Quando HBO Max ha annunciato il suo lancio in Italia non prevedeva certo che uno dei suoi titoli di punta sarebbe stata una piccola serie TV canadese dedicata a due giocatori di hockey sul ghiaccio. Eppure, Heated Rivalry (2025), la serie creata da Jacob Tierney per Crave e uscita lo scorso autunno, è imprevedibilmente diventata un fenomeno culturale transnazionale. Nell’arco di poche settimane, la serie ha invaso le piattaforme social, scalato le classifiche di visione e quelle di rating, ma anche suscitato un inedito interesse per uno sport, l’hockey sul ghiaccio, molto nordamericano. Il tempismo non poteva essere migliore: uscita nel pieno della stagione della NHL e alle porte dell’avvio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, Heated Rivalry si è resa artefice non solo di una crescita delle vendite di biglietti per le partite del campionato d’oltreoceano (dati SeatGeek), ma anche di quelle previste nel corso della tornata olimpica, con i due attori principali chiamati come tedofori, a segnalare l’intreccio tra il fenomeno culturale televisivo e quello sportivo. Eppure, Heated Rivalry non è una serie sull’hockey, lo sport fornisce piuttosto un elemento di contesto per raccontare la storia d’amore tra i due protagonisti e parlare di tensioni personali, di omosessualità e stereotipi di genere.
Se il successo della serie canadese è giunto come una novità, non lo sono invece né la ricorrenza dello sport come dispositivo narrativo all’interno delle serie TV, né la coincidenza tra eventi sportivi e produzioni televisive a tema. Nel nostro paese, l’uscita della serie è stata di pochi mesi anticipata da quella del libro di Paolo Carelli, Sport e serialità televisiva, che fornisce un’interessante analisi della pervasività dello sport nelle numerose storie di fiction che popolano i nostri orizzonti televisivi. Sebbene solo una minima parte delle moltissime serie TV prese in esame nel volume ponga al centro della narrazione il racconto di una disciplina o figura sportiva, molto più frequente è la tendenza a sfruttare quella che Carelli definisce «la dimensione allegorica dello sport» (2025, p. 25). Lo sport appare, quindi, tanto all’interno delle serie TV, quanto nella veste di oggetto di studio, come un pretesto per esaminare temi generali (corruzione, razzismo, discriminazione di genere) e fratture culturali, etniche, o generazionali che attraversano le nostre società. In tal senso, Carelli lo include nel novero di quelli che Peppino Ortoleva definisce «miti a bassa intensità», ossia narrazioni il cui potere d’influenza risiede proprio nel rimanere sullo sfondo.
A dare il segno dell’efficacia di questa argomentazione, il libro inserisce tra i suoi riferimenti anche un prodotto come Casa Vianello (1988-2007): una serie che in apparenza nulla ha che vedere con lo sport e che si muove dentro un genere, quello della sitcom, che ha sempre faticato a decollare in Italia, al contrario di quanto avvenuto, invece, negli Stati Uniti, dove le sitcom non solo hanno enorme popolarità, ma offrono anche «uno dei terreni narrativi più efficaci per serializzare lo sport all’interno di contenuti televisivi» (ivi, p. 70). Ciò nonostante, la ritualità con cui ogni sera Raimondo Vianello sfoglia La Gazzetta dello Sport segnala la «presenza discreta eppure irrinunciabile dello sport e dell’informazione sportiva» (ivi, p. 147), la cui penetrazione culturale è tanto maggiore quanto più è data per scontata.
D’altronde, nel suo produrre miti a bassa intensità, lo sport partecipa anche a quello che lo studioso Michael Billig ha definito un «nazionalismo banale», ossia una costruzione e riproduzione simbolica di un senso di appartenenza nazionale, la cui pervasività risiede non nel tifo ostentato, ma nell’inserirsi nelle maglie culturali di un vissuto quotidiano. In tale prospettiva, la decisione di Carelli di privilegiare l’esame dello sport in televisione attraverso un focus sulle serie di fiction, piuttosto che sulla copertura televisiva degli eventi sportivi o sui documentari, è particolarmente efficace. In un contesto, infatti, di crescente iper-mediatizzazione dello sport, le serie TV scripted appaiono come uno strumento ideale attraverso cui osservare l’agire “banale” con cui lo sport produce «narrazioni capaci di dettare i tempi di una comunità nazionale, di interpretarne i sentimenti» (ivi, p. 227). Non a caso, la narrazione dello sport in molte delle serie TV esaminate si presenta sovente nella forma di un «romanzo nazionale», ed il libro è molto efficace nel porre l’accento sul forte legame tra sport e culture nazionali.
