Che cos’è l’amore? Domanda grande, il cui senso è definito solo dalla risposta possibile a tale domanda. Pippo Delbono nel suo spettacolo Amore, ora in scena, dopo una lunga tournée, al Teatro Vascello di Roma, fa emergere una possibile risposta, partendo da una impossibilità.

L’amore nasce dall’impossibilità in fondo di dirlo, di rappresentarlo, ma dalla necessità di non rinunciare a tale espressione, anche nella forma più semplice e quotidiana, che tutti ci riguarda, e che si traduce in una dichiarazione: “Ti amo”. L’amore senza dichiarazione, che può andare anche al di là del verbale, in fondo non esiste. Non ha una consistenza sua propria senza un segno in cui si manifesta. E in cui eventualmente si potrebbe manifestare anche l’impossibilità di essere detto.

Delbono, seduto in prima fila tra gli spettatori, lo dice subito che voleva fare uno spettacolo sull’amore, ma un intenso dolore sopraggiunto gliel’ha impedito. E allora sono nati dei quadri, delle scene, il cui legame non è una storia, ma l’intensità emotiva e ritmica di un sentimento indefinito, e infinito, che si fa musica, il fado, parola poetica, e corpi che la interpretano, musicisti e danzatori. Ma tale espressione, che prende corpo nell’impersonalità della scena, nel fondo rosso di una scenografia in cui l’intensità del colore si placa nella sua ferma geometria, modellata dal gioco delle luci, e in cui è presente, a dare un punto di identificazione, uno spoglio albero sulla destra della scena, ha un intreccio profondo con la vita dello stesso Delbono (lutto, lockdown a Catania, viaggio in Messico).

Ma come trovare e determinare il confine tra la vita, i sentimenti anche dolorosi, segnati e plasmati da paure che l’attraversano, e la sua espressione sulla scena?

La scelta di Delbono è netta: l’intercessore per poter mettere in scena l’infinità del sentimento amoroso è la musica, il fado, e la lingua portoghese, con canzoni e poesie che vengono dal Portogallo, ma anche da Capoverde e dal Brasile, recitate e cantate in scena, o anche registrate.

L’amore giunge ad espressione soprattutto attraverso il canto, qualcosa che accompagna la sua infinità, lasciandolo nella sua indeterminatezza.

E in scena a questo canto viene data forma attraverso esecuzioni, canti, balli individuali, di coppia, il tutto segnato da un senso profondo del movimento coreografico. La scena si riempie, si svuota, viene resa dinamica dal movimento dei corpi o da quello espressivo di luci e suoni.

E questi versi di Drummond De Andrade, ascoltati durante lo spettacolo, sembrano restituire il senso profondo di ciò che in scena vediamo: “Che altro può una creatura se non, tra creature, amare?”

Ma dov’è finito oggi l’amore? O ciò che chiamiamo tale? In scena, un’attrice angolana ha detto che la perennità della guerra nella sua terra aveva cancellato la memoria di canzoni d’amore.

Detto altrimenti, l’amore ha un solo rivale, che contrassegna la storia stessa dell’umano, ed è il potere. Ed oggi, questo potere regna sovrano, e sembra potersi esercitare solo nell’abuso, sia nel privato (assoggettamento, violenza, crimine) che nel pubblico (guerra, sterminio). E tale abuso è in qualche modo confermato e valorizzato anche dal racconto che lo accompagna, teso anche a contrapporre al dominio il potere delle vittime.

In questa competizione infinita tra poteri, talmente pervasiva da rendersi invisibile, e da non fare immaginare altro che competizione, non solo tra singoli individui, ma anche all’interno di istituzioni (la ricerca accademica che oramai procede esclusivamente per “bandi competitivi”), l’umano ne esce dimezzato, smarrisce se stesso e non sembra ritrovarsi se non nella sua furia distruttiva, dominato dai sentimenti tristi di cui parlava già Stendhal, “l’invidia, la gelosia e l’odio impotente” (dominanti nella comunicazione dei social media).

Ma l’amore è un’altra cosa, è in primo luogo la condizione di espressione dell’umano. Senza amore siamo muti, non ci esprimiamo veramente (amore dell’altro, ma anche amore della vita e del mondo). E senza espressione l’umano è dimezzato, ridotto a mera funzione di dispositivi sociali e tecnologici molto più ampi.

Ma l’amore non sono i biglietti dei baci Perugina o i romanzi rosa. L’amore è inseparabile dal dolore, dalla sofferenza, dal rischio, dal tempo che passa, dalle paure che l’affollano, e che fanno sì che oggi più di ieri l’amore sia eluso e rifuggito per occupare quella posizione nel mondo, minima ma rassicurante, in cui ci illudiamo di stare sicuri.

Per questo ciò che conta sono le condizioni dell’amore e i suoi effetti: e l’arte è l’unica salvaguardia. Gli artisti sono oggi gli unici veri sacerdoti dell’amore, i custodi della forza dell’espressione. Parlano per noi, oggi più di ieri. Portano a parola ciò che noi non sappiamo più dire. Per questo gli siamo grati. E per questo siamo grati a Pippo Delbono e al suo poetico canto sull’amore.

Tags     amore, fado, Pippo Delbono
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