
“Umanissima sopravvivenza”, una frase scritta da Giovanni Ancheschi, artista del gruppo T, stampata su un manifesto appeso alle pareti di cartongesso dall’artista Racanati. Precarietà, instabilità, transitorietà. Iniziamo così, perché così ci accoglie il Padiglione tematico “Umanissima sopravvivenza”, di Sergio Racanati, curato da studioamatoriale, alla Biennale di Malta 2026. Il Padiglione mette in scena la condizione umana coeva: relazioni instabili, transitorietà delle vite, ecosistemi compromessi, catastrofi politiche, scombussolamenti geopolitici, un sistema costruito nelle ultime decadi in cui dobbiamo cercare – ahi noi! – di sgomitare per poter, appunto, sopravvivere. Tuttavia, è lecito chiedersi cos’è questo senso di superlativo assoluto dell’umana sopravvivenza? Perché un’umana sopravvivenza non è sufficiente e c’è bisogno che essa, per essere tale, debba diventare umanissima?
Ce lo spiega la restituzione filmica che Racanati ha realizzato all’interno di una cava a Malta, qualche giorno prima dell’apertura della Mostra Internazionale d’Arte. Sergio Racanati si muove tra cumuli di pietre polverizzate, le accarezza, tentenna, poi si lascia cadere, si stende, si prostra, osserva. Il corpo, diventa un corpo poroso che diventa terra e la terra, per pochi istanti, diventa umana. Il superlativo assoluto coincide con un superlativo minuscolo e minoritario – un minorare, avrebbe detto Deleuze – per cui ciò che rende la sopravvivenza sulla Terra umanissima non sono né piani a lungo termine per la gestione delle risorse, né un turbocapitalismo sempre più confuso con il green, né i grandi propositi delle carriere, quanto piuttosto gesti semplici, concreti, che ci ricordano la nostra interdipendenza con le altre forme di vita sulla Terra e nei territori che continuiamo a dire di abitare ma che, in realtà, occupiamo con arroganza e violenza. Anche le pietre, come ci ricorda Emanuela Borgnino in uno studio sulle ecologie native hawaiane, possono essere soggetti politici e Racanati, nel suo intervento site-specific, sembrerebbe rimarcare questo posizionamento che è etico, estetico, politico ed ecologico a un tempo, incarnando l’idea di un indigenismo mediterraneo che sa di non essere del tutto perduto e che ha potuto sperimentare – e continua a farlo – in un paesino nel tacco dello stivale che ha smarrito e smembrato la sua anima: “nel sud del sud dei santi”, avrebbe detto un conterraneo.

Parlare di indigenismo in Italia può sembrare fuorviante, eppure, la cultura rurale – e/o marina – di pasoliniana memoria, non ancora del tutto scomparsa, sebbene con le dovute precauzioni, ha molto da condividere con le cosmopolitiche indigene latinoamericane. Racanati conosce bene i rituali di purificazione, le relazioni con le piante medicinali locali, con le pietre, con gli ulivi, con il suono delle cicale, con le costruzioni vernacolari ancora presenti che sembrano tane di animali solo perché in continuità con la natura e non violentate dal cemento tanto caro alle aziende immobiliari. Ebbene, questi modi, queste forme di vita, non sono state toccate dalla divisione fra natura e cultura, sono forme indigene in quanto stabiliscono una continuità paritaria con gli altri esseri che abitano i chilometri di terra rossa pugliese. Sono forme indigene in quanto, tanto nelle relazioni ecologiche e politiche che nelle tecniche e nelle strategie usate per abitare i territori, incarnano l’idea del vernacolare.
Suona quasi anacronistico parlare di vernacolare nell’era dell’apogeo informatico, dell’intelligenza artificiale, degli ecocidi e degli epistemicidi, eppure il senso più proprio di questo termine si riferisce alla creazione di un ambiente domestico e familiare. Racanati cerca, dunque, di mettere in luce l’idea che è ancora possibile pensare i territori e gli esseri che li abitano come un grande spazio domestico, dove il senso di familiarità dovrebbe portarci a considerarci gli uni i prolungamenti degli altri. Un gesto immemorabile e radicale se pensiamo che utilizziamo Google Maps per orientarci in un bosco, che i bambini e le bambine pensano che le galline abbiano sei zampe perché abituati alle confezioni da sei unità presenti nei banconi dei grandi supermercati, che conosciamo la storia degli Stati Uniti a memoria ma non riconosciamo la pianta di origano che cresce appena fuori casa.
Alle derive del mondo contemporaneo Sergio Racanati oppone un ritorno alla casa, al domestico così come lo abbiamo inteso. E lo fa anche attraverso atti di purificazione dello spazio, maledicendo e benedicendo quelle pietre che hanno garantito un salario alle famiglie ma a un prezzo troppo alto, troppo rischioso, troppo – forse – incosciente, cioè quello di rendere Malta un’isola bucherellata qua e là, una cava a cielo e mare aperto, cartina tornasole di un paese che cerca di mettere toppe ai troppi buchi lasciati dalla mala gestione. Quello di Racanati, allora, più che un annuncio plateale è un suggerimento, un sussurro, un consiglio di un amico, che in una notte di quasi primavera, tra l’odore dei pini e il tanfo della benzina, con il corpo più che con la voce, sembrerebbe leggerci come una ninna nanna la famosa lezione caproniana:
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo.
E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro.
L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
Questo è, e rimane, il proposito di Sergio Racanati. Il nostro proposito per una Umanissima Sopravvivenza.
*Immagini: courtesy Sergio Racanati
Sergio Racanati, Umanissima Sopravvivenza, a cura di studioamatoriale (Angelo Castucci, Francesco Tola), Biennale di Malta 2026,14 marzo – 29 maggio 2026.