In tale quadro, il valore dell’analisi proposta da Carelli risiede nel riuscire a tirare fuori lo sport dalla sua dimensione banale, facendolo emergere dallo sfondo della narrazione televisiva seriale per sollecitare una riflessione sulle implicazioni stesse di questo suo agire «a bassa intensità». Nel farlo, il volume porta avanti una duplice operazione. Da un lato, usa lo sport come lente per esaminare l’evoluzione dei nostri sistemi televisivi, dalle narrazioni che li abitano alle logiche industriali che gli danno forma e contenuto, con un’attenzione sia alle strategie produttive e ai circuiti distributivi, che ai mutevoli contesti di fruizione dell’offerta televisiva. Dall’altro lato, Carelli supera i confini dello schermo per analizzare, attraverso le serie TV sportive, l’evolvere delle prassi sociali e culturali che informano e sono influenzate dai nostri sistemi televisivi.
A riguardo, vale la pena segnalare l’efficacia del libro nel mettere in relazione l’evoluzione dei registri narrativi, dei generi ma anche delle modalità di produzione e distribuzione delle serie TV sportive con più ampi sviluppi economici e culturali. Le serie TV dedicate allo sport diventano così un prisma attraverso cui osservare, per esempio, l’affermarsi di canoni e tradizioni, configurando “vie nazionali” alla serialità sportiva – è il caso del genere del biopic nel quadro della produzione di fiction italiana –, ma anche l’emergere di tendenze transnazionali e la loro connessione con più ampi processi sociali. La presenza dello sport nelle serie coming of age e teen (dagli ABC Afterschool Specials, 1972-1997, e la “TV dei ragazzi” della Rai a One Tree Hill, 2003-2012, o all’ibridazione di generi di un prodotto come Corpo libero, 2022) viene così scientemente letta alla luce del progressivo emergere di sotto-culture giovanili e alle contestuali dinamiche di segmentazione dei pubblici televisivi che hanno progressivamente segnato la storia della televisione (almeno) negli ultimi quarant’anni.
Il risultato finale è una mappa storico-geografica costellata delle più varie produzioni televisive e discipline sportive, attraverso cui farsi strada tra le specificità delle culture nazionali, ma anche tra le regole di un mercato dell’audiovisivo sempre più globale. Su questo fronte, il libro apre interessanti riflessioni sul legame tra la crescente contaminazione tra generi televisivi, il progressivo aumento delle serie TV sportive sulle piattaforme OTT, e la più generale tendenza alla moltiplicazione dei canali, alla sovrabbondanza produttiva e all’aumento delle possibilità di fruizione televisiva, che caratterizzano il sistema televisivo contemporaneo. Carelli si sofferma, in particolare, sull’aumentato ricorrere dei franchise mediali, e quindi sulle produzioni televisive – è il caso di Cobra Kai (2018-2025) su Netflix, con la sua ripresa dell’immaginario cinematografico di Karate Kid – che recuperano canoni del passato e li risignificano nel presente, creando un legame intergenerazionale funzionale a diversificare l’audience di riferimento. Al contempo, nelle sue pagine conclusive, il libro travalica i confini italiani e statunitensi dell’analisi per aprire finestre su produzioni dal resto del mondo, segnalando alcune delle implicazioni di un sistema televisivo sempre più internazionale.
Il caso di Senna (2024) è presentato, in tal senso, come esemplificativo della capacità di storie e produzioni profondamente ancorate a una dimensione nazionale di suscitare emozioni e interesse in un pubblico transnazionale, intrecciando una «vocazione al contempo globale e locale» (ivi, p. 216). Lo stesso vale – per ritornare alle considerazioni d’apertura – per una serie come Heated Rivalry. Il suo successo conferma a posteriori le considerazioni di Carelli sul potenziale delle serie TV sportive di dare contemporaneamente traccia del radicamento dello sport in uno specifico contesto nazionale e attivare processi di transnazionalizzazione delle culture sia sportive che televisive, configurandosi come luoghi di incontro tra pubblici, contesti produttivi e pratiche culturali.
Sullo sfondo di queste riflessioni, il libro solleva un interrogativo solo apparentemente banale: le serie TV sportive possono essere considerate come un genere televisivo a sé? Pur al netto di un loro mancato inserimento entro una categoria di classificazione autonoma, la domanda rimane aperta. Tuttavia, in una contemporaneità segnata da una crescente ibridazione e messa in discussione dei generi televisivi classici, ancor più che una risposta a questa domanda, conta il prendere atto del valore delle serie TV sportive come oggetto di studio a sé, da esplorare tanto nella loro fisionomia produttiva, quanto nel loro impatto sociale e culturale. Rispetto a questo obiettivo, il libro di Paolo Carelli contribuisce a dare organicità a una potenzialmente nuova materia di studio, aprendo la strada per inediti scenari d’analisi.
Riferimenti bibliografici
M. Billig, Banal Nationalism, SAGE Pubblications, London 1995.
P. Ortoleva, Miti a bassa intensità: Racconti, media, vita quotidiana, Einaudi, Torino 2019.
Paolo Carelli, Sport e serialità televisiva. Storie, generi, culture nazionali, Scholé, Brescia 2025.