I nostri corpi non sono mai stati così esposti. Troppo spesso pensiamo gli schermi che ci circondano come delle finestre verso l’esterno, come soglie che ci permettono di osservare e manipolare la realtà nella sicurezza delle nostre abitazioni, senza abbandonare i luoghi che ci sono più familiari. Eppure gli schermi non sono finestre: sono superfici di interazione, dove sfruttare il potere di raggiungere significa accettare il rischio di rendersi raggiungibili.
Il libro di Francesco Striano, Violenza virtuale, affronta un tema delicato innanzitutto perché è difficile individuarlo. Perché l’espressione “violenza virtuale” ci sembra così strana? Una prima spiegazione è che riconduciamo immediatamente le piattaforme digitali alla sfera della comunicazione, mettendo da parte l’interazione. E senza interazione non c’è violenza. Per questo, parlando di violenza virtuale, il pericolo è sempre quello di ridurla a qualcos’altro: a un problema linguistico, nel quale contempliamo la maleducazione o la diffamazione, la minaccia o l’odio, ma non propriamente la violenza. Certo, si può sempre ribattere che la comunicazione è una forma d’interazione, e che le parole possono far male, eppure resta cristallizzata sullo sfondo l’idea che le parole restano parole, e che i fatti sono un’altra cosa.
Questo è il primo, perentorio gesto di Francesco Striano: affermare che c’è una violenza virtuale. A partire da questo punto fermo, il libro ci conduce con pazienza attraverso un percorso accidentato, nel quale troviamo soprattutto due domande. La prima riguarda un tema che ossessiona la sfera pubblica: se la violenza virtuale esiste, qual è il suo rapporto con la violenza fisica (sentiamo subito la tentazione di dire: “reale”)? La seconda riguarda un tema altrettanto spinoso ma non altrettanto discusso, in una società che «nonostante un’ipersessualizzazione mediatica, ancora fatica a costruire un serio discorso pubblico sul sesso»: in che senso è possibile una violenza sessuale virtuale?
Non sono domande facili, non solo perché riguardano temi complessi, ma anche perché nell’affrontarle dobbiamo fare i conti con i nostri pregiudizi, e forse con qualche strategia che ci permette di semplificare il discorso per chiamarcene fuori, per dichiarare la nostra estraneità con certi temi e certe vicende. Ed è qui il grande merito dell’autore: Striano ci fornisce tutti gli strumenti per orientarci, con un discorso chiaro, articolato ma privo di tecnicismi. Al tempo stesso, però, non ci dà sconti, e sembra ammonirci con le stesse parole usate da Max Aue nel capolavoro di Jonathan Littell, Le benevole: la violenza virtuale vi riguarda. Vedrete che vi riguarda.
Partiamo dall’affermazione apparentemente più semplice, ma al tempo stesso più problematica: esiste una violenza virtuale. Striano offre una definizione molto chiara di cosa intende per violenza: «Un atto commesso da una persona o da un gruppo contro altre persone o gruppi e inteso a generare o in grado di generare danni fisici, psicologici, di reputazione, di immagine ecc.» (2024, p. 36). Già in questa definizione è implicito il punto fondamentale del discorso dell’autore: la violenza non è un fatto univoco, si dice in molti modi. Parlare di danno d’immagine, ovviamente, non è la stessa cosa che parlare di danno fisico, così come un danno psicologico non è la stessa cosa di un danno di reputazione: questi elementi possono essere correlati, ma non identificati.
Per capire cos’è la violenza virtuale, occorre partire da un approccio multimodale alle interazioni. Interagiamo in molti modi: come corpi, come entità politiche e sociali, come soggetti dotati di un vissuto, di desideri e di paure, speranze e vulnerabilità. Tutti questi aspetti non possono essere separati nella vita concreta, ma è compito dell’analisi scandirli e identificarne le proprietà specifiche: si interagisce parlando e toccandosi, guardandosi e parlando di sé e delle altre persone nel contesto sociale.
