All’ombra del lungo 11 settembre

di RICHARD GRUSIN

20 anni dall’11 settembre.

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Nelle settimane che hanno preceduto il ventennale dell’11 settembre, negli Stati Uniti stampa, televisione e gli schermi dei media in rete si sono riempiti di suoni e immagini di quel giorno ormai storico. Queste commemorazioni annuali hanno la funzione di onorare e mantenere vive le memorie culturali, rimediando quello che è stato ampiamente inteso sia come un attacco terroristico senza precedenti sul suolo statunitense sia come l’evento mediatico globale per eccellenza. La mediazione commemorativa ha una sua doppia logica. Nel rimediare a un evento accaduto vent’anni fa, le commemorazioni trattano immancabilmente l’11 settembre come un giorno singolo e a sé stante, come si evince dal titolo della nuova docuserie del National Geographic per il ventesimo anniversario, “9/11: Un giorno in America”. Naturalmente l’11 settembre non è stato un giorno qualsiasi, ma il giorno che “ha cambiato tutto”, come si riflette nella serie commemorativa del 20° anniversario di Netflix, “Turning Point”. L’idea dell’11 settembre come momento di cambiamento radicale ricorre in numerosi articoli recenti su giornali e riviste cartacee e online:  “20 anni dopo: l’11 settembre ha cambiato tutto, compresi i film”; “Come l’11 settembre ha cambiato i viaggi per sempre”; o “Per l’industria della difesa, l’11 settembre ha cambiato tutto”. Queste commemorazioni del 20° anniversario segnano anche un spartiacque storico: prima e dopo l’evento dell’11 settembre.

Oltre a sollecitare e a riprovare il ricordo di un evento che demarca un’epoca nella storia della nazione, queste rimediazioni commemorative rendono anche l’11 settembre di nuovo presente. Rimediare i suoni e le immagini di quel giorno di trasformazione significa far rivivere l’11 settembre come parte di uno sforzo nazionale per commemorare e ricordare il giorno che ha cambiato tutto. Commemorare il ventesimo anniversario dell’11 settembre significa simultaneamente isolarlo dal presente come qualcosa che è finito (è già accaduto nel passato), e portare di nuovo in vita la stimmung o lo stato d’animo creato da quell’evento mediatico totale. Anche se l’11 settembre è passato, le mediazioni commemorative funzionano per mantenere viva non solo la sua memoria, ma anche l’affettività individuale e collettiva che fu generata quel giorno.

Ma la doppia logica di queste convenzionali commemorazioni mediatiche non dovrebbe renderci ciechi rispetto al fatto che l’11 settembre non è mai davvero finito e persiste ancora oggi. Il 14 aprile, per esempio, l’amministrazione Biden ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le loro forze dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. La tempistica del ritiro degli Stati Uniti lo inquadra come un diverso tipo di commemorazione dell’11 settembre, segnando il completamento della missione strategica post-11 settembre che ha spinto l’invasione statunitense dell’Afghanistan vent’anni prima. Biden specifica il legame del ritiro con l’11 settembre di nuovo nelle dichiarazioni dell’8 luglio 2021:

Come ho detto in aprile, gli Stati Uniti hanno fatto quello che dovevano fare in Afghanistan: prendere i terroristi che ci hanno attaccato l’11 settembre e consegnare alla giustizia Osama Bin Laden, e depotenziare la minaccia terroristica per impedire che l’Afghanistan diventi una base da cui si possano continuare gli attacchi contro gli Stati Uniti. Abbiamo raggiunto questi obiettivi. Ecco perché siamo andati.

Il 14 agosto ha ribadito questa posizione in un aggiornamento sugli accidentati progressi del ritiro degli Stati Uniti: “L’America è andata in Afghanistan 20 anni fa per sconfiggere le forze che hanno attaccato questo paese l’11 settembre. Quella missione ha portato alla morte di Osama bin Laden più di dieci anni fa e allo smantellamento di al Qaeda”. Piuttosto che con un documentario televisivo, l’amministrazione Biden sembra aver cercato di commemorare il 20° anniversario dell’11 settembre attraverso il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, rimediato e premediato attraverso la stampa, la televisione e i media in rete.

