In questo articolo cercheremo di rispondere a due domande che ci pone uno specifico trend della narrativa contemporanea: che cosa accade quando un mito, apparentemente cristallizzato nella sua forma canonica, viene ri-narrato da una voce che ne sovverte dall’interno l’essenza apparente e lo rifunzionalizza sviluppando un diverso discorso? E quale è la ragione per il diffuso fenomeno del retelling mitologico degli ultimi decenni?
Il recente volume di Adriana Cavarero, Il canto delle sirene (2025), riapre la scena omerica dell’incontro tra Ulisse e le Sirene, sottraendola alla lunga tradizione interpretativa che ha trasformato queste figure in un’allegoria di seduzione mortifera: il canto non è più rivolto ad altri, nello specifico all’eroe, ma si configura come una pratica artistica di godimento corale delle Sirene.
Il gesto di Ulisse – tappare le orecchie dei compagni e farsi legare all’albero della nave – suggerisce uno scarto rispetto a quanto in verità accade: il canto non è rivolto a lui, né ai suoi compagni, ma è prodotto per il piacere delle Sirene stesse. Il significato si sposta così dal motivo della prova eroica a quello di una vocalità che non chiede ascolto, non mira a catturare, ma gode della propria performance. Attraverso un confronto serrato con la tradizione filosofica e letteraria novecentesca, nel testo di Cavarero, le Sirene si trasformano da figure funeste e portatrici di morte in “artiste” che vivono il canto come pratica condivisa, sottraendosi alla grammatica della seduzione e della conquista.
Una simile trasformazione del mito nella narrativa contemporanea italiana si inscrive all’interno di un più ampio fenomeno internazionale che nel retelling mitologico ha intuito e ritrovato un dispositivo dinamico di conoscenza e ridefinizione dell’Io, attivando quella che Hans Blumenberg, nel suo celebre Arbeit am Mythos (2006), aveva definito la “variazione marginale” rispetto alla “stabilità del nucleo narrativo”. Solo che la forma contemporanea di retelling non ripropone sempre il “nucleo” originario del mito, bensì interviene sui suoi presupposti, spostandone gli assi simbolici e ridefinendone i rapporti di tensione. In altri casi di riscritture, il mito non viene recuperato nella sua forma riconoscibile, ma si disperde in una trama di echi e frammenti, diventa un implicito che alimenta una nuova mitopoiesi, dissolvendo l’idea stessa di origine e privilegiando processi di continua ricombinazione figurativa.
Di una tale mitopoiesi, che potremmo forse definire “ricombinante” o generativa, sono esemplari portavoce le riscritture contemporanee “al femminile”, ovvero le opere di scrittrici che recuperano voci di donne della mitologia antica, agendo direttamente sul dispositivo arcaico disarticolandone il punto prospettico: lo sguardo maschile viene rivelato insieme alle conseguenze che tale dominio secolare ha determinato. È questo il caso di molti retelling di successo in ambito anglofono, che pur serbando la struttura diegetica del mito, ne spostano il baricentro prospettico e valoriale. Romanzi come The Song of Achilles (2011) e Circe (2018) di Madeline Miller, oppure The Silence of the Girls di Pat Barker (2018), per citare solo alcuni esempi, operano attraverso una strategia di focalizzazione interna e di disvelamento psicologico, a volte privilegiando figure marginali del mito classico, per ridefinirne il portato in chiave intima e affettiva. In questi testi il retelling si giustifica non come riproposizione memoriale di un passato arcaico, ma come fondato sulla tensione interiore tra riconoscibilità della trama e innovazione semantica: ovvero su un processo di apprendimento interpretato in chiave cognitiva. Il risultato è un effetto di interrogazione profonda del soggetto e della contemporaneità, una sorta di scavo psicologico che si fonda sul riconoscimento del noto e l’acquisizione dell’ignoto, favorito dal rispecchiamento emotivo con la matrice arcaica e persistente del mito.