Più avanti nel testo, Striano propone una nuova definizione della violenza: un atto violento è un atto che avvilisce, ovvero un atto che interviene negativamente sulla soggettività dell’altra persona. Si tratta di una definizione più raffinata, perché permette di chiarire cosa si intendeva nella prima definizione quando si parlava di “danno”. Prendiamo l’esempio di un incontro di pugilato, o di una sessione BDSM: in quei casi abbiamo a che fare con interazioni che appaiono violente, ma che non hanno come effetto – o almeno, come obiettivo –l’avvilimento della soggettività dell’altra persona. Striano parla più volte dell’importanza di pensare una violenza giustificabile – ad esempio, alcune forme di violenza politica – ma è altrettanto importante segnalare che il termine stesso “violenza” è ambiguo, porta con sé qualcosa di indecidibile. Possiamo ammettere che il pugilato è uno sport violento, ma comprendiamo la differenza tra un combattimento sul ring e un pestaggio. Possiamo accettare l’etichetta un po’ generica di “sesso violento”, ma certamente non diremmo che una persona sottomessa, in una sessione BDSM, viene violentata.
Se pensiamo questo nesso tra violenza e soggettività, però, il discorso di Striano diventa immediatamente più comprensibile. Affermare che la violenza virtuale non è per questo meno grave della violenza fisica, non significa per questo affermare che le due forme di violenza sono identiche. Al contrario: il punto è proprio chiarire che si può usare violenza in molti modi diversi, e che dobbiamo liberarci del pregiudizio per cui l’unico aspetto che conta è quello fisico, e il resto è solo premessa o corredo.
Qui è importante liberarsi di un fraintendimento: il testo è uscito circa sei mesi fa, e diverse recensioni hanno accolto la tesi dell’autore traducendo il sottotitolo in un modo comprensibile, ma secondo me errato. “Vita digitale e dolore reale” è stato spesso letto come “vita digitale, dolore fisico”. Secondo questa lettura, Striano starebbe dicendo che la violenza online sarebbe grave perché avrebbe delle conseguenze fisiche. Nella sua recensione su Avvenire del 23 novembre 2024, ad esempio, Raffaele Simone menziona i casi di suicidio o di incidenti dovuti a interazioni online. La sua domanda finale è se dunque il mondo virtuale non “debordi” nel mondo reale.
Ecco, mi sembra che in questo modo il discorso di Striano non venga compreso appieno. Questa analisi rimane nel framework “dei due mondi” tanto criticato dall’autore, ovvero in quell’immaginario che pensa fisico e virtuale come due dimensioni separate e almeno indipendenti, l’una reale, l’altra immaginaria. Invece il mondo virtuale non “deborda” nel mondo reale, perché è già reale. La violenza online non è tale perché produce conseguenze fisiche, ma in quanto tale. Nel caso dei media digitali non fa altro che riproporsi un pregiudizio implicito già affrontato da chi parla di disagio psicologico: l’idea che ciò che non è direttamente fisico sia intangibile, e abbia valore solo perché produce effetti fisici. La violenza virtuale diventa violenza se mi suicido, se mi faccio del male o ne faccio agli altri. Prima, invece, tutto in ordine.
Eppure, in un contesto sociale in cui l’interazione online diviene sempre più rilevante, non possiamo davvero permetterci di continuare a considerare una parte così significativa delle nostre vite come un orpello, come se fosse poco più che un passatempo che si volge in una terra di sogno.
Se teniamo presente il nesso tra violenza e soggettività, diventa più comprensibile la scelta di Striano di soffermarsi su un tipo specifico di violenza, la violenza sessuale. La sessualità è un nodo centrale per la formazione e lo sviluppo della soggettività, e come la violenza è un terreno delicato, dove è difficilissimo tracciare confini. La proposta dell’autore è molto chiara: dobbiamo smetterla di pensare la violenza sessuale come un tipo di sesso, e dobbiamo cominciare a pensarla come un tipo di violenza. Insomma, dobbiamo ribaltare il punto di vista: non cercare identificare, tra le relazioni sessuali, quelle violente, bensì pensare il sesso come un elemento possibile di un’interazione violenta.
Mi sembra una proposta molto interessante, soprattutto perché permette di lasciare da parte un groviglio di questioni senz’altro interessanti, ma che rischiano di far perdere il filo del discorso. Che cosa significa, infatti, “violenza sessuale”? Il sesso è il mezzo o il fine della violenza? E la violenza viene prima del sesso, durante, dopo? Piuttosto che addentrarsi in queste casistiche, Striano cerca di mantenere il punto fondamentale, che è il nesso tra violenza e soggettività. Che sia un fine o un mezzo, un’occasione o una premessa, il sesso è un punto d’accesso straordinariamente potente alla soggettività di un’altra persona. E questo è il punto che conta.
