Chiunque abbia anche solo vaga familiarità con i concetti di crescita personale – dalla manualistica motivazionale ai bestseller internazionali sul cosiddetto self-help – conosce bene la massima che invita a concentrarsi su ciò che è sotto il proprio controllo e a lasciar andare ciò che non lo è. Si tratta di un principio tanto intuitivo quanto rassicurante, che ha trovato una delle sue formulazioni più celebri nella cosiddetta “preghiera della serenità”, divenuta, nel corso del Novecento, uno dei capisaldi della letteratura mondiale sull’auto-miglioramento. Recita così:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza per comprendere la differenza. 

Attribuita al teologo protestante statunitense Reinhold Niebuhr (1892-1971) e resa celebre dall’adozione da parte degli Alcolisti Anonimi, questa preghiera ha offerto a migliaia di persone una bussola spirituale per orientarsi nelle incertezze della vita: imparare ad accettare ciò che è già dato e non può essere modificato, riconoscere gli ambiti in cui è ancora possibile agire, e soprattutto coltivare quella saggezza della differenza che consente di discernere tra le due dimensioni. 

Si tratta, in realtà, di una massima che ha radici ben più nobili e profonde del contesto new-age e di auto-aiuto in cui viene spesso evocata. Per Epitteto, Marco Aurelio e gli altri pensatori stoici dell’antichità, il fondamento della saggezza risiede esattamente nella capacità di distinguere ciò che dipende da noi (i pensieri, i giudizi, le scelte) e ciò che non dipende da noi (la salute, la reputazione, il comportamento altrui, le circostanze esterne). Solo ciò che rientra nella nostra volontà è davvero nostro, dunque degno oggetto di preoccupazione. Il resto va accolto con equanimità e distacco, come parte del disegno imperscrutabile del cosmo. Questa dicotomia, nota come “dicotomia del controllo”, è alla base della visione stoica della libertà: all’interno della nostra sfera d’azione siamo liberi, autonomi, indipendenti; al di fuori, siamo inevitabilmente esposti alla fragilità, alla dipendenza, all’inquietudine. Riporre le speranze in ciò che sfugge al nostro dominio equivale, secondo questa prospettiva, a condannarsi a una vita di frustrazione, risentimento e fatica sprecata.

Ma è davvero possibile operare una distinzione chiara tra ciò che sotto il nostro controllo e ciò che non lo è? Esiste davvero un confine netto tra controllo e non controllo, oppure si tratta di una illusione teorica, tanto rassicurante quanto infondata? Siamo davvero in presenza di una dicotomia, o è più corretto pensare a un continuum, dove i due poli si intrecciano e si contaminano incessantemente? E, soprattutto, è possibile abitare consapevolmente questo spazio di interscambio, tra controllo e mancanza di controllo, senza esserne sopraffatti?

Da questi interrogativi muove Sotto la soglia del controllo. Pratiche artistiche e forme di vita (2024), l’ultimo libro del filosofo e estetologo romano Stefano Velotti. Grazie a un proficuo confronto con la letteratura filosofica moderna e contemporanea (da Kant a Hartmut Rosa e Alva Noë), Velotti mette in discussione l’impianto concettuale su cui si fonda la nozione di “controllo”, intesa non solo in senso pratico, psicologico, bio-politico o giuridico (come sinonimo di sorveglianza), ma piuttosto come categoria metafisica, culturale e antropologica. Ciò che emerge da questa decostruzione è l’esistenza di un confine tutt’altro che netto tra ciò che può e non può essere oggetto di controllo. L’ambivalenza tra le due dimensioni non è infatti una difficoltà contingente, frutto di un inciampo momentaneo della ragione, ma una condizione strutturale della nostra esperienza, un nodo che che plasma in profondità la forma di vita umana. 

La nostra esistenza, sostiene Velotti nell’estesa sezione introduttiva del volume, si dà solo entro uno spazio ibrido, in cui dominio e abbandono, progetto e incertezza si intrecciano in modo inestricabile. Infatti, se da un lato nessun essere umano (come nessun essere vivente, più in generale) potrebbe sopravvivere senza esercitare una qualche forma di controllo su di sé, sugli altri o sull’ambiente esterno, il controllo assoluto non solo è irraggiungibile, ma nemmeno desiderabile. Al contrario, è proprio la capacità di allentare il controllo, di fare spazio all’imprevisto e all’imprevedibile, alla contingenza, all’inaspettato, a rappresentare la condizione necessaria per vivere esperienze autenticamente libere e trasformative

In quest’ottica, Sotto la soglia del controllo si configura anche come una critica – mai moralistica, e proprio per questo penetrante – all’ideologia individualistica ed efficientistica che permea la cultura contemporanea, soprattutto nella sua declinazione neoliberale. Un’ideologia secondo cui la felicità coincide con la capacità di auto-governarsi, fondata sul culto dell’ottimizzazione e dell’efficienza, e su una narrazione dell’individuo come soggetto chiamato a esercitare un controllo costante su di sé, sul proprio tempo, sulle proprie emozioni, relazioni, scelte.

