Vengono dal buio della guerra e della disperazione: attraversano la porta delle tenebre strisciando, come lemuri o sopravvissuti che emergono dai rifugi. Sperano di uscire alla luce del giorno, ma la speranza si spegne in una danza di ombre, di fumo, nell’odore acre dell’incendio. Sembrano morti, eppure sono vivi, sono ancora vivi: il saluto al nuovo giorno, al sole nascente, si trasforma in un lamento straziante verso la falce di luna sul cielo terso di Epidauro, lama tagliente del destino, pronta ad abbattersi sugli esseri umani. Respirano affannosamente, respiri profondi, sempre più cupi, come di chi ha corso senza fermarsi, in fuga e ora vorrebbe finalmente riposarsi o danzare. Ma non c’è tempo: la danza di movimenti lenti, cadenzati, guardinghi è una sfida, una prova di resistenza. È danza contro il tempo, contro la violenza, contro la volontà tirannica, contro il male, contro la morte. La guerra fratricida di Eteocle e Polinice è finita, ma non c’è gioia. Si alza improvviso un refolo di vento, scuote le chiome dei cipressi intorno al Teatro Antico di Epidauro, richiama altre ombre.
La guerra è finita, ma ha lasciato una scia di sangue e dolore sul suolo di Tebe, terra abitata in origine dal «drago sanguinario di Ares» (Euripide, Fenicie) che sembra non essere stato mai del tutto sconfitto. ll cadavere del nemico, lasciato insepolto, va in putrefazione, infesta l’aria e i sacrifici. Ma il nuovo Re Creonte vuole così, per dare l’esempio di quel che accade ai nemici della città. Qualcuno ha provato a seppellire il cadavere di Polinice, racconta un soldato: il Re urla e minaccia; che venga preso il colpevole; che il cadavere sia lasciato sulla nuda terra a corrompersi – così aveva ordinato –. Il coro implora invano che la guerra venga dimenticata. Ma una guerra non si dimentica, resta incisa nella carne e nel cuore di chi ne ha avuto esperienza. E il corpo trafitto, lasciato sciogliersi al sole, pasto per cani e uccelli – come dirà il vecchio indovino Tiresia –, emana un fetore insopportabile che, diffuso dal vento, si fa contagio e seme di altre di morti. Inutile cercare riparo.
Antigone di Sofocle diretta da Ulrich Rasche nell’Athens Epidaurus Festival è una danza circolare del pensiero, che cerca faticosamente e invano di uscire dalle sue aporie. Cosa vuol dire difendere la patria? A cosa può spingere l’amor di patria? Cosa vuol dire per un re, oggi si direbbe per un capo di Stato, vendicarsi degli attacchi ricevuti? Può una risposta simbolica al nemico ignorare le norme elementari del rispetto per gli esseri umani, le agrapta nomina, dice Antigone nel celeberrimo dialogo con Creonte, le leggi non scritte che vivono da sempre? Come si può rispondere alla cecità dell’autocrazia? Mentre assistiamo all’Antigone di Rasche il pensiero gira attorno – potremmo dire ancora una volta – a simili domande ma a differenza delle molte Antigoni che abbiamo visto nei teatri in questo XXI secolo, l’Antigone di Rasche cade in un tempo avvolto più che mai nelle spire del drago sanguinario di Ares. Fatalmente le domande iscritte nelle parole di Sofocle si contaminano con quelle che ci poniamo ormai ogni giorno, venendo a conoscenza da notiziari e quotidiani di capi di Stato che ordinano di spingere con facilità bottoni di droni militari, missili, bombe; che in nome della difesa dai nemici spingono i propri eserciti (e i propri popoli) a impensabili atrocità su corpi inermi, a lasciare insepolti i morti.
