Associamo il bianco al silenzio e il nero all’oscurità. Sono i luoghi della possibilità piena, prima che tutto accada; sono ciò che resta, dopo che ogni cosa è accaduta. Sono il punto di partenza, le superfici da attraversare per iniziare il viaggio: su di essi tracciamo i nostri segni, con il corpo e la voce delle attrici, degli attori, con il suono, la luce. Abbiamo iniziato a fare teatro accendendo una lampadina da 60 watt in uno scantinato buio, senza finestre. Le pareti erano bianche e noi le abbiamo coperte di nero, con dei pesanti teli di cotone. Ancora oggi, diciassette anni dopo, questi due opposti complementari continuano ad abbracciare tutto il nostro fare. A volte ci capita di desiderare un grado zero. Un completo rovinare degli eventi, un toccare il fondo fino in fondo. Sono tempi, questi, in cui dover andare definitivamente in pezzi per scoprirci più vasti? C’è più speranza, al fondo delle cose?
I pensieri di Claudia Sorace e Riccardo Fazi, anime fondatrici della compagnia romana Muta Imago, rispondono al tema conduttore della Biennale Teatro 2024: Niger et Albus. Il lavoro di Muta Imago visto a Venezia è Tre sorelle di Anton Čechov, già in teatro nel 2023. La diversa cornice della rappresentazione, il percepire un diverso tempo della storia, un 2024 che sembra virare verso un futuro sempre più buio, il diverso luogo dell’allestimento, le Tese dei Soppalchi all’Arsenale, uno spazio fra stratificazioni che raccontano violente spoliazioni, rinascite e convivenze possibili, hanno contribuito a rendere più intenso il grande coinvolgimento emotivo e di pensiero che si è provato nell’assistere allo spettacolo di Muta Imago.
Nel buio delle Tese, un suono sottile simile al vento che si insinua fra strette rocce accompagna la prima immagine di Tre sorelle. Nel cuore della scena appaiono tre corpi esili, vicini, appena percepibili. Le mani delle sorelle in primo piano sono la voce muta di parole condivise e di parole che riflettono mondi differenti, in parte distanti. Sono mani che filano il tempo della vita: cercano di fermare ciò che scorre inevitabilmente e si muovono tra memorie, un presente inafferrabile, un futuro che si desidera ma che, appena immaginato, trema e fa tremare. I contorni delle mani si fanno sfrangiati come piccole fiamme, luce tremula di candela che si trasforma in battito d’ali per poi ritrovare unione: sei mani e una luce per mano sola.
Questo folgorante prologo di silenzi, luci e corpi che, a partire dalle mani, prendono vita dal buio è scritto da attrici che da subito si rivelano straordinarie (Federica Dordei, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli) e da un disegno luci (Maria Elena Fusacchia) di potente forza drammaturgica, che resta tale fino alla fine. «Ho faticato parecchio a scrivere Tre sorelle. Tre sono infatti le protagoniste e ciascuna deve avere un suo carattere; tutte e tre sono figlie di un generale. L’azione si svolge in una villa di provincia tipo Perm, in un ambiente militare», così scrive Čechov il 16 ottobre 1900, appena terminata la sua penultima opera teatrale.
Lo spazio teatrale di Tre sorelle (Paola Villani) non ha tracce banalmente visibili del mondo militare e provinciale e non è abitato dai corpi degli altri personaggi. Alla loro assenza fisica Ol’ga, Maša, Irina danno una presenza straniante per evocazione, nei brevi dialoghi a telefono con il loro fratello Andrej, ad esempio, che seguono modalità allusive a La Voix humaine di Jean Cocteau, nei dialoghi con corpi-fantasmi in e di scena: da un movimento di vento della tenda bianca sul fondo del palco e da una voce fuori campo, ad esempio, si avverte l’arrivo del colonnello Aleksandr Veršinin, originario della vagheggiata Mosca e amico del padre delle tre giovani, «morto esattamente un anno fa», ricorda Ol’ga nel celebre inizio, «in questo stesso giorno, il cinque maggio, il tuo onomastico, Irina. Faceva freddo allora, nevicava. Io credevo che non ce l’avrei fatta a reggere, tu giacevi svenuta, come morta. Ma un anno è passato, e ce ne ricordiamo senza pena, tu ti vesti già di bianco, il tuo viso risplende. Anche allora battevano le ore».
