Apocalypse Hotel (Apokaripusu Hoteru), anime originale in dodici episodi prodotto da CyberAgent e animato da CygamesPictures per la regia di Kana Shundō e la composizione della serie dello sceneggiatore Shigeru Murakoshi, è, indubbiamente, la gemma nascosta della stagione appena trascorsa. In Italia è stato trasmesso da Crunchyroll dall’8 aprile al 24 giugno 2025.

Ora, in Giappone certamente non mancano esempi eccellenti di manga e anime che trattano il tema delle apocalissi, presentate nella loro varia natura. A questo proposito, assolutamente da citare è almeno il manga Yokohama Shopping Blog (Yokohama kaidashi kikō 1994-2006) di Hitoshi Ashinano, con protagonista la ginoide Alfa Hatsuseno. Quest’opera è stata anche trasposta in anime per il mercato dell’home video. Tuttavia, Apocalypse Hotel, nonostante che la sua premessa di un albergo abbandonato gestito solamente da robot potesse lasciare pensare a un’opera decisamente cupa, disperata e magari deprimente, si è rivelato, al contrario, un’autentica sorpresa con il suo sviluppo intelligente e il continuo cambio di atmosfere tra commedia brillante e nostalgica malinconia.

C’è un filo conduttore narrativo che attraversa l’intera serie. Nello stesso tempo abbiamo però a che fare anche con un universo di microstorie, ciascuna a suo modo indipendente, e che spesso va a pescare da motivi trattati nella produzione d’intrattenimento giapponese del passato quali il filone dei furyō (giovani teppisti), quello culinario o quello delle battaglie tra robot giganti. Inoltre, sebbene si tratti di un’opera sostanzialmente di fantascienza, Apocalypse Hotel riesce persino a toccare elementi del folclore nipponico inserendo un’intera famiglia di tanuki spaziali capaci di trasformarsi in esseri umani che, tra l’altro, fanno di cognome Procione (sì, proprio dall’italiano!).

Protagonisti assenti sono, invece, gli umani – mentre al contrario pullulano gli alieni –, ma la loro mancanza non si sente per nulla grazie alla irresistibile concierge ginoide Yachiyo, che sicuramente con quest’opera conquista a pieno titolo un posto tra i robot più famosi della fantascienza anime. Energica, testarda nella sua profonda convinzione che la razza umana tornerà sulla terra (abbandonata a causa di un virus capace di rendere l’aria irrespirabile per loro), ripetitiva, ma anche comica con le sue bizzarre trasformazioni – ad esempio, nell’episodio in cui producono del whisky modifica il suo aspetto in quello di una donna procace con tanto di labbra carnose –, in grado, seppure lentamente, di evolvere anche a livello di emozioni, è il vero elemento portante di Apocalypse Hotel insieme alla giovane ed emotiva tanuki Ponko, che può essere considerata la sua degna spalla e che nel corso della narrazione si trasformerà da bambina a donna, diventando anche madre. Insieme le due divengono il motore dei vari avvenimenti.

Un’altra particolarità della serie è il senso dello scorrere del tempo. A differenza di altre opere questo non viene mai reso da semplici scritte con delle date. Piuttosto, di tanto in tanto nelle normali conversazioni, uno o l’altro personaggio afferma in modo del tutto noncurante che sono passati cinquant’anni o più, cosicché nel corso dell’intera serie finiscono per trascorrere diversi secoli. Eppure, per quanto i tanuki spaziali vivano a lungo e Yachiyo sia un robot teoricamente eterno, ci viene spesso ricordato che ogni cosa ha una sua fine. Assistiamo così, con la morte di Mujina, nonna di Ponko, a uno dei più improbabili e assurdi funerali mai rappresentati nei media; e comunque, già nel primo episodio la visione dei robot compagni di Yachiyo distrutti e i cui pezzi giacciono in un magazzino chiarifica questo punto. Ma non c’è di che essere tristi, perché Apocalypse Hotel ci insegna che si tratta di un processo del tutto naturale e che dobbiamo godere dei bei momenti che la vita sa donarci.

