Grande è la confusione sotto il cielo (di XF2021)

di VALENTINA RE

La nuova edizione di X Factor Italia

La nuova edizione di X Factor Italia ha deciso di dare il suo contributo al vivace dibattito sui temi della diversità e dell’inclusività eliminando le tradizionali “categorie” che organizzavano le squadre affidate ai giudici e di conseguenza la gara, a partire dalla quarta edizione, ovvero: Under Uomini, Under Donne, Over e Gruppi. A dire il vero, in nome di un affrancamento da categorie che reprimerebbero e limiterebbero la nostra irriducibile “individualità”, di categorie ne sono state introdotte altre due, i “Solisti” e le “Band” – categorie che, come tutte le categorie (che grande scoperta) e come esempi musicali illustri dimostrano (basti pensare ai Cure o a Nick Cave and The Bad Seeds), risultano altrettanto arbitrarie e discutibili. Fino alla puntata degli “Home Visit” (o anche “Last Call”), quando i giudici selezionano le rispettive squadre per il live show, tutto bene. Ma sapevo che la cosa gli sarebbe esplosa tra le mani. E immancabile, la sera del 21 ottobre 2021, eccolo, il primo commento su Twitter.

21:51: “Mancanza di categorie = zero voci femminili”.

Ma come! Queste categorie! Le vogliamo oppure no? Le usiamo oppure no? Se non le vogliamo, se decidiamo che non ci servono per non rischiare di etichettare il mondo, perché richiamare il dualismo maschile vs femminile per lamentare che uno dei due poli sia meno rappresentato? Le categorie non esistono, dunque i due poli non esistono, dunque il problema non si pone.

22:50: “Come saranno i live di #XF2021” – sotto, il riferimento al brano “Senza una donna” di Zucchero.

Di nuovo? Se abbiamo abolito le categorie, come possiamo lamentarci che una categoria non sia rappresentata? Donne, uomini, non è pertinente, non è rilevante: conta solo la nostra individualità.

22:53: “Ah quindi quest’anno Xfactor male edition? Wow… che emozione…”.

Le categorie non esistono, nemmeno se le nomini in inglese. Male, female, non è pertinente, non è rilevante: conta solo la nostra individualità.

Questa contraddizione di fondo – lamentarsi che l’eliminazione (presunta) delle categorie abbia comportato l’eliminazione di quella che di fatto è proprio una categoria (le donne), e dunque come tale non dovrebbe stupire – ritorna in numerosi commenti e si aggancia anche alle recenti polemiche generate dalle dichiarazioni di Alessandro Barbero. Al punto tale che la categoria “Under donne” viene riletta, attraverso una curiosa operazione di revisionismo, come una quota rosa necessaria a garantire la rappresentanza del genere femminile nella gara – indipendentemente (o così si vorrebbe far credere) da ragioni commerciali e di posizionamento discografico. Il famigerato “male necessario”:

22:54: “Niente categorie niente donne. A posto”.

23:10: “Posso far finta di star bene ma mi mancate” – sotto, l’immagine di una “Last Call – Under donne”.

23:19: “Su quattro giudici, tre sono uomini. Su tre squadre, due composte interamente da uomini. Su dodici cantanti, dieci sono uomini, due sono donne. L’eliminazione delle categorie è servita soltanto a eliminare la componente femminile”.

23:20: “A #XF2021 non ci saranno più le categorie ma forse ci sono “differenze strutturali” sennò non si spiega che su 12 cantanti che andranno ai Live ci saranno solo due donne”.

23:25: “Senza categorie le donne non passano, anche se talentuose e capaci. #XF2021, Italia 2021”.

Solo in un caso, però, ci si esprime a favore delle categorie… ma non per categorizzare! Piuttosto, per includere invece che escludere:

22:58: “Ci sono dei casi dove le categorie è giusto che ci siano, come in una “competizione o gioco” non per voler categorizzare, ma piuttosto proprio per includere tutti i generi. Altrimenti si rischia di fare quello che non si vuole. Escludere qualcuno. Più donne a #XF2021 grazie”.