Il Creonte di Rasche ha fatto discutere: non appare un pazzo sanguinario come in molte performance e reperformance contemporanee di Antigone, ma un fanatico che vuole rendere di nuovo grande la sua città, un re che ha vittoriosamente respinto un attacco nemico e che vuole dimostrare come tutto quello che c’era prima di lui è stato fatto in modo sbagliato; un re che usa il braccio di ferro contro i morti, contro i sottoposti come i soldati, contro i più deboli, prime fra tutte le donne. Un re di un tempo mitologico che Bertolt Brecht definì, con un’immagine potente, il tempo “dei crani di cavallo ficcati sui pali” come trofei, crani inclusi nella scenografia minimale della sua Antigone (1948).
Antigone di Rasche ha fatto discutere perché sulla scena non compare Ismene, personaggio che apre la tragedia di Sofocle insieme ad Antigone (versi 1-99) e con questa assenza viene meno la messa-in-azione del divenire di questa sorellanza complessa e macchiata all’origine da un padre incestuoso che è anche fratello. Eppure, l’intento di Rasche a noi è parso chiaro e portato avanti con limpida coerenza registica: concentrarsi su Creonte e sull’oscura maschera di uomo di potere – le luci scolpiscono con efficacia il volto di Giorgos Gallos/Creonte e le sue metamorfosi –, dietro la quale si intravedono i cedimenti dell’uomo, tra i quali e su tutti l’inatteso e dolente abbraccio ad Antigone/Kora Karvouni e il tormento nell’incontro con il figlio Emone/Dimitris Kapouranis.
Tutto si muove in questa Antigone: i corpi, dei vivi e dei morti, i corpi in scena, le voci, la musica, i destini, eppure tutto sembra non procedere e restare nello stesso punto, inchiodato a quel piccolo cerchio di pietra che è al centro della perfetta orchestra circolare del teatro di Epidauro e che Rasche ha riprodotto con un semplice tratto bianco sulla nera pedana circolare in movimento che copre l’iconico spazio di IV secolo a.C. e sulla quale ri-vivono i personaggi di Antigone.
Tutto è tragicamente e ineluttabilmente fermo in questa Antigone. Anche il corpo di Creonte che alla fine della tragedia, mentre sul fondo dello spazio scenico appaiono i corpi-ombre di Antigone e di Emone, si piega verso terra, cammina a quattro zampe come i cani divoratori del corpo di Polinice. “I do not exist anymore”, dice Creonte/Gallos, “take me away. I am nothing”. Il corpo dell’uomo di Stato è sulla nera terra, oscurato dalle ombre dei corpi di Antigone e di Emone.
Riferimenti bibliografici
S. Fornaro, L’ora di Antigone dal nazismo agli anni di piombo, Narr, Tübingen 2013.
Id., Antigone nell’età del terrorismo, Multipensa, Lecce 2016.
S. Fornaro, R. Viccei, a cura di, Antigone. Usi e abusi di un mito dal V secolo a.C. alla contemporaneità, Edizioni di pagina, Bari 2021.
Antigone. Opera di: Sofocle; regia: Ulrich Rasche; traduzione: Nikos A. Panagiotopoulos; drammaturgia: Antigone Akgün; lingua: greco (sottotitoli in greco e in inglese); scene: Ulrich Rasche; costumi: Angelos Mentis; composizione musiche e sound design: Alfred Brooks; disegno luci: Eleftheria Deko; training del Coro: Yannik Stöbener; Dramaturg per la performance: Eri Kyrgia;insegnante di musica: Melina Peonidou; cast: Giorgos Gallos Creon, Dimitris Kapouranis Haemon, Kora Karvouni Antigone, Filareti Komninou Tiresias, Thanos Tokakis Guard; Coro: Vassilis Boutsikos, Stratis Chatzistamatiou, Dimitris Kapouranis, Marios Kritikopoulos, Ioannis Mpastas, Giorgis Partalidis, Thanasis Raftopoulos, Gal Rompissa, Giannis Tsoumarakis, Giorgos Ziakas; musica dal vivo: Nefeli Stamatogiannopoulou e Haris Pazaroulas al contrabbasso, Nikos Papavranoussis e Evangelia Stavrou alle percussioni; produzione: Teatro Antico di Epidauro, Athens Epidaurus Festival, National Theatre of Greece; anno: 2025.
*Foto di Thomas Daskalakis.