Andando più in profondità nella serie, in merito agli ingredienti principali della narrazione, si potrebbe dire che il continuo cambio di atmosfere tra commedia e malinconia sembra riflettere, nei momenti più riusciti, una sorta di connubio dell’uso di due figure retoriche tra loro opposte, ovvero l’iperbole e ciò che spesso viene definito understatement o litote. La prima è una caratteristica che si ritrova in molti degli episodi più movimentati e quindi ricchi d’azione. Per quanto riguarda invece la seconda caratteristica, bisognerebbe andare a cercare in alcune delle suddette microstorie della serie, o magari anche solo soffermarsi sul filo conduttore narrativo.

Di momenti iperbolici si ha l’imbarazzo della scelta. Uno fra i più memorabili lo si trova per esempio nell’ottavo episodio, forse perché concepito con una dose di libertà creativa tale da sviluppare l’azione in una sorta di ritmo “in crescendo” con un che di delirante. Sopravvissuta a un incidente e con un corpo diverso dal solito, Yachiyo si trova a fare i conti con una condizione in cui convergono, diciamo, disturbo post-traumatico da stress, menomazione fisica e impotenza lavorativa. Vista la sua devozione all’albergo e alle sue funzioni di concierge, la nostra protagonista non può quindi non ribellarsi al nuovo stato di cose. E per questo, “ovviamente”, non può che trasformarsi in una teppista apocalittica, capace di lanciare missili a destra e a manca, e quindi di scatenare un panico generalizzato. Per fermarla ci vorrà una Ponko in una mecha suit nuova di zecca e pronta a guerreggiare prima della dovuta riconciliazione. Nell’episodio questo momento è una parentesi che può sembrare un eccesso sul piano della rappresentazione audiovisiva – e lo è – ma non è un espediente fine a sé stesso, perché funziona benissimo sul piano drammaturgico in quanto momento di confronto catartico tra i due personaggi.

Un episodio che invece può valere da esempio per l’uso della litote in Apocalypse Hotel è il decimo. Un fatto increscioso che accade nell’albergo – la morte di un cliente sospetto – e l’arrivo di un detective pronto a indagare sul losco figuro – uno è la copia sputata dell’altro – portano Yachiyo e Ponko a occultare il cadavere del primo e depistare le indagini del secondo. Entrambe sono consapevoli di avere a che fare con una tragedia vera e propria, ma da parte loro il problema viene percepito e affrontato come fosse soprattutto una sfida alla “credibilità” dell’albergo. Tra una sfilza di contromisure e battute esilaranti, quello che conterà davvero sarà infatti rimanere sempre all’altezza delle aspettative. Vale a dire: comportarsi da personale provetto, ligio ai propri doveri per quanto surreali, alle volte, questi possano sembrare.

Tornando infine a quanto anticipato, l’attenuazione del pathos insito in un’atmosfera drammatica è una caratteristica che possiamo inoltre ritrovare nel filo conduttore di Apocalypse Hotel, visto il modo in cui un tema tragico quale l’attesa del ritorno dell’umanità è filtrato da un’attesa decisamente molto meno altisonante sul piano del contenuto, e cioè il ritorno tanto bramato di clienti umani all’albergo. Quando poi questa possibilità sembrerà concretizzarsi, ci si ritroverà testimoni di situazioni in grado di poterci far connotare le vicende in un senso esistenzialista. Tuttavia, grazie alla presenza della nostra infaticabile concierge ginoide Yachiyo, potremmo dirci forse immuni dal rischio di cedere a facili sentimentalismi, e quindi di crogiolarci in questa narrazione a senso unico. In una prospettiva di attesa, per così dire, secolare, la promessa di un ritorno degli esseri umani sulla terra, pur rimanendo sempre qualcosa in cui credere, può alla fine diventare anche percepibile come una semplice eventualità fra le tante.

Nel complesso, Apocalypse Hotel è una serie anime che ci dice che anche quando una speranza viene delusa, è sempre possibile poter andare avanti, dal momento che possono sempre emergere altre possibilità da esplorare o strade da percorrere.

Apocalypse Hotel. Regia: Kana Shundō; soggetto: Shigeru Murakoshi; interpreti: Shirasu Saho, Marohoshi Sumire, Yamaji Kazuhiro, Miki Shinichiro; produzione: CyberAgent; distribuzione: Crunchyroll; origine: Giappone; anno: 2025.

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