Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 82, The Testament of Ann Lee rappresenta il nuovo progetto registico di Mona Fastvold, che sceglie di cimentarsi con una vicenda storica tanto marginale quanto dirompente. Il film, nella forma del musical, prende infatti le mosse dalla vita reale di Ann Lee, qui interpretata da Amanda Seyfried, donna carismatica del XVIII secolo e fondatrice della comunità religiosa degli Shakers.

Figura femminile bramosa di trovare un posto nel mondo e, soprattutto, una comunità in cui vivere la religione in modo autentico, Ann Lee incontra, nel corso di un raduno spirituale, un gruppo i cui rituali prevedono forme di preghiera scandite da versi canori e spasmi corporei. Affascinata da tali pratiche estatiche, ne abbraccia progressivamente la visione fino a divenire la guida carismatica di coloro che vennero definiti gli Shakers, una setta il cui stesso nome rimanda ai movimenti di danza frenetici e convulsivi che accompagnavano e scandivano le loro danze di preghiera. Conquistata la fiducia e l’ammirazione dei suoi membri, Ann Lee comincia a elaborare i precetti di un nuovo movimento religioso, fondato su tre pilastri essenziali: il senso di comunità, il valore del lavoro e l’astinenza sessuale.

Quest’ultima scelta, radicale e controversa, incrina irrimediabilmente il rapporto con il marito — anch’egli membro del gruppo — che non condivide la posizione della moglie, ostinato com’è a imporre pratiche sessuali spesso rappresentate dal film come potenzialmente abusive, non consensuali e traumatiche. Tale trauma si intensifica nel corpo della protagonista, segnato dall’esperienza luttuosa di quattro gravidanze culminate in altrettanti lutti infantili. Sembra evidente, allora, che la scelta di castità si configura non solo come precetto religioso, ma come elaborazione dolorosa di un un trauma legato al sesso coniugale e al parto. Un corpo che avrebbe dovuto concedere e compiere il miracolo della vita, infatti, finisce col diventare, per Ann Lee, una macchina mortifera irreparabile.

E tuttavia l’astinenza non equivale alla rinuncia del piacere: nella comunità degli Shakers, esso si reinventa e si invera attraverso il connubio di canto e danza, elementi imprescindibili di preghiera, mezzi di esplorazione spirituale e accesso più immediato al rapporto intimistico col divino. In questo senso, risultano decisive le musiche originali (firmate da Daniel Blumberg), che non solo rafforzano la coesione interna del gruppo, ma investono anche lo spettatore, coinvolgendolo in un’esperienza di condivisione osmotica e comunitaria con i personaggi della narrazione. È soprattutto attraverso il veicolo della musica che l’operazione compiuta da Mona Fastvold può essere letta come una trasposizione cinematografica dell’esperienza rituale collettiva: lo spettatore, come i fedeli, viene trascinato in uno stato di trance condivisa, tanto che alla proiezione veneziana non pochi – uscendo dalla sala – sembravano incapaci di smettere di replicare i passi di danza e i versi delle canzoni più memorabili del film.

La struttura dei rituali musicali, inoltre, non si riduce a puro spettacolo ma rivela una duplice valenza concettuale: sono, al tempo stesso, pratiche di accesso all’estasi religiosa e atti profondamente creativi (gli Shakers erano autori dei propri canti). Da questo punto di vista, la parabola di Ann Lee può essere letta come metafora del processo stesso della creazione artistica: così come la comunità degli Shakers si fonda sull’energia collettiva dei corpi in preghiera, allo stesso modo l’opera cinematografica si nutre di un immaginario condiviso che travalica il singolo autore per farsi esperienza corale. A questa dimensione si intreccia, inoltre, la questione mitopoietica, che nel film trova espressione nel mito della fondazione di una nuova nazione.

