Transcendence di Wally Pfister, film di successo di almeno un decennio fa, era la perfetta traduzione in immagini della “soteriologia” transumanista. Fare a meno del corpo era il presupposto e assieme il fine ultimo che guidava le azioni dei suoi protagonisti, credenti convinti in un’immortalità dell’anima garantita dal trasferimento dei “dati” di quest’ultima nelle reti neurali della macchina. La morte, cesura delle cesure, permetteva qui la completa emancipazione della coscienza dai limiti spazio-temporali cui è consegnata invece la vita; era la soglia che consentiva la liberazione dell’intelletto umano dalla condanna della finitezza.
Proprio dal problema della finitezza sembra prendere le mosse Tempo e filosofia ovvero apocalissi e apocatastasi, lectio magistralis tenuta da Eugenio Mazzarella presso l’Università Roma Tre nel settembre 2024, edita di recente per Padova University Press, che inaugura con questa dissertazione una nuova collana dedicata interamente alle lectures organizzate dalla Società Italiana di Filosofia Teoretica.
La riflessione sulla finitezza e il suo scandalo è nel discorso di Mazzarella un luogo prezioso in cui si situa la filosofia per aprire un discorso su sé stessa. La filosofia pensa infatti il tempo: «Le cose che sono una sola cosa» (Mazzarella 2025, p. 20), l’unità del continuo divenire altro da sé stessi, l’eterno e inevitabile sorgere e svanire di tutti gli esseri. Da questa verità nota – il rapporto privilegiato che il pensiero filosofico, sin dalla sua origine greca, ha intrattenuto con il problema del tempo – il discorso di Mazzarella si presta però a una deviazione, si fa turbare, attraverso uno spunto del fisico Carlo Rovelli: perché insorgiamo contro la nostra finitezza temporale, mentre quella spaziale non desta in noi alcuna meraviglia?
Può sembrare, a un primo sguardo che, interrogandosi sulla meraviglia della finitezza spaziale, sulla possibilità che questa ha di suscitare pensiero, Mazzarella intenda ridefinire la domanda filosofica secondo un’esigenza che, dalla panchina cui la relega la chiusura degli specialismi, la richiami alla partita aperta dal contemporaneo. Come potrebbe infatti non destare scandalo la nostra finitezza spaziale, nell’età in cui la “buona novella” promessa dal metaverso e delle tecnologie dell’informazione, ci consegna alla dis-topia come negazione della possibilità di un tòpos, scenario in cui l’hic et nunc è costantemente revocato, il luogo reso inabitato e inabitabile, già da tempo ormai obsoleto (Augé 2005)?
Tuttavia, pensare lo spazio come problema filosofico sottende anche un gesto più radicale, di una radicalità che è tale in quanto punta alla radice del filosofare. Se la filosofia, non solo nella sua matrice estetica, può pensare lo spazio, è perché quel tempo, che più spesso dello spazio dà a pensare, in fondo è sempre tempo che «dà e toglie spazio», che, portandosi via «il nostro spazio», ci toglie «l’esserci», ci «disindividua» (Mazzarella 2025, pp. 25-26). Interrogarsi sullo spazio è, quindi, non solo interrogarsi sullo spazio che abitiamo, ma soprattutto sullo spazio che siamo, spazio che si espande e si contrae nella diastole e nella sistole del tempo, nell’accadere e decadere del nostro corpo (ibidem).
Se secondo un’audace metafora, filosofia è «la mano che deterge il sudore dei concetti – e si interroga se ha un senso, e quale è il senso averlo sulla fronte» (ivi, p. 42), appartiene ad essa la carne e il corpo. Il corpo sarà innanzitutto quello umano, attraversato e definito dal tempo, accolto e salvato nella sua finitezza. Il corpo sarà però – anche e soprattutto – quello del pensiero: corpo che fa attrito, che oppone resistenza al decadere del primo, che tenta di rispondere “al problema che siamo”. È proprio in questa risposta che si delinea la specificità del sapere filosofico. Una volta che la scienza si è definita entro i limiti di quei saperi e pratiche che tentano di “risolvere” il problema, cosa resta alla filosofia da fare se non «da sostenere, quando non c’è più soluzione, non ci sono più equazioni da risolvere» (ivi, p. 28)? In questo spazio residuale disertato dalle formule della scienza e dalle soluzioni della tecnica, si situa la cifra resistente del pensiero, se è vero che ogni resistenza, in quanto possibilità che si apre laddove niente è più possibile, ha sempre a che fare con un resto.
