C’è un’intuizione notevole al centro della messa in scena di Roberto Latini dell’Antigone di Jean Anouilh, vista al Teatro Romano di Ostia Antica (nell’ambito del Festival “Il senso del passato”, promosso dal Teatro di Roma). Un’intuizione che rende ancor più radicale la riscrittura del testo di Sofocle operata dal drammaturgo francese nel 1942, e che si definisce attraverso questa idea: non è in gioco nell’Antigone qualcosa come la contrapposizione tra la ragion di Stato, rappresentata da Creonte, e le ragioni del ghenos, dei legami di sangue, rappresentati da Antigone, che vuole seppellire il fratello Polinice, contravvenendo all’ordine del re.
Creonte ed Antigone non si oppongono, si co-implicano, per cui il sì di Creonte al mondo, e al potere di cui si è trovato investito («Una mattina mi sono svegliato re di Tebe. E Dio sa se desideravo altro nella vita che essere potente […]. Ho detto sì», Anouilh 2023, p. 96), prende senso rispetto al no di Antigone («Io posso dire ancora “no” a quello che non mi piace e sono il solo giudice», ivi, p. 96), e viceversa.
O meglio ancora, Antigone non è un personaggio, ma una funzione interna a tutti gli altri personaggi. Questo prende corpo fin dall’inizio dello spettacolo, non solo per il fatto che è lo stesso Roberto Latini ad interpretare Antigone, sconfessando ogni verosimiglianza mimetica, ma anche perché non vediamo all’inizio Antigone-Latini in scena. Invece, microfono in mano, lo troviamo nella zona antistante il palco a dialogare con gli altri personaggi, a partire dalla nutrice (Manuela Kunstermann), prima di riapparire sulla scena con tanto di maschera, come tutti gli attori, accompagnando così un processo di generalizzazione, che è il cuore dello spettacolo. In Antigone di Latini non è infatti in gioco tanto una storia singolare, identificata dal nome proprio dei personaggi, quanto una storia che riguarda tutti, incarnata dalle maschere.
E di cosa tratta questa storia? Quale funzione svolge Antigone nello spettacolo? La funzione è quella intrattabile e innegoziabile del “no”, della negazione, che porta a eludere il carattere “limitato” e “finito” della vita umana. Solo riconoscendo tale limite, la vita può essere preservata, come le dice Creonte, che vorrebbe salvarla (come anche la sorella Ismene). Questa negazione del limite, questo rifiuto della felicità della vita, è ciò che fa sentire il soggetto illimitato e smisurato (è il contrassegno della tragedia, a differenza della commedia), inscritto in un orizzonte che lo sovrastava da ogni dove e che si chiama Destino. Così le dice Creonte, includendo anche Edipo, il padre di Antigone: «L’umano vi fa sentire a disagio, in famiglia. Vi ci vuole un corpo a corpo col destino e la morte» (ivi, p. 91).
Inscriversi nel destino è affermare la necessità del tragico (e della morte) come liberazione dalla contingenza della vita, e dunque anche dalle opzioni decisionali. Per Antigone non c’è alternativa che andare fino in fondo, per non vedere che in fondo è una bambina “piccola” («Sfidi sempre tutto, ma sei piccola», le dice Ismene, ivi, p. 80) e “insicura” («Non ero sicura che tu mi desiderassi veramente», rivolgendosi al fidanzato Emone). Mentre per Creonte, la meraviglia per l’apparire del contingente sembra una buona ragione per amare la vita: «La vita è un libro che si ama, è un bambino che gioca ai tuoi piedi, un arnese che si tiene bene in mano» (ivi, p. 103).
Questa divaricazione tra la necessità della morte per eluderne la sua possibilità, il suo sopraggiungere casuale e capriccioso, e la scelta della vita in tutta la sua contingenza per non vedere l’abisso di morte nel quale è immersa, è però solo apparente. Anche Creonte alla fine è costretto a fare ciò che il suo ruolo gli chiede di fare, cioè assegnare la morte ad Antigone. E a seguito di questo, arriveranno inesorabili i suicidi di Emone e di Euridice, moglie di Creonte.
È la morsa di una necessità inesorabile quella che accompagna in Antigone di Anouilh-Latini sia le maschere del potere, che alla fine non possono far altro che quello che fanno (assegnare la morte), sia chi a quel potere sembra opporsi, ma che di fatto non fa che corrispondere ad una pulsione di morte più profonda e inesorabile, che giunge fino ad assegnarsi la morte stessa. “Niente è vero se non quel che non si dice” avverte Creonte, con ciò stesso attestando la presenza muta della morte, necessaria a dare senso al mythos tragico. Una morte che pur non avendo parola, ha sempre comunque l’ultima parola.
Se nella tragedia moderna – a partire da Shakespeare – il riconoscimento arriva troppo tardi (Romeo e Giulietta, Otello), ma potrebbe arrivare in qualche modo in tempo, trasformando il tutto in commedia (Racconto d’inverno), nel tragico antico questo riconoscimento anche quando arriva prima non serve a cambiare le cose, il Destino si impone perché il soggetto e il suo “carattere” (per riprendere Benjamin) lì si trovano risolti.
Il mondo è “spoglio” dice Emione nel finale, confermato da Creonte, perché si sono cancellati fin dall’inizio i colori della commedia (matrimonio, figli) e lo spirito di libertà che vi si respira (Antigone all’inizio esce all’alba, quando tutto è ancora grigio, a seppellire Polinice).
Al tempo quotidiano e ricorsivo della commedia, la tragedia sostituisce la precipitazione in un destino di morte, dove il tempo si afferma come massima pendenza, senza mediazioni possibili. E dove tutto procede inesorabile verso il finale. Lo dice il Coro: «È questo che è comodo nella tragedia. Si dà una spintarella perché prenda il via, niente, uno sguardo di un secondo su una ragazza che passa e alza le braccia per strada, un desiderio di onore un bel giorno, al risveglio […]. È tutto. Dopo, non c’è altro che lasciar fare. Si è tranquilli. La cosa gira da sola» (ivi, p. 84).
E allora Antigone, impaurita, nel finale ci dice che non sa più le ragioni della sua morte («Non so più perché muoio», ivi, p. 114), ma la consapevolezza non conta quando non è possibile fare altrimenti, quando “la cosa gira da sola”.
Roberto Latini restituisce con intensità – anche attraverso le musiche e i suoni ipnotici di Gianluca Misiti – la necessità inesorabile della natura umana che si fa destino, il quale aggiornato passa anche attraverso le mediazioni tecnologiche: un telefono a gettoni e diversi monitor occupano la scena. E la restituzione dei personaggi come maschere è raddoppiata da un altro gesto spiazzante, le attrici danno corpo alle maschere maschili (Francesca Mazza interpreta Creonte) e l’attore a quelle femminili. L’insieme compone un unico piano, quello di un umano in cui tutto si tiene insieme inesorabilmente, e la cui conquista libera diventa una scommessa, difficile da vincere, ma a cui non si può rinunciare, anche continuando a rileggere in forme nuove il repertorio dell’antichità classica. La felicità e la libertà creativa dello spettacolo di Latini stanno qui a confermarcelo.
Riferimenti bibliografici
J. Anouilh, Antigone. Variazioni sul mito, Feltrinelli, Milano 2023.
Antigone. Testo: Jean Anouilh; adattamento e regia Roberto Latini; scene: Gregorio Zurla; costumi: Gianluca Sbicca; musica: Gianluca Misiti; luci: Max Mugnai; cast: Roberto Latini, Manuela Kustermann, Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Francesca Mazza; produzione: La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale.
*foto di Manuela Giusto.