L’impensato animale

di FELICE CIMATTI

Agamben and the Animal di Carlo Salzani.

L'impensato animale

Qualunque pensiero, filosofico o artistico, è vitale se, e solo se, rimane incompiuto, cioè se lascia dietro – e quindi anche e soprattutto davanti – a sé uno spazio impensato che sarà pensato da qualcun altro. È questa la premessa del libro di Carlo Salzani, Agamben and the Animal, che riprende e sviluppa i punti, sparsi sebbene numerosi, in cui Agamben bordeggia, senza però mai davvero affrontarlo in modo esplicito, il tema oggi assolutamente centrale dell’animalità. In effetti l’animale, come la vicenda del virus ha ormai mostrato in modo esemplare, è il nuovo e definitivo attore del nostro tempo. Un animale che prende la scena, e la prende in un modo diverso da come finora ci si aspettava che l’avrebbe preso. Fino al SARS-CoV-2, infatti, si pensava che la questione animale fosse o una questione etica – quella racchiusa nella formula tante volte sentita dei cosiddetti “diritti animali” – oppure una questione ecologica, in particolare relativa alla difesa delle tante specie animali a rischio di estinzione in conseguenza delle attività umane (è uno dei temi dell’Antropocene).

In entrambe queste versioni l’animale, senza che si specifichi quale sia, propriamente, il riferimento del nome “animale”, è un oggetto delle esclusive attenzioni, o disattenzioni, umane. L’animale rimane cioè un oggetto del pensiero e dell’azione umani. Poi, e se n’è accorto il mondo intero (viene quasi da pensare che la vicenda della guerra in Ucraina non sia che un colpo di coda antropocentrico per rimuovere l’urgenza della questione animale), è arrivato il virus. Che, evidentemente, non è un oggetto, al contrario, è un nuovo (nuovo per il pensiero, il virus c’è sempre stato, ma non lo vedevamo) inumano e aumano soggetto, che si estende sulla superficie dell’intero pianeta (e chissà che attraverso qualche sonda non sia già in giro per lo spazio extraterrestre), e che, soprattutto, uccide qualche milione (decine di milioni?) di esseri umani. È questo il “nuovo” animale (per non parlare dell’ennesima “emergenza” del vaiolo delle scimmie) che ancora non è stato pensato, un animale che definitivamente mette in questione il modo in cui finora è stato pensato, e quindi rimosso, dall’orizzonte del pensiero.

Si pensi, per fare un solo esempio, alla distinzione di von Uexküll così spesso usata (da Heidegger fino appunto ad Agamben), fra “ambiente” animale e “mondo” umano, il primo chiuso nel cerchio funzionale fra stimolo e risposta, e il secondo indefinitamente aperto all’azione trasformatrice del sapiens. Una distinzione che per von Uexküll voleva essere del tutto anticartesiana (l’animale è un soggetto che agisce, l’ambiente è uno spazio di senso, quindi l’animale non è una macchina), che tuttavia finisce per riprodurre quello stesso dualismo umano-non umano che voleva lasciarsi alle spalle.

Ebbene, il libro di Salzani prende le mosse proprio da questo impensato, per portare avanti il pensiero di Agamben, verso approdi che il filosofo non ha voluto (ancora?) esplorare: «Agamben ha lasciato in sospeso alcune questioni fondamentali nella sua opera, tra le più importanti la questione dell’animale» (Salzani 2022, p. x). Il punto di partenza di questa operazione è il libro che lo stesso Agamben ha dedicato, almeno in parte, alla questione animale, L’aperto: l’uomo e l’animale (2002), che in effetti fin dal titolo sembra non volersi spingere oltre una contrapposizione che ormai sembra “antica”. Si può ancora parlare di “uomo” al singolare, per non parlare di “animale”, cioè di quello che Derrida pochi anni dopo avrebbe chiamato l’animot, cioè l’invenzione artificiosa del nome che pretende di accogliere al suo interno in modo indistinto l’intero mondo animale? E il mondo vegetale, il grande assente dalle lezioni del corso del ’29-30 di Heidegger sui Concetti fondamentali della metafisica? Come scrive Salzani:

Nonostante l’impatto sostanziale del libro [L’aperto], tuttavia, Agamben ha abbandonato bruscamente la questione al suo centro. Sebbene L’aperto faccia brevi apparizioni in punti successivi della sua carriera, Agamben ha infine lasciato il ricco potenziale del suo argomento centrale in gran parte inesplorato. In effetti, l’intera opera di Agamben – in particolare la nuova concettualità proposta che ha proposto nel suo ventennale progetto Homo Sacer – è una ricca fonte di questioni non dette e non tematizzate che riguardano o sono legate alla questione animale e che chiedono di essere approfondite. di essere esplorate ulteriormente, compito che si assume questo libro (ivi, p. xi).

 

L’ambizione di Salzani, allora, è quella di provare a pensare quello che Agamben non ha pensato fino in fondo, applicando al filosofo quello stesso procedimento ermeneutico che lo stesso Agamben considera l’unico modo per continuare a fare filosofia oggi, lavorare sul non detto di un testo filosofico. Si tratta, pertanto, di partire dalla constatazione «che l’animale su cui Agamben si concentra non è un animale […] in sé, ma piuttosto l’animalità umana, e che gli animali non umani, nelle rare occasioni in cui compaiono nell’Aperto e nel resto dell’opera di Agamben, non hanno una reale importanza di per sé ma sono soltanto strumenti per portare avanti la sua indagine sull’uomo» (ibidem). Si tratta, in definitiva, di provare a pensare l’animalità non umana, proprio in quanto non umana. Si capisce subito, allora, che la questione dei “diritti” animali, ad esempio, non può non passare in secondo piano, perché ha diritti solo un “soggetto”, ma quella di essere un “soggetto” è la caratteristica specifica dell’umano. Forse il primo passo per cominciare ad affrontare la questione dell’animalità in modo nuovo e diverso è, quando sentiamo parlare di “animale”, prendere come paradigma del pensiero il virus e non il solito mammifero (tipicamente un esemplare delle scimmie chiamate, non certo a caso, antropomorfe). In effetti Agamben «non riesce mai (o non è mai disposto) ad andare oltre queste due categorie fondanti della tradizione occidentale [l’Uomo e l’Animale]» (ivi, p. xiii).

Allo stesso tempo il lavoro filosofico di Agamben apre comunque ad un pensiero radicalmente nuovo e diverso dell’animalità. L’operatore di questo pensiero virtuale è la nozione, introdotta in Homo sacer, dell’esclusione inclusiva, cioè dell’operazione fondamentale secondo cui per poter partecipare della vita politica occorre sottomettervi la «nuda vita», cioè appunto la componente animale dell’esistenza: come scrive lo stesso Agamben, «vi è politica perché l’uomo è il vivente che, nel linguaggio, separa e oppone a sé la propria nuda vita e, insieme, si mantiene in rapporto con essa in una relazione di esclusione inclusiva» (Agamben 1995, p. 11). Si diventa soggetti politici (ma anche linguistici e psicologici) solo a patto da un lato di separarsi dalla propria corporeità animale, e dall’altro sottomettendo questa stessa «nuda vita» agli imperativi sociali ed economici.

Il punto decisivo è che la «nuda vita» esiste solo in quanto esclusa dalla soggettività, che, per converso, si istituisce come tale solo espellendo da sé tutte le parti “animali”. In questo senso si tratta di una esclusione che però è anche inclusiva, dal momento che questa operazione presuppone una continua operazione di de-animalizzazione, e quindi, correlativamente, una continua operazione di inclusione – rivolta all’insopprimibile dimensione animale – che ha però come scopo una sua immediata esclusione. Si tratta allora di disattivare questo dualismo (prodotto da quella che Agamben chiama la «macchina antropogenica»), e cercare un modo inumano di essere umano, un modo collocato nel punto di giunzione di questo stesso dualismo, laddove il vivente umano non coincide né con il soggetto liberale (la cui definitiva incarnazione è quella dell’homo œconomicus) né con la «nuda vita». Secondo Salzani, pertanto:

Solo la deposizione di questa logica [dualistica] supererà la struttura presupposizionale della metafisica che mette in relazione due termini (bios e zoē, linguaggio e voce, umano e animale, attuale e potenziale, ecc.) ponendo l’uno come fondamento sommerso e negativo dell’altro. Nonostante tutti i limiti indiscutibili del suo discorso, questo è sicuramente il contributo più importante di Agamben al dibattito contemporaneo sull’animalità (Salzani 2022, p. 11).

Tuttavia, e per questa ragione il libro di Salzani ci porta già oltre l’estremo pensiero di Agamben, la crisi pandemica ha messo in luce in modo evidente che il filosofo di Homo sacer non è interessato, in fondo, a pensare il nuovo scenario aperto dal virus, vero e proprio post-animale, cioè l’animale non più animot, non più semplice oggetto della riflessione e dell’attività umana. Con il virus, cioè, siamo oltre il dualismo, e quindi anche oltre la macchina antropogenica. Salzani mette bene in mostra come alcuni dei temi su cui più ha insistito Agamben durante i mesi più duri della pandemia non escano, in fondo, da quello stesso quadro metafisico dualista che il suo stesso pensiero peraltro ha contribuito a mettere radicalmente in crisi:

Particolarmente preoccupante, nella crociata di Agamben contro la “Guerra al Virus” è l’insistenza con cui […] ripete il suo mantra secondo cui la biopolitica moderna comporta la “progressiva animalizzazione dell’uomo”, intendendo con ciò la deplorevole perdita di (presunte) caratteristiche distintive della vita umana, come la capacità di formare una politica “autentica”, un concetto “autentico” di morte, il volto, ecc. Mentre deplora l’ingloriosa fine delle “democrazie borghesi” […], deplora anche la fine (l’animalizzazione) del concetto stesso di uomo che ha decostruito nell’Aperto. In breve, rimane intrappolato all’interno delle categorie tradizionali e dei dualismi che le sue stesse potenti analisi avrebbero potuto e dovuto portarlo a superare, e questo gli impedisce di  comprendere e mettere a fuoco le principali implicazioni filosofiche della pandemia e sulla vera crisi intellettuale che ha provocato: la crisi del dualismo attraverso il quale l’umanità ha sempre del dualismo attraverso il quale l’umanità si è sempre definita in  contraddizione con il resto del mondo animale (ivi, pp. 102-103).

È in questo contesto che, da ultimo, si pone la questione di pensare il tema sempre più attuale di una condizione radicalmente postumana, e quindi come radicalmente post-dualistica. E quindi di una posizione che prende definitivamente congedo dalla metafisica dualistica, quella appunto che non può non separare l’umano dall’animale. E così, rispetto al concetto metafisico di animale, forse il concetto chiave della metafisica occidentale − «non serve a nulla insistere su un uso inclusivo del termine (“gli esseri umani sono anche animali”) o di “completarlo” con ulteriori specificazioni […] perché il termine è troppo carico di tradizione e preconcetti. Questo significa “post-”: la necessità di liberarsi di questo stesso concetto e del dualismo che comporta e perpetua» (ivi, p. 103) scrive Salzani nelle conclusioni del libro. A partire da Agamben, con Agamben, oltre Agamben: si tratta infine di

smantellare il vecchio (eppure così resistente) ordine dualistico, di superare le vecchie categorie dualistiche e di andare oltre le costruzioni ontologiche come quelle de L’Aperto che ancora cercano di mantenere e difendere l’ormai fatiscente fortezza umanistica. Questo significa, in definitiva, pur riconoscendo, facendo tesoro, elaborando e sviluppando le importanti intuizioni che egli fornisce nella sua imponente oeuvre, anche andare oltre Agamben (ivi, pp. 105-106).

Carlo Salzani, Agamben and the Animal, Cambridge Scholars Publishing 2022.

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