Nell’evangelizzazione del Nuovo Mondo da parte di Ann Lee si può riconoscere, infatti, una declinazione alternativa del mito fondativo dell’America, in cui la narrazione del viaggio e della rinascita spirituale si intreccia con le promesse utopiche della nuova terra. La traversata oceanica compiuta nel 1774 riecheggia, in chiave minoritaria, la retorica dei Padri Pellegrini, inscrivendosi nello stesso immaginario della “terra promessa” e della “frontiera” come luoghi di rigenerazione. Tuttavia, a differenza del paradigma protestante e capitalista che ha contribuito a forgiare l’identità dominante degli Stati Uniti, la comunità Shakers fondata da Lee si struttura come un mito contro-fondativo: non l’America dell’individualismo e della conquista, ma un’America ascetica, comunitaria e radicalmente egualitaria, che predica l’astinenza sessuale e la liberazione dai vincoli patriarcali. In tal senso, la figura di Ann Lee non solo inscrive la propria vicenda nella genealogia mitica della nazione, ma la destabilizza dall’interno, fondando un “nuovo mondo nel Nuovo Mondo”, un microcosmo che riflette e al contempo rovescia le tensioni tra fede, politica, corpo e trascendenza che animano la nascita degli Stati Uniti.

E proprio il corpo costituisce un altro nodo centrale all’interno della vicenda narrata da Fastvold. Sebbene potrebbe sembrare che la rinuncia alla sessualità neghi qualsiasi possibile forma di emancipazione femminile, l’atto di sottrarsi al desiderio imposto dal marito — che reclama la potestà su un corpo non suo — e la scelta di fare ciò che più si desidera col proprio corpo costituisce una scelta radicalmente emancipatoria e, in ultima analisi, femminista. Gli Shakers non rinunciano al piacere, ma ne elaborano una forma altra, non meno intensa, che passa attraverso il corpo ma esclude gli organi genitali, sublimando l’esperienza in una condizione estatica che spalanca alla protagonista la via d’accesso alle visioni mistiche. È proprio per tali visioni che Madre Ann verrà considerata dai suoi seguaci il “secondo Cristo”: titolo che suscitò scandalo e accuse di eresia, poiché mai fino ad allora una donna, simbolicamente associata alla tentazione, era stata elevata a incarnazione terrena di Cristo.

Particolarmente evocative, in tal senso, risultano le sequenze in cui, durante la detenzione in carcere, Ann Lee si costringe al digiuno e, attraverso la punizione corporale, raggiunge l’acme della pace spirituale, enfatizzata da una fotografia chiaroscurale caravaggesca che, unita alla matericità del 70 mm, trasfigura il volto di un’ipnotica Amanda Seyfried in un vero e proprio dipinto in movimento. L’attrice, in questi momenti, incarna perfettamente la dimensione estatica e sacrale che i suoi seguaci attribuirono a Madre Ann: una santa in terra, scolpita dall’oscurità e dalla luce, sospesa tra dolore e trascendenza.

La vicenda di Ann Lee, così come trasposta sullo schermo da Mona Fastvold, rivela infine la potenza simbolica di una figura capace di incarnare insieme trauma e emancipazione, religione e arte, corpo e mito. In questo senso, The Testament of Ann Lee non è solo un film storico o biografico, né tantomeno solamente un musical, ma è un’opera che interroga il cinema stesso come rito collettivo, capace di fondare comunità e di generare nuove forme di partecipazione sensoriale. La sua forza risiede proprio in questo: mostrare come, attraverso il corpo femminile, la storia e il mito possano essere riscritti, e come il cinema possa farsi spazio di fondazione simbolica e politica.

The Testament of Ann Lee. Regia: Mona Fastvold; sceneggiatura: Mona Fastvold, Brady Corbet; fotografia: William Rexer; montaggio: Sofia Subercaseaux; musiche: Daniel Blumberg; interpreti: Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard, Scott Handy, Jamie Bogyo, Viola Prettejohn, David Cale; produzione: Kaplan Morrison (Andrew Morrison), Intake Films (Joshua Horsfield), Proton Cinema (Viktória Petrányi); origine: Regno Unito; durata: 130’; anno: 2025.

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