Ma un mondo pienamente controllabile, dominato dalla pianificazione, dalla razionalità strumentale e dallo sfruttamento intensivo di ogni spazio e ogni tempo non sarebbe solo disumano: sarebbe del tutto insensato; più che a un paradiso terrestre, somiglierebbe ai paesaggi sterili e meccanici dei romanzi distopici di fantascienza. Rifacendosi a Weber e Simmel, Velotti mostra infatti come l’“avventura”, intesa come tratto ineludibile dell’esperienza umana, nelle sue forme ludiche, erotiche e artistiche, implichi sempre un margine di incalcolabilità, di apertura all’imprevisto, di perdita (parziale) di autocontrollo. È infatti su questa soglia mobile e sfuggente tra controllo e non controllo che si gioca la possibilità stessa del senso. L’incontrollabile non dunque è un incidente da evitare, ma la condizione stessa di ogni esperienza autentica. Solo nell’incontro con ciò che sfugge al nostro potere, nell’esposizione all’inatteso, accade qualcosa di veramente umano. Solo allora ci sentiamo toccati, attraversati, vivi.

Non a caso, osserva Velotti, desideriamo sì “avere il controllo della situazione”, ma senza esserne dominati. Vogliamo sottrarci alla morsa del controllo – non soltanto a quello esercitato su di noi dagli altri, ma anche a quello più subdolo legato al bisogno stesso di controllare – senza però sprofondare nel caos del “fuori controllo”. In questa tensione si manifesta tutta l’ambiguità costitutiva del nostro rapporto con il controllo: lo desideriamo, lo inseguiamo, e al tempo stesso lo temiamo, lo respingiamo, cerchiamo di allentarne la presa.

Ma come si fa, concretamente, ad abbassare la “soglia del controllo”? Se il controllo può, almeno in parte, essere esercitato in modo consapevole, il suo contrario sfugge a ogni deliberazione. Non si può decidere intenzionalmente di “perdere il controllo”. Tentare di farlo genera un cortocircuito logico, un vero e proprio paradosso: come infatti esercitare la volontà di rinunciare alla volontà? È in questo senso che, per Velotti, il controllo rivela la sua natura come autentico enigma filosofico: più si tenta di irrigidire il controllo sulla vita, più si moltiplicano le dinamiche che sfuggono al controllo. E viceversa: ciò che è incontrollabile affiora proprio là dove il controllo si fa più ossessivo. 

Da questa dialettica instabile emerge la tesi portante del libro, efficacemente articolata nelle dense pagine del primo capitolo. Secondo Velotti, è nella pratica artistica che la tensione tra controllo e non-controllo si mostra nella sua forma più intensa e produttiva. È qui che l’interscambio tra queste due polarità, che la nostra epoca tende a porre come antitetiche, si esplicita, si espone e si mette (letteralmente) “in opera”. Il gesto artistico, per sua natura, si misura costantemente con l’inatteso: con la resistenza del medium, l’imprevedibilità delle circostanze, il sopraggiungere dell’intuizione, e il risultato, inevitabilmente, diverge da quanto previsto. Non si tratta, tuttavia, di un abbandono al caos o all’arbitrio: l’arte si configura piuttosto come una pratica euristica, in cui ogni forma di controllo del materiale genera nuove possibilità, stimoli imprevedibili, deviazioni fertili. In questo processo prende forma una creatività che nasce dallo scarto tra la regola e la sua concreta applicazione, tra l’intenzione e il suo effetto. Ed è proprio questo margine di indeterminatezza a rendere possibile una forma di libertà non deliberata, ma non per questo “fuori controllo”.