Resistenza e corpo sono quindi due concetti che si richiamano l’un l’altro, concetti che il pensiero deve assumere come i poli ineludibili entro cui potersi orientare. Rinvenire nella resistenza l’atteggiamento più proprio del filosofare, secondo un’intenzione già emersa esplicitamente ne L’uomo che deve rimanere (Mazzarella 2017), significa immaginare la carne del pensiero. «Vedendo il nulla un compito: resistervi» (Mazzarella 2025, p. 29). Solo una filosofia che dà corpo ed è corpo è capace di dare «parola all’istanza antientropica dell’organico», di corrispondere sino in fondo alla sua vocazione: farsi «resistenza dell’esistenza alla sua apocalissi di destino» (ivi, p. 30). Un corpo che resiste e sostiene è quindi la filosofia di Mazzarella. Un corpo che si apre alla lezione della parola poetica, un corpo attraversato da un titanismo consapevole della sconfitta, che nella lotta assume una postura precisa: «Estetica» ed «estatica» (ivi, pp. 26-27).
Vi è senza alcun dubbio in questo discorso una forte caratura umanistica. Il corpo in questione è chiaramente il corpo «che non solo sente […], ma che avverte di sé nei suoi destini, corpo che è vita che si fa carico di sé (Mazzarella 2017, p. 120)»: quello dell’animale uomo, il solo, secondo la lezione heideggeriana, ad essere dotato di mondo e quindi capace di ek-stasis per eccellenza. Si tratta, tuttavia, di un umanesimo minore che fa tesoro di quel senso del limite della sapienza tragica greca, pronto ad additare costantemente il pericolo insito nella cecità della ýbris tecno-scientifica che il limite non lo supera, ma che piuttosto, in quanto incapace di vederlo, lo “satura”, lo nega. È in questo preciso punto che il discorso che la filosofia apre su sé stessa si dispone all’incontro con l’attualità. Proprio nell’enfasi sul limite, nell’elogio sussurrato della finitezza, è scardinata a monte la questione della distinzione uomo/macchina se è vero che quest’ultima non dice a sé stessa non omnis moriar, né spera «di non essere confusa in eterno mentre chiede al Dio in cui ha creduto di essergli accanto» (Mazzarella 2025, p. 35). La macchina non chiede salvezza; non spera in quella redenzione che è veramente tale solo in quanto redenzione del finito nel suo essere corpo. Richiamarsi al limite è pertanto un esercizio di radicamento, di gravità, esercizio per il quale dare peso, restituire corpo al problema del corpo significa prendere atto allo stesso tempo della sua inevitabile perdita. Entro questa tensione si colloca la possibilità di ridare, redimere un corpo, che non solo caratterizza la speranza nella resurrezione del Dio cristiano cui Mazzarella comunque si richiama, ma lo stesso pensiero filosofico.
Anche la filosofia può definirsi apocatastasi in un senso peculiare: come resistenza che restituisce questo corpo nel suo qui ed ora, nella ferita del suo "non più", nell’incompiutezza del suo "non ancora" e forse "mai", aprendo uno spiraglio a quello stato di grazia «meno raro di quanto si pensi» (ivi, p. 27).
Perché la grazia non è la spinta verso l’alto che allo sprofondamento della caduta si oppone, la negazione della necessità, l’elusione del caduco e della sua legge, ma corpo che sospende la gravità, nella misura in cui la abita, la sostiene.
Sono stato scomposto per questo,
Per risorgere
Perché l’ultima parola sia la gloria (Mazzarella 2023, p. 36).
Riferimenti bibliografici
M. Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2005.
E. Mazzarella, L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo, Quodlibet, Macerata 2017.
Id., Cerimoniale, Crocetti, Padova 2023.
Eugenio Mazzarella, Tempo e filosofia ovvero apocalissi e apocatastasi, Padova University Press, Padova 2025.