Ma la televisione in diretta non è senza rischi. Come forma di mediazione commemorativa, il ritiro dall’Afghanistan non è filato liscio. Il governo e l’esercito afgani, che erano stati sostenuti dalle forze statunitensi per anni, sono crollati nel giro di pochi giorni, non settimane o addirittura mesi come l’amministrazione Biden si aspettava. E poi il 26 agosto, il terrorismo islamico ha fatto di nuovo capolino all’aeroporto di Kabul, dove un attentato suicida attribuito all’ISIS-K ha ucciso almeno 182 persone – 69 cittadini afgani e 13 membri dell’esercito americano. Quando Biden si è rivolto al popolo americano quella sera, l’importanza delle sue parole e il tono con cui le ha pronunciate hanno ricordato al mondo che il regime di sorveglianza e antiterrorismo inaugurato all’indomani dell’11 settembre non è mai finito.

Il discorso di Biden del 26 agosto ha condensato per funzione e tono due dei più noti discorsi pubblici di George W. Bush dopo l’11 settembre: le sue dichiarazioni di cordoglio e rimorso la notte degli attacchi e il suo discorso in una sessione congiunta del Congresso il 20 settembre, in cui istituì l’Ufficio per la Sicurezza interna e lanciò l’ultimatum ai talebani che servì come preludio dell’invasione dell’Afghanistan. Nella prima metà del discorso di Biden sull’attacco dell’ISIS-K all’aeroporto di Kabul, la sua tipica empatia per i militari statunitensi e le famiglie afgane che hanno perso i loro cari, divenuta ormai un marchio di fabbrica, riecheggia il discorso alla nazione che Bush tenne la sera dell’11 settembre. A metà del discorso di Biden, tuttavia, il suo tono si indurisce e torniamo all’avvio della Guerra al Terrore di Bush nel 2001:

A coloro che hanno compiuto questo attacco, così come a chiunque voglia fare del male all’America, sappiate questo: noi non perdoneremo. Non dimenticheremo. Vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Difenderò i nostri interessi e il nostro popolo con ogni misura a mia disposizione. . . .  Non ci faremo scoraggiare dai terroristi. Non lasceremo che fermino la nostra missione. Continueremo l’evacuazione. . . .  Risponderemo con forza e precisione quando sarà il momento, nel luogo che sceglieremo e nel momento che sceglieremo.

Vent’anni prima, nel suo discorso del 20 settembre 2001, Bush aveva lanciato una minaccia simile con un tono simile in una sessione congiunta del Congresso che includeva il senatore Joseph Biden del Delaware: “Queste richieste non sono aperte a negoziati o discussioni. I Talebani devono agire, e agire immediatamente. Consegneranno i terroristi, o condivideranno il loro destino”.

Questi due ultimatum presidenziali, che si riverberano nel corso di due decenni, ci ricordano che l’11 settembre non è un evento che dovrebbe essere relegato nel passato, ma è ancora in corso oggi, in quello che potremmo chiamare “il lungo 11 settembre”. Pensare il lungo 9/11 significa rifiutare le forme tradizionali di commemorazione mediatica che inquadrano l’evento come un singolo giorno accaduto vent’anni fa.

Nel mettere a confronto il discorso di Bush al Congresso del 20 settembre subito dopo gli attacchi con il discorso di Biden dopo l’attentato suicida del 26 agosto, non equiparo i due atti terroristici relativamente alla loro portata o alla scala. Ma nel collegare Biden a Bush non sto facendo metafore o analogie. Biden era stato un forte sostenitore dell’agenda antiterroristica di Bush dopo l’11 settembre. Ma sarebbe sbagliato dire che l’attenzione di Biden per l’antiterrorismo inizia con l’11 settembre. All’indomani degli attentati terroristici di Oklahoma City del 1995 da parte del suprematista bianco Timothy McVeigh, Biden aveva promosso una legge antiterrorismo, le cui sezioni chiave furono riutilizzate nel Patriot Act del 2001. Era noto, tuttavia, che Biden fosse rimasto deluso dal fatto che parti chiave della legge di Bush del 2001 lasciavano fuori alcune delle disposizioni più forti della sua stessa legge del 1995. Anche se la proposta di legge antiterrorismo del 1995 di Biden non è riuscita a diventare legge federale, non era affatto solo nel suo interesse pre-11 settembre per l’antiterrorismo. Come mostra questo N-Gram di Google relativo alla frase “homeland security”, la frase ha cominciato a essere più comunemente usata nel periodo tra il 1995 e il 2001, quindi anche prima dell’11 settembre.

Non solo l’11 settembre continua a vivere circa 20 anni dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, ma almeno in termini di regime di antiterrorismo e securizzazione, l’11 settembre precede anche questi attacchi. Considerare il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan insieme al ventesimo anniversario dell’11 settembre significa iniziare a riconoscere alcuni dei modi in cui stiamo ancora vivendo all’ombra del lungo 11 settembre.

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