Mafia e fantasmi

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli.

La mafia davvero non è più quella di una volta, se deve affermare la propria esistenza attraverso gli snuff movies, riprendendo creature torturate, che si spengono lentamente sotto l’occhio impassibile della cinepresa: ma ci vuole del talento anche per questo, e il mafioso Fabrizio, benché abbia studiato cinema, non ne possiede. Tutto si gioca qui, in effetti: A Classic Horror Story, film di produzione Netflix, diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, finge di assumere e far propri gli stereotipi che il film di Fabrizio (Francesco Russo) finge di non riuscire ad evitare.

Cinque in un camper, il cui proprietario è Fabrizio. La compagnia è eterogenea, la direzione del veicolo è la Calabria, terra di mafia, ma più propriamente di ‘ndrangheta; ma ben prima che tutto accada subito veniamo introdotti nell’universo dello snuff movie, attraverso inquadrature oscure: un uomo va in giro con un pesante martello di legno a fracassare le gambe d’una prigioniera terrorizzata, si intravede la testa appesa d’un cervo, un santo mostra le mani bucate dalle stimmate. Un occhio osserva di nascosto, ma non si capisce chi sia. C’è un incidente, mentre guida Mark (Will Merrick). Il camper si schianta contro un albero dopo aver ucciso un cervo (primo stereotipo), Mark resta ferito a una gamba, impossibilitato a muoversi – ma la strada che percorrevano è scomparsa: ora si trovano nel cuore di una foresta. Non c’è più traccia di strade (secondo stereotipo), ma c’è una stana costruzione in legno apparentemente disabitata che sembra una casa-fantasma di Sam Raimi (terzo stereotipo).

Sofia (Yulia Sobol) e Elisa (Matilda Anna Ingrid Luz) cercano (quarto stereotipo) di entrare in contatto con qualcuno che abiti la casa. Ne sono talmente convinte da esplorarla, mentre Mark dorme nel camper. Le porte sbattono, le attirano oltre soglie proibite. Una fila di candele accese che lentamente si consumano, allineate sul pavimento. Si sente la voce di Fabrizio: “Il primo occhio non ha, ma anche al buio ti troverà. Il secondo non ha udito, ma di certo ti avrà sentito.  Il terzo non ha bocca per parlare, ma se lo vedi, non fiatare. Un cavallo alato gli sta accanto, e della notte lui è il canto”.

Poi: “Questa è la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagrosso, tre fratelli che arrivarono da un altro mondo, tanto tempo fa”. Davano da mangiare ai contadini affamati, ma in cambio chiedevano un sacrificio. A qualcuno tagliavano la lingua, a qualcuno cavavano gli occhi, ad altri mozzavano le orecchie. Erano diventati tutti il loro gregge. In pratica, un’orda di contadini pazzi, pronti a effettuare ogni nefandezza. Mark, nel camper, viene ucciso, mentre si ode una canzone di Sergio Endrigo: “Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina. Era una casa bella davvero, in via dei Matti, numero zero”. La canzoncina infantile assume così inquietanti significati, sia per i personaggi  che per gli spettatori.

Il numero zero allude all’inesistenza della casa, ma non cancella il pensiero che appunto solo i matti possano abitare una casa inesistente. C’è una bambina nella casa, prigioniera da tempo immemorabile in una gabbia di paglia. Non parla, ha la lingua tagliata. Elisa la libera, malgrado le esortazioni degli altri a non interferire. Chi è questa bambina? Non si sa, ma di certo dimostra subito attaccamento e riconoscenza nei confronti di colei che l’ha liberata. Per Elisa, che è incinta e sul punto di abortire, è come aver trovato una figlia.

Ma il camper è scomparso – qualcuno l’ha portato via, lasciando sul posto un’unica bottiglia di birra. Ne beve il medico Riccardo (Peppino Mazzotta), radiato dall’Ordine per un fatale errore nei confronti di un paziente. Ne beve Elisa, ma la birra probabilmente è drogata. Elisa si ritrova con le mani inchiodate su una sedia a rotelle, in attesa che Fabrizio decida cosa fare di lei, d’accordo con la bambina (Chiara), che invece ha la lingua, parla ed è sorella di Fabrizio. Nella visione di Elisa appare una lunga tavolata di mafiosi. A capotavola siede una donna, il loro capo, colei che si prende cura di loro. È la madre di Fabrizio, che ordina anche il sacrificio di Elisa. Il sacrificio, infatti, è l’unico modo di ottenere e mantenere quel rispetto che si è sempre sul punto di perdere.

Elisa riesce a liberarsi. Trova un fucile, spara a Chiara e a Fabrizio, li uccide vendicando i compagni morti, in un sottofinale tipico di una classic horror story – ma il finale vero viene dopo, e ci sembra per eccellenza non classic. Quando Elisa, ancora insanguinata, diretta al lavacro del mare, si aggira tra i bagnanti, questi si limitano a scattarle foto con i cellulari. Con sostanziale indifferenza, non riconoscono in lei la portatrice d’un monito, o meglio, la superstite ammonitrice d’un morbo che potrebbe diffondersi. In questo senso, anche questo può allora essere inteso come un film sul rifiuto di prendere atto del potere di contagio dei corpi, vale a dire di una pandemia sempre incombente. I corpi sanguinano, in essi si incarna il pericolo, generato da un desiderio che troppo somiglia all’indifferenza. Il virus non è un fantasma, ma è diffuso perfino dai fantasmi.

A Classic Horror Story. Regia: Roberto De Feo, Paolo Strippoli; sceneggiatura: Roberto De Feo, Paolo Strippoli, Milo Tissone, David Bellini, Lucio Besana; fotografia: Emanuele Pasquet; montaggio: Federico Palmerini; interpreti: Matilda Anna Ingrid Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta; produzione: Colorado Film, Rainbow, Netflix; distribuzione: Netflix; origine: Italia; anno: 2021; Durata: 95′.

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