Dopo la messa in onda, il dibattito è proseguito in maniera vivace su tutti i social, e anche la stampa generalista ha registrato l’apparente “scivolone” del programma. Grande, insomma, è la confusione sotto il cielo, ma non solo sotto il cielo di X Factor, intendiamoci. La forza di un prodotto pop come X Factor è però quella di mostrarla con particolare evidenza.

Tentiamo qualche provvisoria conclusione a caldo. XF2021 dichiara di abolire le categorie perché etichettare il mondo e gli individui significa distorcere, limitare, tradire: niente e nessuno dovrebbe essere “incasellato”. Di fatto, introduce solo categorie diverse, e quello a cui in realtà rinuncia sono il dualismo Maschio vs Femmina, che era inteso (almeno nelle categorie Under uomini e donne, introdotte solo a partire dalla quarta edizione) come sesso biologico e non come identità di genere sessuale o orientamento sessuale, e il dualismo Under vs Over.

Coerentemente con questa scelta, qualsiasi esigenza di garantire una rappresentanza di qualcosa che non viene più percepito come pertinente e rilevante (il femminile in questo caso) appare contradditoria e incoerente, eppure gli spettatori si lamentano e denunciano la predominanza maschile. Molti inoltre denunciano, in maniera più o meno consapevole, come si possano facilmente eliminare le categorie dalla gara ma non dalle “teste” dei giudici, che evidentemente continuano a interpretare e valutare le performance dei concorrenti sulla base delle aspettative legate al genere. Nessun commento o, almeno, nessuna polemica vistosa in merito a eventuali effetti di “discriminazione” per età legati alla soppressione della categoria Over.

Evidentemente, le battaglie sulla parità di genere sono ancora urgenti e attuali. Se il concetto di parità come auspicio implica evidentemente due poli a cui occorre garantire uguali condizioni su cui basare i propri percorsi di vita privati e professionali, questo non deve erroneamente far credere che tale dualismo sia discriminatorio nei confronti di chi non vi si riconosce.

Affermando con troppa superficialità (o, ancor peggio, con intenti pedagogici e/o commerciali) che Maschile vs Femminile è un’opposizione superata e che tutti i dualismi vanno “smantellati” in favore di una fluidità “non etichettabile”, rischiamo di fare un’operazione inutile e dannosa: rischiamo, cioè, di abbandonare una lotta e un impegno che richiedono ancora sforzi e ancora attendono risultati, in favore di una presunta libertà “assoluta” che, in quanto profondamente individualista, difficilmente può rappresentare oggi la base per rivendicazioni collettive. La sensibilità contemporanea sulle identità di genere e sugli orientamenti sessuali, così come sulle molteplici appartenenze che le vanno a intersecare, può arricchire e rinforzare la battaglia collettiva sulla parità di genere: sarebbe un errore che la rendesse, illusoriamente, “superata”.

Niente è assoluto. Non lo è la libertà come non lo sono le categorie. Le categorie sono sempre circostanziali, contestuali, storiche, mai assolute. Le categorie cambiano a seconda delle esigenze, delle epoche, dei contesti. Ci servono per metterci d’accordo su determinate porzioni di mondo, e in maniera temporanea. Le possiamo discutere, criticare, rinegoziare. Esistono periodi, come probabilmente quello che stiamo attraversando, in cui categorie largamente condivise un tempo non sono più accettate, e ne emergono di nuove, incerte e spesso conflittuali. Ma non possiamo farne a meno. Quello che possiamo invece imparare è a considerarle come storiche e culturali, invece che innate e naturali, e a farne un uso critico.

Le categorie sono morte. Viva le categorie.

La prima puntata della gara live, il 28 ottobre 2021, si apre con le pubbliche dichiarazioni di due giudici, Emma Marrone e Mika, contro il recente affossamento in Parlamento del DDL Zan, largamente apprezzate sui social e registrate puntualmente dalla stampa generalista. Della polemica sul rapporto tra abolizione delle categorie e discriminazione di genere sembra non restare più traccia. Che vinca il migliore.

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