal suo contagio» (ivi, p. 178).
In effetti, il dilettante appare come colui che può «sviluppare un atteggiamento etico verso il creativo senza necessariamente assoggettarlo alla logica del profitto» (ivi, p. 206). In altre parole, il dilettante potrebbe materializzare un’esperienza dell’arte come pratica creativa per eccellenza di un “umano” che rifiuta il suo statuto nell’epoca contemporanea – che, cioè, resiste con l’arte, nell’arte e per l’arte al sistema sociale, politico ed economico che attenta alla vita stessa dell’arte, quindi alla sua capacità intrinseca di prospettare, con uno sguardo rivolto sempre al passato, un altro presente e un altro futuro, assurdamente indeterminato e da inventare.
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, trad. it. di A. De Lorenzis, Einaudi, Torino 1995.
G. Deleuze, Abecedario, video-intervista a cura di C. Parnet, DeriveApprodi, Roma 2014.
G. Guercio, Arte o decadenza. Dilettanti professionisti maestri, Quodlibet, Macerata 2025.