In realtà, richiamandosi a una linea teorica che dalla Critica del Giudizio conduce a Dewey e Garroni, Velotti sostiene che questa dinamica di rilancio reciproco tra controllo e non-controllo non riguardi esclusivamente le pratiche artistiche, ma attraversi invece ogni esperienza umana. Nella vita quotidiana, però, essa tende a restare invisibile, a operare sotto traccia, mentre l’arte la rende evidente, la mette in scena. In questo senso, la pratica artistica si configura come una forma intensificata della vita stessa, capace cioè di mostrare le forze antinomiche che ci rendono vivi: 

Da un lato, il bisogno e la soddisfazione di esercitare un certo controllo su noi stessi, sul mondo, sugli altri – di essere agenti efficaci [...]; dall’altro, il bisogno altrettanto essenziale di non rimanere arroccati in tale controllo, che può animarsi solo nell’“incontro” con ciò che è e rimane incontrollabile: l’imprevedibilità delle nostre molteplici relazioni, la grana infinitamente ricca della realtà, la totalità indeterminata dell’esperienza (Velotti 2024, p. 38).

Questa ricognizione teorica prepara il terreno per l’analisi, al tempo stesso filosofica e critica, del lavoro di Tehching Hsieh e Thomas Hirschhorn, che occupa l’ultima, estesa parte del saggio (secondo e terzo capitolo). Qui, il confronto appassionato con le opere dei due artisti diventa il punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra arte e vita, in cui la complessa fenomenologia del controllo si rivela uno strumento privilegiato per interrogare alcune delle tensioni più profonde della condizione contemporanea.

Si tratta, in effetti, di due figure artistiche profondamente differenti. Il primo, Hsieh, performer di origine taiwanese attivo a New York tra gli anni settanta e ottanta, a lungo ignorato e riscoperto solo di recente dalla critica, è noto per le sue “lifeworks”: performance estreme di resistenza e auto-vigilanza come Cage PieceTime Clock Piece Outdoor Piece, in cui l’artista si sottopone volontariamente a forme radicali di controllo sul proprio corpo e tempo e sullo spazio dell’esistenza (vivere per un anno senza entrare in luoghi chiusi, timbrare un cartellino ogni ora del giorno, abitare una gabbia di legno per dodici mesi).

Il secondo, Hirschhorn, artista svizzero ampiamente riconosciuto e studiato in ambito storico-artistico per la sua riflessione su politica, arte pubblico e partecipazione, si distingue per una vasta produzione visiva, in particolare per la pratica del collage, che sin dagli esordi rappresenta il nucleo compositivo e concettuale della sua ricerca.

Pur nella radicale differenza di linguaggi e poetiche, sia Hsieh che Hirschhorn affrontano in modo esemplare la tensione, mai risolta ma continuamente rilanciata, tra ciò che può essere controllato e ciò che inevitabilmente sfugge a ogni controllo. Ed è proprio questo snodo, secondo Velotti, a costituire una chiave di lettura trasversale per comprendere la portata e la densità del loro lavoro. Da un lato, le performance estreme di Hsieh portano alla luce, con una forza anticipatrice, questioni oggi più che mai urgenti: l’intreccio tra l’esperienza quotidiana, le sue maglie normative e i paradossi delle forme contemporanee di controllo, sempre più pervasivi e contraddittori. Dall’altro lato, l’opera di Hirschhorn indaga la stessa tensione, ma spostando il focus sul piano compositivo, materiale e collettivo della pratica artistica. In entrambi, tuttavia, la questione del controllo non si manifesta come mero dominio o sorveglianza, bensì come problema interno alla creatività, che deve trovare forme di articolazione capaci di instaurare un dialogo tra pianificazione totale e irruzione inattesa del reale.

Nella riflessione di Velotti, l’esame di queste sperimentazioni artistiche non mira a fornire una formula di salvezza, ma permette piuttosto di tornare a interrogare quel nodo, sempre più eluso e rimosso nella vita quotidiana, tra controllo e incontrollabile, che costituisce la condizione stessa di ogni esperienza autentica. In questa prospettiva, l’arte non offre alcuna facile evasione dal quotidiano, ma si pone invece come pratica di vita capace di esercitare, proprio sotto la soglia del controllo, una diversa qualità dell’attenzione: vigile, permeabile, disposta all’incontro con l’imprevisto.

L’invito conclusivo del volume è quello di imparare ad abitare questa soglia incerta e porosa, e tuttavia necessaria. È in questo spazio liminale, fragile ma generativo, che si gioca, oggi forse più che mai, la possibilità stessa di una vita pienamente umana.

Stefano Velotti, Sotto la soglia del controllo. Pratiche artistiche e forme di vita, Laterza, Bari-Roma 2024.

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