Proprio per questo è interessante il caso evocato da Striano per illustrare le sue tesi, la tragica vicenda di Tiziana Cantone. Si tratta di un caso complesso, in cui sono intrecciati temi molto diversi e non facilmente analizzabili separatamente. L’opinione pubblica è stata ossessionata dal problema della legittimità della diffusione del materiale, presentando implicitamente il caso come una questione legata alla privacy. Dov’è allora la violenza? Per alcuni, nel riprendere i video. Per altri, nel diffonderli. Per altri ancora, negli atti stessi, considerati estorti da un fidanzato manipolatore. L’ipotesi meno battuta, evocata talvolta con ironia, o come se fosse una sorta di esagerazione retorica, è che la violenza risieda nell’aver guardato e riguardato il video, nell’averlo condiviso e commentato. È un’ipotesi che sembra assurda, perché implica l’idea di una violenza perpetrata da centinaia di migliaia di persone nei confronti di un singolo individuo. Ed è un’idea assurda, se continuiamo a partire dall’analogia implicita con un caso di violenza fisica. Non si può stuprare una donna in duecentomila, no?
Qui arriviamo all’ultimo punto che vorrei trattare, e che riguarda la proposta attiva del libro. Il caso di Tiziana Cantone è un caso di violenza perché la protagonista si è tolta la vita? Dobbiamo smettere di pensare la violenza a partire dalle sue conseguenze, e cominciare a inquadrarla in quanto tale. E dobbiamo smettere di pensare la violenza a partire dalla semplice analogia con la violenza fisica: proprio perché la violenza si dice in molti modi, ogni modalità ha le sue caratteristiche, i suoi rischi, i suoi pattern.
Certo, la violenza virtuale non può far sanguinare, ma questo non la rende meno pericolosa. Si tratta di una violenza che può acquisire tratti diffusi, nascondersi dietro l’ironia e l’incuria delle relazioni online. Soprattutto, come sottolinea l’autore, si tratta di una violenza che può essere l’effetto di specifiche modalità di progettazione degli spazi di comunicazione online. Da esperto di interfacce digitali, Striano ci ricorda che i media non sono mai neutri. Qui subentrano due elementi importanti per comprendere la proposta specifica del libro.
Il primo è l’impostazione femminista dell’autore. Se riconosciamo la violenza sessuale come il risultato di un problema sistemico, dobbiamo smettere di trattarla come un’eccezione, come se fosse un glitch in un sistema che per il resto funziona in modo corretto. Le piattaforme online ci mostrano una verità che ci spaventa, ma che occorre affrontare: la violenza è estremamente diffusa, è qualcosa che ci riguarda come oggetti e come soggetti dei comportamenti. Il problema non è punire la persona violenta, come se fosse un’eccezione, ma riconoscere la violenza che resta incistata nei comportamenti più diffusi, a volte addirittura considerati normali.
Il secondo punto è la questione educativa. Un autore caro a Striano, Günther Anders, ha ragionato molto sul disallineamento tra progresso tecnologico e progresso affettivo: ci troviamo in ambienti mediali sempre più complessi, che si trasformano con una velocità tale da rendere impossibile adattarci non solo cognitivamente, ma anche e soprattutto emotivamente. A livelli diversi – Striano distingue tra un microlivello, un mesolivello e un macrolivello – occorre affrontare la questione della violenza a partire dall’intreccio di educazione individuale e civica, design dei dispositivi e regolamentazione politica. In questo modo, il tema della violenza viene riconosciuto nella sua dimensione al tempo stesso individuale, tecnica e politica.
Come molti buoni libri, Violenza virtuale ci lascia con più domande che risposte. Nel farlo, però, fornisce senz’altro una cornice estremamente promettente per inquadrare un fenomeno così dilagante e sfuggente. E poi l’autore ci aveva avvisato, il punto fondamentale è quello più scomodo: la violenza virtuale ci riguarda. Eccome se ci riguarda.
Francesco Striano, Violenza virtuale. Vita digitale e dolore reale, il Saggiatore, Milano 2024.