Nello spettacolo, il ricordo della morte del padre è sprigionato dall’urlo reiterato di una parola: papà. Irrompe inatteso in un presente che pare sereno: le tre sorelle danzano insieme dentro un cerchio di luce calda che man mano si allarga e sembra una promessa di felicità. Ma il ricordo riaffiora da un passato nero. L’urlo di Maša, una parossistica musica elettronica (Riccardo Fazi; Lorenzo Tomio), lampi di una fredda luce bianca: tutto questo, perfettamente concertato, raggela l’anima. I battiti del cuore accelerano. L’empatia con i corpi delle tre sorelle in scena, ciascun corpo rivelatore di un preciso carattere, secondo le intenzioni di Čechov, è massima.
Nell’«eterno presente bloccato» (Muta Imago) tra passato e futuro le tre sorelle si misurano con la vita, «maledetta, insopportabile» (Čechov), piena di speranze, con la vita che è «fatica, mistero, felicità» (Čechov); si muovono ripetendo movimenti e gesti, parole, che sono e non sono mai la stessa cosa. Si trasformano in animali, facendo emergere le parti più inconfessate e nascoste ma anche dando forma a quell’inferno che si annida nel cuore quando la felicità viene assaporata con il contagocce e ci si inaridisce. Intrecciano di nuovo le mani, in un gesto che sembra un ritorno all’inizio, quasi a voler dare forza a un pensiero lontano: «Se si potesse ricominciare la vita daccapo. Se la vita vera dovesse ancora cominciare» (Čechov). Nel guardare con nostalgia la vita, le mani dunque si incontrano di nuovo e tra le nere pareti laterali della scena, la tenda sul fondo si trasforma nel cinquecentesco arazzo millefiori di Pistoia, senza esseri umani, abitato da piante e fiori, da animali, da un unicorno. Questa visione reale e onirica accompagna la visione allucinata di Maša, scandita da un pianto isterico e disperato e da piccoli passi smarriti: «Tra il bosco e il mare c’è una quercia verde… Io sto impazzendo… Il gatto verde… Mi confondo… Ho tutto confuso… Adesso mi calmo. Adesso mi calmo» (Čechov); ma accompagna anche la diversa visione di un’altra sorella che vede nell’albero secco lì, davanti agli occhi di tutte, un segno di vita perché quell’albero è con altri vivi, mossi dal vento.
Muovendo insieme i diversi passi, Maša, Ol’ga, Irina attraversano quel mondo reale e onirico: escono di scena aprendo la tenda-arazzo accompagnate dal pensiero della vita: «Da un momento all’altro sembra che potremo sapere perché viviamo…». «Poterlo sapere. Poterlo sapere» (Čechov).
Riferimenti bibliografici
Niger et Albus, catalogo del 52. Festival Internazionale del Teatro, La Biennale di Venezia, Venezia 2024.
A. Čechov, Teatro, Introduzione di Fausto Malcovati, traduzione di Gian Piero Piretto, Garzanti, Milano 1989.
Tre sorelle. Testo: Anton Čechov; regia Claudia Sorace; drammaturgia, suono Riccardo Fazi; con Federica Dordei, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli; musiche originali eseguite dal vivo Lorenzo Tomio; disegno scene Paola Villani; direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia; costumi Fiamma Benvignati; produzione, organizzazione, amministrazione: Valentina Bertolino, Silvia Parlani, Grazia Sgueglia; coproduzione: Index, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa; in collaborazione con: Amat & Teatri di Pesaro per Pesaro 2024. Capitale Italiana della Cultura.