A differenza del revival mitologico – che tende a recuperare motivi e figure dell’antichità come elementi di continuità culturale o di ispirazione estetica, spesso con intento celebrativo o filologico – il retelling attuale rivivifica quindi il campo di tensione dei miti, decostruendoli, confondendone le dinamiche interne e adottando nuovi punti di vista. Ciò avviene in virtù della riorganizzazione dei campi relazionali, della proliferazione dei linguaggi e delle focalizzazioni, con la conseguente evidenziazione delle questioni che agitano la contemporaneità.
Giungiamo così alla seconda – e ben più difficile – domanda che ci siamo posti all’inizio, ovvero, come mai da millenni l’essere umano fa incessantemente ricorso al mito trovando sempre nuovi modi per ritessere le trame delle sue narrazioni?
Sono molte le ipotesi in merito, ma quella che riteniamo più vicina alle riletture mitiche del tempo attuale ci riporta, all’interno del paradigma bio-culturale, alle idee del massimo teorico della persistenza dell’antico, Aby Warburg, secondo il quale il mito non è una forma di pensiero arcaico, ma una dinamica di significazione persistente per l’essere civilizzato. Le forme di pensiero primitivo continuano ad agire nell’uomo moderno e contemporaneo, esposto, non diversamente dall’uomo primitivo, all’attivazione del “riflesso fobico”, termine con cui Warburg designa la reazione emotiva primaria di fronte a un mondo circostante percepito come caotico e minaccioso, cui l’uomo risponde mediante processi di figurazione che trasformano l’indistinto o l’avverso in immagini (cfr. Warburg 1998). Il pensiero mitopoietico nascerebbe quindi come strategia di contenimento di questa eccitazione fobica e, originariamente, attraverso processi di proiezione biomorfa, trasformerebbe l’indistinto in immagini dotate di forma e agentività. È in questo orizzonte che si inscrive il concetto di Nachleben der Antike: le immagini non appartengono a un passato concluso, ma sopravvivono come cariche energetiche (dinamogrammi), che attraversano il tempo e si riattivano in contesti storici differenti. L’antico si manifesta non più come figurazione, ma come una forza latente, come sincretismo emotivo che riaffiora nelle immagini moderne, rendendo visibile la continuità di un conflitto non risolto tra razionalità e pathos.
Le immagini mitologiche – dai culti animistici alle pratiche artistiche – non eliminano la paura, ma la organizzano simbolicamente: esse funzionano come dispositivi che permettono di afferrare e modulare l’angoscia originaria. Se nelle culture primitive le immagini sorgono in virtù di una analogia magica e immediata (totem, feticcio), nella modernità esse creano invece una distanza riflessiva, un Denkraum der Besonnenheit (spazio della riflessione), in cui l’emozione è resa pensabile. Il mito, in questa prospettiva, è un processo dinamico inscritto nell’economia della sopravvivenza, che contribuisce alla costituzione di quello spazio del pensiero in cui le “emozioni fobiche” vengono modulate e trasformate in esperienza conoscitiva.
Da ciò consegue, a nostro avviso, che se il Nachleben der Antike, postulato da Warburg, indica la riattivazione di energie emotive dell’uomo, le riscritture del mito propongono uno spazio di trasformazione in cui nuove voci, e nuove configurazioni del sensibile, diventano pensabili come figurazioni dinamiche di nuove significazioni (cfr. Warburg 2018).
Nelle contemporanee riscritture mitologiche, in un panorama corroso dalle tragedie della modernità, prende forma una trama di rispondenze fra anime antiche e moderne, emissarie della sensibilità femminile. È così che Alcesti, Antigone, Penelope, Medea, Arianna, le Sirene, ecc. riappaiono come centri di enunciazione in cui si condensano tensioni irrisolte tra desiderio, perdita, potere e alterità, aprendo nuovi orizzonti di significazione per un’umanità che teme di smarrire i propri assetti valoriali, le proprie utopie salvifiche, precipitando in un orizzonte apocalittico privo di speranza.
Riferimenti bibliografici
H. Blumenberg, Arbeit am Mythos, Suhrkamp Verlag, Berlino 2006.
A. Cavarero, Il canto delle sirene, Castelvecchi, Roma 2025.
A. Warburg, Il rituale del serpente, Adelphi, Milano 1998.
Id., Werke, a cura di M. Treml, S. Weigel, P. Ladwig, Suhrkamp Verlag, Berlino 2018.